venerdì 17 aprile 2015

Che cos'è un padre?

Sono stata colpita da una frase che mi è stata detta ultimamente da una persona cara.

"Per me lui non è mio padre. Non lo è mai stato. Non so come sia avere un padre."

Allora mi sono domandata che cosa voglia dire essere un padre. Credo che ancora, nell'immaginario collettivo essere madre è più chiaro che essere padre.
La madre è quella che ti accudisce, ti consola, ti accoglie, sempre e comunque, che ti ha dato la tua vita e ti darebbe la sua. Il padre anche?
Non saprei dirlo. Io so come è stato mio padre. Era un padre ingombrante, presente, rumoroso, qualche volta invadente.
Il suo modo di occuparsi di noi era provvedere economicamente per la famiglia. Non ha mai avuto un lavoro dipendente e ogni giorno, diceva, doveva inventarsi il suo guadagno, inseguire i clienti, controllare che lo pagassero, trattare con persone difficili, e certo non era il suo forte.
Ho mai potuto pensare di lui che non fosse un padre? Non un buon padre, semplicemente un padre. Ancora, una volta, che vuol dire?

Forse associo il padre, mio padre alla dignità dell'onestà e del lavoro. 
Mio padre aveva orrore dei debiti, per lui era un problema persino fare le rate, e quando ha potuto farlo ha estinto il mutuo della casa, anche quel debito, ormai così comune per lui era inaccettabile.
La mia famiglia non è mai stata benestante e io mi sono mantenuta agli studi con il mio stipendio da impiegata diplomata, quando mio padre mi vedeva tornare la sera dall'ufficio, dopo nove o dieci ore di lavoro e mi vedeva stanca, china sui libri, mi diceva:
- Se non te la senti, puoi lasciare, papà te la paga l'università.
Ma io scuotevo la testa, ci tenevo a non pesare. Ce la facevo a lavorare e studiare. Ho tenuto duro.

Quando mi sono laureata ha detto che è stato il giorno più bello della sua vita. 
Non credo fosse vero, ma non importava. Credo che gli pesasse il fatto che avessi scelto di pagarmi gli studi, che sentisse di non aver fatto abbastanza per me. 
E io so che molti pensano che il lavoro, la fatica, non sia di per sé un valore, e forse non lo è, ma per me sapere provvedere per me stessa, non dovere niente a nessuno, continua a essere, ancora oggi, qualcosa di cui essere fiera, e questo me lo  ha trasmesso mio padre.

Quando papà è morto era ottobre, aveva smesso di lavorare solo qualche mese prima, aveva 81 anni.
Un suo amico ha detto al suo funerale: è morto giovane, come voleva.
E può darsi che sia questa la chiave, che vuol dire avere un padre, io l'ho saputo il giorno in cui non l'ho avuto più. 
Era l'uomo di cui cercare la mano nei momenti più bui, più di quanto non avrei cercato l'abbraccio di mia madre, protezione, prima della consolazione, c'era stato sempre quando avevo avuto bisogno di sentirmi forte.  E ora non più, mai più.
Eppure certe volte penso: ho tanto di mio padre dentro di me, che per staccarmi da lui che lui sia morto non basta, dovrò morire anche io. 

E forse neanche allora, e come quando da piccola  avevo paura, dall'altra parte troverò la sua mano ad aspettare la mia.

giovedì 9 aprile 2015

Gli amici si vedono nel momento della felicità

Dobbiamo smetterla di alimentare un'annosa menzogna, quella secondo la quale gli amici di vedono nel momento del bisogno.
L'amicizia vera, secondo questa vecchia e diffusa credenza, si vedrebbe quando siamo nella disgrazia, quando stiamo male. I veri amici accorrono al nostro fianco quando siamo in lacrime, quando non ne possiamo più.

Nulla di più falso. Che ci vuole, dico io, che ci vuole? A meno che non siamo specialisti della lagna multipla, se siamo dotati di un minimo di autoironia, in grado di pagarci una pizza, o abbiamo un forno funzionante, troveremo con la massima facilità qualcuno che sia al nostro fianco per sentirci sciorinare le nostre difficoltà, sostenendoci e godendo di una serie di vantaggi secondari non da poco:

- pensare: meglio a lui che a me;
- sentirci saggi
- farci apprezzare di più quello che abbiamo
- sentirci utili
- scansare cene a cui non avevamo voglia di andare con la scusa: "sai, il mio amico sta tanto male..."

e potrei continuare all'infinito.

Gli amici, quelli veri, sono quelli che ti restano accanto nel momento della felicità. Sono quelli che, senza provare neanche un minimo di larvata invidia possono vederti volare vari metri sopra il cielo, sentirti sciorinare la magnificenza del partner di turno, decantare la meraviglia del posto in cui sei in vacanza, del meraviglioso lavoro che hai finalmente trovato, che realizza tutti i tuoi sogni, la tua illimitata potenzialità creativa e ti fa anche rimorchiare, senza doversi ripetere in continuazione mentalmente "tanto non dura, tanto passa...".

Ed è proprio il fatto che conosciamo questa verità che, secondo me, ci spinge a nascondere i nostri successi, a rispondere raramente o mai "benissimo" a chi ci chiede come stiamo, e a andare in giro come araldi del lamento (sapendo che NESSUNO dei nostri cari amici prenderà sul serio i nostri post trionfali su Facebook).

Perché preferiamo essere lamentosi e circondati di umana solidarietà che svettare felici e solitari nel vento.

Concludendo, se vogliamo sapere chi ci è amico davvero, nella remota ipotesi dovesse capitarci di essere felici, guardiamoci attorno e vediamo chi è restato.

E comunque, sappiate, io sto DAVVERO male.

lunedì 6 aprile 2015

Gli amori degli altri

Gli amori degli altri sono sempre banali. E noi sapremmo che dire e che fare.
Gli amori degli altri sono sempre facili da tagliare, chiudere, mandare all'aria. Sono aritmetici
da valutare e giudicare.
Gli amori degli altri sono dei libri aperti. E noi conosciamo bene il sommario, e la parola fine. Non abbiamo dubbi su come si sfoglino le pagine. Non ci sono colpi di scena, per noi è già tutto previsto.
Gli amori degli altri non ci fanno soffrire. Ci fanno ridere, sono un film già visto.
Gli amori degli altri sono sempre sbagliati.
E non ci perderemmo un attimo.
Perché sappiamo che se non funziona non funzionerà.
E se non è vicino a te è perché non vuole starci.
E se non ti chiama è perché non vuole chiamarti.
Non ci sono paure nascoste. O blocchi profondi. Oscuri nemici. O persino fattucchiere che tramino nell'ombra. In amore se non è "sì" è "no". Il "forse" non esiste.
Sono semplici gli amori degli altri.
Quale meravigliosa fortuna, che a noi, gli amori degli altri, non capitino mai.

venerdì 9 gennaio 2015

Quando, quando?

Concerto di Pino Daniele il 13 dicembre a Roma.
Come al solito mi decido all'ultimo momento, trovo biglietti sfigati e costosi. Mi dico: è un concerto straordinario, con la band storica... Non fa niente, li compro lo stesso.
Poi sopraggiungono problemi di lavoro, e prendo in considerazione di lasciar perdere, rivendere i biglietti, tanto, ci vado la prossima volta!
Invece alla fine riesco a sistemare. Passo una serata stupenda, Pino Daniele è meraviglioso, trascinante e commovente, concede due bis.
Tutta la serata sono continuamente in preda all'emozione, mi dico che non mi perderò neanche il prossimo e che se ci fossero ancora i biglietti andrei anche a Napoli quattro giorni dopo.

E stamattina ho pensato, quando credi di sapere, di aver capito, perché hai già perso tante persone, tante cose belle, hai già dato per scontati troppi domani che non ci sono stati, rischi di ricadere nello stesso errore.
Quello che ami è quello che conta, anche se è scomodo, anche se costa tanto. Quello che ami è quello che conta, perché non sai se amerai ancora.
Pino, spero che i concerti ci siano anche di là, appena arrivo cerco te e Fabrizio.

giovedì 13 marzo 2014

Perché le quote rosa non bastano

Io non voglio contare le donne in politica, voglio che le donne contino in politica.
Non mi importa se ci sono il 50% delle donne nelle liste se non se ne sente mai parlare, se non si sentono mai parlare e se quando parlano dicono sciocchezze.
Usciamo dal tunnel: più Bonino (seppure con i suoi limiti) e meno Gelmini.
PS: ho esitato a lungo prima di trovare il nome di una donna politica (ancora vivente) stimata da tutti in Italia e probabilmente non ci sono riuscita. E questo vuol dire che di strada da fare ne abbiamo davvero tanta.

domenica 9 marzo 2014

L’UNICA DISTRAZIONE

Carlotta rigirò piano la chiave nella serratura. Erano anni che non faceva così tardi, anzi, forse non aveva mai fatto così tardi. Se sua madre si fosse svegliata, sarebbe stata la fine.
Chiusa la porta alle proprie spalle, si sfilò le scarpe e cominciò a calcare il pavimento freddo con le punte dei piedi che le facevano male per lo sforzo. Il dolore che provava le ricordò l’unica visita fatta dall’ortopedico che le aveva prescritto le scarpe sformate che di solito portava.
Si spogliò cercando di respirare piano. Poggiò ogni indumento sulla sedia con entrambe le mani in un movimento lento. Poi si infilò la camicia da notte di flanella rosa che le diede la solita sensazione di punture sottili sulla pelle della schiena e delle braccia.
Doveva andare in bagno ma non osava, il rumore dell’acqua avrebbe potuto svegliare sua madre e lei non avrebbe saputo che dirle. Aveva bisogno di tempo per pensarci. La pancia le sembrava le scoppiasse, aveva crampi e dolori continui al basso ventre. Decise di rischiare.
Camminò dapprima rasente al letto, poi all’armadio infine alla porta. Raggiunse la porta del bagno che aprì lentamente. Al buio, per evitare che il “clac” dell’interruttore svegliasse sua madre cercò a tastoni il water.
Alzò la camicia da notte e fece scivolare le mutande giù per le gambe in modo che l’elastico non facesse rumore.,
Quindi si sedette e prese la mira in modo che la pipì non cadesse direttamente nell’acqua ma sulla parete di ceramica in modo da attutire il rumore. Rinunciò ovviamente ad usare lo sciacquone. Il giorno dopo si sarebbe svegliata un po’ prima di sua madre e avrebbe tirato l’acqua.
Non prese neanche in considerazione l’idea di lavarsi i denti o di levarsi il poco trucco che aveva sul viso. Uscì di soppiatto dal bagno e raggiunse la propria camera tastoni, come se non conoscesse ormai ogni angolo della casa in cui abitava ormai da trent’anni.
Raggiunse il letto quasi stupendosi di non essere stata scoperta, per una volta, in cinquant’anni vita, di averla fatta a sua madre.
“dorme” pensò “meno male. Ho fatto più tardi di quanto pensassi e temevo che si sarebbe svegliata. Invece, come al solito mi preoccupavo troppo. E dorme della grossa. Non ha fatto neanche un rumore, neanche un lamento da che sono entrata”.
Sua madre aveva l’abitudine di emettere lamenti e gemiti simili a muggiti, anche se perlopiù in coincidenza di cene a base di cavolo stufato che si ostinava a mangiare benché sapesse di non digerirlo bene. Il giorno dopo, non appena Carlotta andava in cucina, per la colazione, sua madre, dandole le spalle per accendere il fornello sotto il pentolino del latte le diceva, con una voce carica di sottintesi: “lo sapevo che il cavolo mi avrebbe fatto male”.
Quando le accadeva di avere la digestione difficile, o qualunque altro problema, Carlotta sentiva che la madre riusciva in qualche modo a darne implicitamente la responsabilità a lei.
Carlotta non rispondeva nulla. La reazione che le sarebbe venuta spontanea sarebbe stata urlare: “ma non è colpa mia!”. Ma sapeva che a quel punto sua madre l’avrebbe guardata come si guarda un’indemoniata e le avrebbe risposto. “e chi ha detto che è colpa tua? Ma perché devi sempre essere così nervosa... In questo, hai preso da tuo padre”.
Era un’altra cosa tipica. I difetti erano tutti di suo padre. Se si sforzava di essere precisa: “sei pedante come tuo padre”, se andava di fretta e dimenticava qualcosa: “sei sciatta come tuo padre”.
Carlotta si domandava che cosa lo avesse sposato a fare. Ma anche su questo sua madre, Anna Maria, aveva la risposta pronta. “ero così giovane, e lui era bravo a parlare” che sembrava che si fosse fatta appioppare un’enciclopedia scadente da un venditore a porta a porta senza scrupoli.
Più o meno in questo modo Anna Maria aveva liquidato anche Taddeo, il suo corteggiatore storico. “E’ uno carico a chiacchiere” aveva detto dopo una cena insieme. In realtà Taddeo, che era un ragazzone piuttosto timido e serio, aveva semplicemente cercato di fare buona impressione su Anna Maria tenendo viva la conversazione durante una terribile serata.
Carlotta ricordava quella sera in ogni dettaglio, ed in quel momento, stesa nel letto, poteva ripensarci con trionfo, con rivalsa.
Aveva ormai trent’anni, tutte le sue amiche si erano sposate e lei ancora no. Le incontrava spesso in giro per i negozi del quartiere mentre spingevano i loro passeggini, le più fortunate, già tenendo per mano il frugolo più grande che strepitava come un’orda di pinguini, inseguiti da un’orca sanguinaria.
La seconda domanda dopo “come stai” era “ti sei fidanzata?”. Le più indelicate un: “ti sei sposata?”, mentre con la coda dell’occhio avevano già ispezionato l’anulare della mano sinistra, e si erano già risposte.
La cosa peggiore era che avevano smesso di chiederle “come mai?”. Si limitavano ad annuire e a cambiare rapidamente argomento, quasi avessero fatto una gaffe, Questo fece capire a Carlotta che ben presto non le avrebbero neanche più chiesto se si era sposata. Il suo essere una zitella (il termine “single” era di gran lunga posteriore e pareva a Carlotta un eufemismo ipocrita) sarebbe stato iscritto nell’ordine naturale delle cose.
Se Carlotta era onesta con se stessa fino in fondo, e si guardava davvero dentro, era questo che l’aveva spinta ad incoraggiare finalmente Taddeo.
Era un bravo ragazzo, con una discreta occupazione, uno dei pochi che non si fosse ancora sistemato e, dulcis in fundo, da sempre innamorato di lei. A Taddeo non parve vero che Carlotta lo incoraggiasse. L’aveva sempre ammirata di lontano, ritenendosi fortunato se semplicemente Carlotta gli rivolgeva la parola. E ora Carlotta, il sogno della sua vita, l’altera Carlotta, lo invitava a cena a casa sua, con sua madre.
Carlotta ricordava come se fosse successo ieri, Taddeo si era presentato con un enorme mazzo di fiori, Gerbere di ogni colore tenute insieme da una splendida confezione in rafia e una bottiglia di vino rosso.
Aveva indossato un vestito in tinta e si era messo la cravatta, come usava una volta. Era commovente. Perlomeno lo sarebbe stato per tutti, tranne che per Anna Maria.
Riuscì ad imprimere alla serata il tono dell’incubo sin dalla presentazione. Fece finta di non capire il nome di Taddeo. “come ha detto di chiamarsi? Babbeo?”. Taddeo sorrise imbarazzato, ma incoraggiato dallo sguardo comprensivo di Carlotta non si scompose eccessivamente.
Poi chiese se le Gerbere fossero da insalata e se l’abito di Taddeo fosse proprio suo visto che sembrava che indossasse l’abito di un’altra persona.
Per il resto della serata Anna Maria evitò di rivolgere la parola direttamente a Taddeo e fece finta che non esistesse, talvolta in maniera plateale, come quando per prendere l’acqua dall’altra parte della tavola per poco non gli diede un pugno sul naso.
A Carlotta venivano le lacrime agli occhi, ma non si scompose e cercò di conversare con Taddeo come meglio poté. Le sembrava di portare un masso di cinquanta chili in salita, si rese presto conto che l’unica cosa che desiderava era che la serata finisse. E presto.
Quello che ancora Carlotta non riusciva a perdonare a sua madre sopra ogni cosa, fu il sorriso soddisfatto quando Taddeo si congedò, evidentemente a disagio farfugliando un saluto sulla porta.
Nei giorni successivi, ogni volta che si parlava di qualcuno, ovviamente male, e a qualunque proposito, Anna Maria si sentiva in dovere di aggiungere: “un altro tipo carico a chiacchiere...” non guardando ostentatamente Carlotta.
Carlotta smise di incontrarsi con Taddeo. Le sue uscite ed attività sociali, nel tempo si erano andate riducendo ed ora erano limitate all’andare in ufficio, al fare la spesa e alla messa domenicale.
Mai avrebbe rinunciato, in particolare, a quest’ultima, unica uscita concessale che non avesse un tornaconto diretto per sua madre, anche se più volte Carlotta aveva sospettato che le fosse consentita per due motivi: il primo è che Anna Maria era bigotta e superstiziosa e probabilmente temeva che la cosa le si sarebbe ritorta contro, il secondo, che Anna Maria in fondo sperava che Carlotta pregasse anche per lei, perché guarisse dai suoi innumerevoli malanni e vincesse finalmente l’ambo che giocava da anni con pertinacia sulla ruota di Napoli.
Carlotta si accorse di pensare per la prima volta alla sua vita tutta insieme, a quello che ne era stato di lei. Pensò che la vera tragedia non è quando la vita cambia all’improvviso, per un incidente stradale, l’atto di un folle, una catastrofe naturale, un tracollo finanziario, la perdita del posto di lavoro.
La vera tragedia è quando la vita cambia, giorno dopo giorno, in una serie di piccole, innominate rinunce. Si rinuncia a poco a poco a pezzi di sé, della propria volontà del proprio essere, senza neanche lottare. Si susseguono una serie di “perché no?” che non sono sì, ma neanche no, e alla fine ti trovi a vivere una vita che non è la tua, completamente. Ti è stato sottratto tutto, nottetempo, come quando da piccola si addormentava nel letto dei genitori e si trovava al mattino nel proprio lettino, in un altro posto, ed era semplicemente naturale.
Nulla di ciò che Carlotta possedeva le apparteneva né tantomeno le somigliava. La sua stanza era il rigido spettro di quello che era stato il suo gusto e i suoi desideri. Le foto alle pareti non le aveva scelte lei. Erano foto che non avevano trovato posto altrove nella casa e che in qualche modo erano defluite sulle pareti di quella che era una terra di nessuno: la sua stanza da ragazza.
Carlotta non era più una ragazza, né ci si sentiva. Si era trovata improvvisamente calata in uno stereotipo ambrato, la figlia non sposata che è rimasta ad accudire la madre vedova. Un angelo sacrificale, un nume tutelare. Una perfetta idiota.
I pensieri le facevano montare in petto una rabbia sorda e ancora una volta negata. Avrebbe voluto in quel momento urlare che non ci stava più, che il gioco era finito. Ma non l’avrebbe fatto, sarebbe restata lì nel letto a guardare il gioco che la poca luce della strada che filtrava dalle tapparelle non serrate faceva sul soffitto della stanza. Il suo nido di spine.
Avrebbe resistito a dire a sua madre: “te l’ho fatta sotto il naso! Beccati questo ben ti sta. La tua amata figlioletta, il tuo angelo del focolare è uscita di notte, con un uomo, un uomo conosciuto a malapena. Come una puttana.”?
“Come una puttana” ripetè la piccola frase sottovoce, nel silenzio della stanza, come una formula magica, un mantra della perdizione. Lei che non diceva mai parolacce, che non bestemmiava, che quando qualcun altro lo faceva distoglieva lo sguardo trattenendo a stento il gesto anacronistico di segnarsi il petto con la croce, come sua nonna.
No forse non glielo avrebbe detto subito, avrebbe prima tentato di accumulare altri crediti per poi sciorinarglieli tutti assieme, magari durante una delle sue aulentissime cene a base di cavolo, o meglio ancora uscendo dalla messa domenicale, distrattamente : “a proposito mamma..”
Non riusciva a prendere sonno, le si agitavano nella testa le immagini di se stessa tra le braccia di Enzo, quell’uomo estraneo, incontrato per caso in ufficio, il primo da anni che le prestasse attenzione come ad una donna e non come ad una suppellettile dell’ufficio, un distributore semiautomatico di certificati.
Sotto quello sguardo si era sentita nuovamente consapevole di possedere un corpo, un’apparenza, della banalità del proprio abbigliamento.
La frase “potremmo vederci una di queste sere?” la colse di sorpresa, tra un certificato di nascita ed uno di stato civile in carta semplice. Quello che avrebbe desiderato trovare non era una risposta sensata, ma una risposta adatta, che la riportasse al proprio rango di donna, che la strappasse all’improvviso alla sua “camera da ragazza” e agli anni di carriera come badante della propria madre. Dalle labbra le uscì una risposta sufficientemente ambigua, una specie di “non so”. Le ricordava un gioco da bambini molto piccoli: “la risposta tra tre giorni”.
Tornò a casa e aprì quasi con rabbia gli armadi alla ricerca di un abito da donna, non da zitella. Non uno scamiciato grigio, né una gonna a campana, nessuna camicia di flanella, né un pullover comprato alle bancarelle, trenta euro la coppia.
Quasi in stato di trance, aveva poi aperto il cassetto e aveva tirato fuori la biancheria intima, dozzinale, di poco prezzo. Busti e pancere, calze con doppio rinforzo, riposanti color carne e latte.
I tempi migliori erano passati da troppo tempo, i suoi vecchi collant, ormai fuori moda, non avrebbero comunque ospitato la pancetta sporgente, i fianchi allargati.
Doveva comprare nuovi abiti e nuova biancheria, doveva procurarseli senza che Anna Maria se ne accorgesse. A come avrebbe potuto lavarli e nasconderli avrebbe pensato in secondo tempo.
La sera al buio, sul divano, accanto a sua madre, colpita dai riflessi di una trasmissioni a premi, languiva alla ricerca di qualcosa da dirle, da dire ad Anna Maria. Lei le avrebbe detto: “stasera esco”, Anna Maria le avrebbe chiesto: “e dove vai?”. E sarebbe stata la fine. Non poteva dirle la verità e non riusciva a mentirle.
“Che hai?”, Carlotta si scosse dalla propria fantasticheria per guardare Anna Maria. “Perché me lo chiedi?” rispose, già sulla difensiva. “Hai un’espressione strana, come se fossi arrabbiata... o spaventata. O tutte e due le cose”.
“Mi hanno fatto arrabbiare oggi in ufficio. Le solite cose”. Mentre rispondeva si rese conto del piccolo miracolo. Se voleva riusciva a mentire ad Anna Maria, certo, su cose secondarie, insignificanti. Ma poteva farlo.
Fu una sua collega che le diede l’idea.
“hai una faccia tremenda Carlotta da un po’ di giorni. Che hai?”
“dormo male, non so che mi prende” Carlotta rispose, ed era, in realtà una buona parte del problema.
“perché non prendi queste gocce? Le ho appena prese dalla farmacia. Se vuoi te le dò. Ci vuole la prescrizione, io me le vado a riprendere...”
“Oh... grazie Patrizia, quanto ti devo?”
“Ma niente, figurati... sei sempre così gentile quando serve un favore a me... è il minimo!”.
Quella sera Carlotta dormì come un sasso, non aveva preso le gocce, aveva solo risolto il problema.
Lesse attentamente il foglietto illustrativo del medicinale. Quella sera, dopo la cena, come al solito finita puntualmente alle otto e mezzo in modo che Anna Maria si potesse godere in santa pace il film su rai uno, Carlotta versò venti gocce di sonnifero nella tisana di sua madre.
Anna Maria si addormentò poco dopo i titoli di coda. Carlotta fece uno squillo a Enzo, per avvertirlo che sarebbe stata pronta in venti minuti.
Si preparò con cura, scegliendo ogni singolo capo tra quelli che aveva acquistato. Si pettinò i capelli e li raccolse, poi si accolse che la invecchiavano e la facevano somigliare ancora di più a sua madre. Li sciolse nervosamente e li arruffò con entrambe le mani.
Si mise poche gocce di profumo e uscì appena in tempo per evitare che Enzo suonasse il campanello.
Il giorno dopo Carlotta si alzò molto presto, per struccarsi ed eliminare ogni traccia della propria spavalderia prima che Anna Maria si svegliasse.
Alle sette e mezzo sua madre dormiva ancora. Carlotta si avvicinò alla porta della camera da letto per accorgersi che al solito respiro regolare di Anna Maria quando dormiva si era sostituito un affanno rauco.
Si avvicinò alla madre e prese a scuoterla, prima lentamente, via via sempre più forte finché si trovò a strattonarla urlando “mammaaaaaaaa!”.
L’ambulanza fu lì in pochi minuti. Anna Maria era riuscita a mettersi a letto e a spegnere la TV, poi un malore, qualcosa al cuore l’aveva fatta sentire male. Chissà se aveva chiesto aiuto, chissà.
Nel corridoio dell’ospedale Carlotta se ne stava su di una panca rannicchiata in un angolo, stringendo a sé la propria borsa. Era uscita di casa senza pettinarsi, si era vestita senza sapere che cosa indossava.
Il medico le aveva detto che sua madre rischiava la morte o danni permanenti al cervello. L’invalidità, insomma. Carlotta si sentiva come un cane che tentando di fuggire si strangola col guinzaglio.
Il medico uscì dalla sala e le andò incontro. Le poggiò le mani sulle spalle e la guardò negli occhi e disse la frase, chissà quante volte detta, ormai consumata, lisa agli angoli, una frase vecchia, una foglia secca sul pavimento di linoleum.
“coraggio”.
Carlotta scoppiò a piangere, piangeva per paura, per dolore, per disperazione, per disillusione,
Ma piangeva anche di rimorso, di colpa, di disgusto. Soprattutto di un invadente senso di liberazione.
A casa avrebbe gettato in una scatola gli abiti grigi, le scarpe ortopediche, i mutandoni sformati. Forse solo per ricomprarli uguali, ma non sarebbero stati gli stessi.








venerdì 7 marzo 2014

NON CHIAMATELA FESTA

Nessuno si sognerebbe mai di chiamare il 27 gennaio "la festa della memoria" o il 10 febbraio "la festa del ricordo". Si tratta della commemorazione di fatti tristi, la cui celebrazione serve a segnare un punto contro la discriminazione, la violenza, l'oppressione.
Ma ecco che molti chiamano l'8 marzo la festa della donna, ci coprono di mimose, le pizzerie sono piene di donne che festeggiano e poi, chissà, vanno a scimmiottare il peggio degli uomini infilando banconote negli slip di qualche "centocelle nightmare" sudaticcio e dall'espressione idiota.
L'8 marzo è LA GIORNATA DELLA DONNA, non la festa. Vorrei che lo ricordassimo tutti. L'origine più comunemente accettata è che sia nata per commemorare un gruppo di lavoratrici che, chiuse dentro un capannone dal proprio datore di lavoro, morirono in un incendio, impossibilitate a difendersi, perché povere, perché sole, perché donne. Ma altre ipotesi le trovate qui:
http://www.vanityfair.it/news/società/14/03/06/festa-della-donna-origini-e-storia-8-marzo
Quello che resta un fatto è che essere poveri è peggio se sei donna, essere neri è peggio se sei donna, essere omosessuali è peggio, se sei donna. Persino essere intelligenti è più difficile, se sei donna.
Le statistiche parlano di aborto selettivo, infanticidio femminile, violenze domestiche, stupri etnici, schiavismo sessuale, abusi, Se andiamo "sul leggero" abbiamdo disparità retributive, scarsa rappresentanza nei posti di potere, accendi la tv e vedi bamboline seminude accanto a mostri vestiti, il messaggio è se sei carina e fortunata, ti accoppi con un plutocrate inguardabile.
Trovate qualche statistica in proposito al link qui sotto, ma se ne avrete voglia, troverete tante informazioni in rete sulla condizione femminile nel mondo, e capirete quanto siamo lontani dalla giustizia sociale.
http://www.unimondo.org/Guide/Sviluppo/Donna/(desc)/show
Ora, scusate lo sfogo, comprate pure fasci di mimose, prenotate in pizzeria e dopo lo spettacolo di spo
gliarello.
MA NON CHIAMATELA FESTA.

venerdì 17 gennaio 2014

Cambiare Non è Facile

Cambiare non è facile.
E' lasciare andare.
E' aprire una porta immaginando dietro il buio.
E' chiudere un cassetto che forse mai riapriremo.
E' bruciare una lettera che avevamo riletto troppe volte, anche se ci faceva male.
E' camminare con scarpe scomode, su una strada che avevamo lungamente evitato.
E' rischiare a ogni passo di cadere.
E' non sapere se riusciremo ad arrivare in fondo.
E' capire che troppo spesso cambiamo solo per non cambiare.

Cambiare non è facile, neanche quando è necessario.

E' sapere che il primo passo verso il cambiamento qualche volta è un passo indietro, per guardare nello specchio le nostre paure e, solo dopo aver respirato, e aver chiuso gli occhi, andare avanti. Nonostante tutto.

domenica 27 ottobre 2013

La bambina con le trecce

Andavo a messa tutte le domeniche quando ero bambina.

Le mie amiche erano compunte, deliziose, con i nastri nelle chiome. Io ero magrissima, smunta, pallida, piena di lentiggini e malinconica.

Mia madre mi acconciava i capelli in due trecce leggere -avevo i capelli sottili, allora – all’estremità delle quali annodava piccoli elastici con delle sfere di legno colorate.

I capelli mi tiravano sulla testa, mi facevano male, e sotto la frangia la mia faccia da topo sembrava ancora più buffa; accettavo la pena con rassegnazione, sapevo che le trecce erano l’unico modo di evitare che i miei capelli si annodassero e di piangere quando venivo pettinata.

Quando sedevamo in chiesa, le mie amiche si guardavano il vestito della domenica, il mio raramente era bello, non ci potevamo permettere grandi lussi, ero l’ultima di cinque figli e solo mio padre lavorava, ma non mi importava, il mio sguardo era fisso sull’altare, ero attenta a ogni momento, mi commuovevo a ogni istante.

Mi sembrava di vedere la luce di Dio filtrare dalle vetrate colorate di quella chiesa di periferia, dagli arredi scarni, in cui l’odore dell’incenso mi faceva pensare che in qualche modo respiravo la salvezza.

Quando avevo fatto il catechismo per la prima comunione ero l’unica che ascoltava, l’unica che faceva domande, che chiedeva il senso delle parole delle preghiere.

Ora mi rendo conto che mettevo in difficoltà quelle volenterose liceali che a volte mi guardavano con tenerezza, a volte con insofferenza, ma mai con un vero fastidio.

Crescendo le  mie domande erano cresciute con me.  A scuola durante l’ora di Religione, le mie amiche ripassavano le altre materie, schizzavano cuori sui diari, io mi sedevo accanto al professore e gli facevo domande.

Un giorno gli domandai: “Don Pasquale, ma lei non vede contraddizione tra libero arbitrio e onniscienza divina?”.

Mi fissò con i suoi occhi azzurri buoni, nel viso circondato dalle rughe. Dalle mie parti i preti erano spesso anche contadini, con la pelle cotta dal sole.

“Perché non ripeti Matematica, come stanno facendo le tue amiche?”.

Fu allora che capii davvero, per la prima volta, che chi cerca risposte è solo.

Man mano che andavo avanti le rispose che trovavo mi piacevano sempre meno. L’omelia iniziò a sembrarmi violenta. Le imposizioni della morale sessuale irragionevoli e innaturali. L'opulenza del Vaticano, i diktat politici, la misoginia, ingiuste.

Vedevo attorno a me i sedicenti cattolici trattare la religione come un’insalata, il matrimonio in chiesa sì, ma il divieto dei rapporti prematrimoniali no, il battesimo sì, il divieto degli anticoncezionali no, ecc.

Perché? Mi domandavo. Che senso ha? Dio se esiste non può volere questo, non può volerci imprigionare nell’obbligo dell’incoerenza.

Così decisi di farlo.

Un giorno qualunque quando mi è arrivata la lettera della Diocesi, in cui il mio “sbattezzo” veniva confermato,  a meno che non ci avessi ripensato. Mi invitavano comunque al dialogo col Vescovo. Ci ho pensato, a dire il vero. Ho rivisto me stessa sul banco di scuola mentre le mie amiche chiacchieravano, durante l’ora di Religione, le persone durante la messa, scambiarsi SMS, chiacchierare tra loro, far squillare il telefono, spendere migliaia di Euro per un matrimonio in Chiesa, invece di darli in beneficenza.

Ho ripensato alla serietà con cui avevo preso la Prima Comunione, quanto avevo sentito la Cresima.

Ero stata tradita. Ma da chi? Da che cosa? E perché? Forse è necessario perdere le persone come me, per tenere tutti gli altri.

Ho guardato di nuovo la lettera nella mia mano, una lettera che mi diceva, in qualche modo, che non ero più come loro. Un ultimo sguardo dentro di me alla bimba smunta, con i pantaloni di fustagno e la maglia a righe, la testa china nella preghiera.

Le ho carezzato dentro di me le trecce sottili, e ho chiuso tutto in un cassetto. Per sempre.

domenica 5 maggio 2013

Così era scritto


L’avevano vista tutti. Tina si reggeva a malapena in piedi. Si guardò, per un istante, le mani sporche di sangue. Stringeva ancora il coltello col quale aveva colpito (quante coltellate: quattro, dieci, cento?) con inaudita violenza l’uomo che tutti avevano visto chino su di lei per picchiarla, darle pugni. Massacrarla.
Tutti la conoscevano, tutti sapevano di lei all’ospedale dove si era ricoverata un paio di volte, “dopo essere caduta dalle scale”, e al cui pronto soccorso le infermiere la chiamavano per nome; alla stazione dei carabinieri di fronte alla quale aveva spesso sostato, livida, con gli occhi pesti, senza avere il coraggio di entrare.
Tutti conoscevano Tina Lonigro, venticinque anni, quattro di matrimonio assieme ad un uomo brutale e violento. Le donne del quartiere l’additavano compassionevoli.
Tutti sapevano, tutti avevano assistito.
Per questo l’avrebbero assolta.   
Solo sei anni prima, un’eternità, Tina aveva conosciuto Francesco. Il sogno di ogni ragazza. Il più bello del paese, ventidue anni, la macchina  sportiva ultimo modello, un futuro brillante, studiava da avvocato. I suoi occhi scuri trafiggevano, e le donne del paese si sentivano mancare al suo sguardo ironico e scanzonato. Francesco si era accorto di lei e a Tina non era sembrato possibile: era un sogno, lei così insignificante.

Tina insignificante non lo era per niente, alta bruna e slanciata, suscitava rigurgiti ormonali finanche nei più imperturbabili. Persino Don Antonio, il parroco del paese, misogino e ricurvo per l’età, per gli studi e per tutte le volte che si era dovuto piegare in preda ai crampi per sedare l’autoerotismo, si segnava al passaggio di Tina. Una donna così sanguigna, incarnazione del demonio era.
Francesco le era stato presentato ad una festa da Filippo, un amico innamorato di lei da tempo immemorabile. Francesco si era subito appartato con lei, senza neanche una scusa, e aveva cominciato a parlarle a mezza bocca sussurrandole frasi di poco senso che erano esattamente ciò che Tina, che era innamorata di lui da sempre, voleva sentire.
Innamorata da sempre, non era un modo di dire, c’è un archetipo nel cuore di ogni donna, serbato gelosamente, una custodia di senso e emozione, uno scrigno che attende di essere riempito, una forma pronta al gesso caldo di un sembiante. Per Tina era Francesco.
Era cresciuta in un ambiente volgare, tra l’odore aspro della gazzetta dello sport, il lezzo pungente delle pagine rosa e nere, appena stampate e della cenere delle sigarette spente nei piattini; con dinanzi agli occhi l’ombra lattiginosa dei residui dei boccali di birra nel bar paterno.
Francesco era, ai suoi occhi, l’antitesi del mare di fango dal quale voleva evolversi, lei, anfibio grigiastro a guadagnare la luce e la terraferma. Le unghie curate, il sorriso dei denti bianchissimi: Francesco non aveva proferito una sola parola in dialetto. La sua cadenza era dolce, e sapeva canticchiare le parole della canzone inglese in sottofondo. Ogni tanto sottolineava una frase col tono, guardandola fisso negli occhi.

Stavano insieme solo da qualche mese ma Tina sapeva, sentiva, che sarebbe stato per sempre. Francesco nel giro di un anno, un anno e mezzo si sarebbe laureato poi, il tempo del praticantato e avrebbe cominciato a lavorare nello studio del padre. A quel punto si sarebbero sposati, all’inizio avrebbero fatto un po’ di sacrifici, ma poi lei sarebbe stata la moglie del famoso avvocato De Nicola.
Francesco era stato il primo per lei, doveva restare l’unico.
Sua cugina Marina era andata a trovarla un sabato pomeriggio del mese di giugno. Era una giornata precocemente torrida. Tina era seduta sul balcone di casa a prendere il sole, sorseggiando una limonata. Il sapore dello  zucchero le solleticava la lingua. Marina parlava, quasi senza prendere fiato, gli occhi illuminati, i capelli biondi, tirati indietro da un groviglio informe di fermagli, il rossetto scuro sottolineava i movimenti a scatto delle labbra.
- Insomma... non ti dico bugie... pari pari! Lei mi ha detto che avrei passato l’esame di Scienze, ma per quello di Fisica avrei dovuto aspettare il mese di maggio: così è stato! E questo è niente... mi ha detto che mi sarei fidanzata non con un ragazzo del  paese ma con uno di fuori, di ventiquattr’anni col nome che comincia per “Gi”. Beh... non ti dico bugie, dopo due mesi, che manco mi ricordavo più, a momenti... ho conosciuto Giuseppe che, come sai, è di Formia e ci siamo fidanzati... E’ da brivido questa!
Tina spalancò gli occhi, curiosa era curiosa, e poi chissà, lei non si era mai sentita troppo sicura dell’amore di Francesco. Era troppo bello per essere vero, per essere capitato proprio a lei. Poi Marina non era una stupida, tra le sue cugine era l’unica che frequentasse l’Università. Era sempre stata la prima a scuola, quella con i voti più alti. Ora andava spedita, e per giunta ad una facoltà scientifica. Certo, l’esame di Fisica le era andato male. Un errore capita a tutti.
-  Dai, ti ci porto! Ci andiamo venerdì. Sarà il mio regalo di compleanno. Lo vedo che ci vuoi venire...
Aveva riso Tina. Ma aveva accettato. Non sapeva che quel pomeriggio di giugno, un pomeriggio odoroso di asfalto bagnato dalla pioggia estiva, avrebbe segnato il resto della sua vita.


Ilejana era un’Armena di circa quarant’anni. I suoi lineamenti erano marcati ed intensi, le sopracciglia scure, due archetti  morbidamente convergenti alla radice del suo naso, un naso affilato che spuntava ad ombreggiare labbra colorate di rossetto carminio.
Da lei si propagava una fragranza intensa ed improbabile, un miscuglio di cedro e citronella che adombrava memorie remote d’insetticidi e di barbieri all’orario di chiusura.
Tina entrò seguendo Marina che sgusciava nel soggiorno di Ilejana sfoderando una familiarità quasi sfacciata. Si rivolse quindi alla donna dandole del tu, cosa che a Tina, che quasi tremava, diede un senso immotivato di gravità.
- Questa è Tina, mi raccomando dille cose belle che se no mi si spaventa...
Marina scoppiò a ridere. Tina la fulminò con lo sguardo.
Ilejana porse a Tina una tazza larga colma di  un liquido scuro, quasi melmoso.
- E’ già zuccherato - disse la donna porgendole la tazza fumante.
- E’ caffè turco - Spiegò Marina con fare saccente.
La donna riprese, guardando Tina fissa negli occhi, inchiodandola con le proprie pupille quasi confuse nell’iride scurissima:
- Lo devi bere, pensando bene a quello che vuoi, lascia appena un fondo. Poi devi rovesciare la tazza sul piattino. Al resto ci penso io.
Quindi, rivolta a Marina, soggiunse:
- Tu devi uscire
Marina sembrò stupita e seccata, ma il tono perentorio le tolse ogni velleità di reazione. Uscì rapidamente dalla stanza.
Tina sorseggiò il liquido dal sapore sgradevole. I grani di caffè non filtrato le graffiavano la gola. Sorseggiò il liquido fino a quando la densità non divenne insopportabile e poi poggiò la tazza rovesciata sul piattino.
Per tutto il tempo aveva pensato solo a Francesco, al loro matrimonio, a se stessa sull’altare col proprio abito bianco, il velo poggiato sui capelli raccolti in un intreccio di fiori, al loro primo bambino...
La fantasticheria in cui Tina si era persa svanì, interrotta dalla voce di Ilejana, arrochita da cento sigarette, con un accento ombroso, accento dell’Est, che così spesso Tina aveva ascoltato al telegiornale.
- Nella tua vita vedo un Cancro e un Leone, questi sono buoni per te e ti fanno del bene. 
Tina spalancò gli occhi: suo padre era del Cancro e sua madre del Leone. Entrambi l’adoravano.
- C’è stato un uomo nel tuo passato. Non è buono per te. Uno della Vergine che comincia per “C”. Hai fatto bene a lasciarlo. Ora va tutto bene, quel problema di salute che hai avuto non si presenterà più, tutto a posto. Però, figlia mia, qui ci sta una cosa grossa... una cosa brutta.
Tina trattenne il respiro tutto quello che la donna aveva detto fino a quel punto era vero. Neanche Marina sapeva di Carlo, amico di famiglia, il commercialista del padre, della Vergine, che aveva preso a corteggiarla e che lei, dopo un’iniziale disponibilità, aveva respinto.
Tina, per di più, aveva sofferto a lungo di un fastidioso problema intestinale, che da un po’, effettivamente, non le dava più fastidio.
Infine, nella sua vita era ormai entrato Francesco.
- Ora, da poco, ci sta un uomo dello Scorpione, uno che ti piace veramente e che comincia per “F” - Ilejana fece una pausa - Tu ti sposerai, come tu sogni: ma tuo marito morirà, poco dopo le nozze. Così è scritto, non ci puoi fare niente.
Ilejana guardava nella tazza; le ciglia, irrigidite di mascara nerissimo, sembravano aghi acuminati. Non un’esitazione tradita dalla voce, non un attimo d’incertezza.
-  Come?

- Hai capito bene, bella mia. L’uomo che sposerai morirà. E senza neanche farci  un figlio. Così èscritto. Dipende dal karma. Sai che cosa è il karma? E’ il destino ineluttabile, ciò che siamo chiamati ad apprendere in questa vita, e tu sei stata fatta bella per attrarre l’uomo che vuoi, e il destino vuole che tu provi l’atroce dolore della sua perdita.
Tina si alzò di scatto, le labbra le tremavano.
- Basta! Non ho più voglia di sentire queste stupidaggini! Quanto le devo?
Ilejana sorrise mestamente, lo sguardo grave.
- Mi dispiace assai. Da te non voglio niente.
All’uscita aveva strattonato per un braccio sua cugina che l’aveva guardata come se fosse uscita di senno e insieme si erano dirette verso la macchina, parcheggiata in uno spiazzo, poco distante. La pioggia cadeva sottile. Tina, meccanicamente, si asciugava il viso con le punte delle dita.
Durante il tragitto per il ritorno non aveva detto una sola parola. Era rimasta immobile sul sedile del passeggero stringendo la cintura di sicurezza, che le serrava il petto, con entrambe le mani.

Marina aveva cercato in tutti i modi di capire che cosa fosse successo, Tina si era chiusa in un mutismo impenetrabile. La sera non aveva cenato. Si era fatta negare a Francesco che le aveva telefonato, non aveva voglia di parlare con nessuno, men che meno con lui.
Era andata a letto presto, prestissimo, ed era rimasta immobile sotto le coperte a guardare il soffitto.
Il pensiero che Francesco, diventato suo marito, potesse morire la riempiva di un dolore assoluto. Le sembrava che volessero strapparle un braccio, il cuore, il fegato, le sembrava che volessero toglierle una parte di sé.
Ma soprattutto, la terrorizzava un’idea: se qualunque uomo avesse sposato era destinato a morire, lei sarebbe stata un’assassina. Perché lei sapeva.
Tina immaginava la propria vita in solitudine, si vedeva uguale a tutte le zitelle che conosceva, sospese, per sempre, in un vortice di non esistenza. Vedeva se stessa passare il resto della propria vita dietro il bancone del bar di fronte al municipio, lasciar sfiorire la propria gioventù e avvenenza, ridotta a cercare l’attenzione degli autotrasportatori di passaggio.
Ruppe in un pianto disperato.


Da quella sera, si fece sempre negare a Francesco. Il farlo la lacerava ma le sembrava, ormai, l’unica possibilità. L’unico modo per salvare Francesco e quindi se stessa.Era ridotta ad una larva, non riusciva quasi più a mangiare ed era perseguitata dall’insonnia. Al risveglio dalle poche ore che riusciva a dormire, le sembrava sempre di aver sognato la morte di Francesco, anche se non riusciva a ricordarlo. Ma Francesco non si dava pace.
Fu per questo che Tina ricominciò a dar corda a Carlo.
Carlo era amico di famiglia, da qualche tempo il commercialista di suo  padre, un uomo piacente e benestante, che aveva dieci anni più di lei. Per un certo periodo Tina aveva trovato gradevoli le sue attenzioni. Dopo aver conosciuto Francesco, però, la presenza di Carlo le risultava quasi fastidiosa, insopportabile.
Date le circostanze, le sembrò che la cosa  migliore per far mettere l’anima in pace a Francesco fosse fidanzarsi con Carlo.
Carlo, rispetto a Tina era un uomo navigato e vissuto, ma Tina aveva un asso nella manica: non era innamorata di lui.
Una donna non innamorata può far fare ciò che vuole all’uomo che la desidera. Una donna non innamorata è un essere pericolosamente consapevole del proprio potere.
Carlo era completamente soggiogato da quella ragazzina bizzosa che cambiava idea, apparentemente, nel verso in cui girava il vento, che lo voleva accanto a sé un minuto ed il minuto successivo non voleva neanche sentire la sua voce. Un uomo a cui la donna che desidera non dà neanche un punto di riferimento è un uomo perso.
Tina cominciò ad odiare Carlo: fu una sequela di eventi indistinti e impercettibili. L’odio si era
sedimentato dentro di lei come i sali di calcio in una stalagmite, impercettibilmente, giorno dopo giorno.
Quando Carlo le chiese di sposarlo provò un sentimento simile al trionfo del cacciatore che vede cascare nella trappola la preda facile, cacciata esclusivamente per diletto, anzi, per noia.
La sera in cui Carlo, con la voce rotta dall’emozione, e arrossendo, con l’aria buffa di un bambino timido, che recita in piedi,  sulla sedia del soggiorno, la poesia di Natale, le aveva proposto di diventare sua moglie, era tornata a casa dal ristorante assaporando un trionfo cinico, senza allegria.
Gli avrebbe detto di no, certo, lo avrebbe umiliato, lo avrebbe fatto sentire l’ultimo dei vermi. Sarebbe morto dall’umiliazione. Sarebbe morto... sarebbe morto...
E se fosse morto? Se Carlo fosse morto dopo il matrimonio? Lei sarebbe stata libera, avrebbe potuto cominciare una nuova vita, avrebbe potuto riprendersi Francesco. Certo, sarebbe stato difficile all’inizio farsi perdonare, ma poi lui avrebbe capito lei gli avrebbe spiegato, lui le avrebbe creduto.
In fondo non faceva nulla di male. Tina cominciò a mentire a se stessa, come la maggioranza degli esseri umani quando decidono di fare cose immorali. Era Carlo che insisteva a volerla sposare. In fondo avrebbe avuto ciò che voleva, lui sapeva che lei non lo amava. Sarebbe stato felice, avrebbe ottenuto quello che voleva, ogni cosa ha il suo prezzo, no? E se Ilejana si fosse sbagliata? In fondo tra i due, era lei quella che ci perdeva di più. Era tutto basato su di una macchia sul fondo di una tazza di caffè. Una probabilità magari remota.
Tina non avrebbe mai potuto rischiare di essere la causa, seppur indiretta, della morte di Francesco. Ma con Carlo era un’altra cosa. L’avrebbe sposato e se poi la predizione si fosse avverata, bene (Tina ebbe, suo malgrado un brivido) se non si fosse avverata... pazienza, avrebbe divorziato e sarebbe stata libera a quel punto, comunque.
Per la prima volta, dopo mesi, dormì serenamente. Il giorno dopo disse di sì a Carlo ed annunciò al resto della famiglia che lo avrebbe sposato la domenica successiva, durante il pranzo.
Il padre era entusiasta, sua madre la guardò intensamente e non disse nulla. Nel pomeriggio si affacciò nella stanza di sua figlia che leggeva  una rivista, sdraiata sul letto.
- Tu hai qualcosa in testa – le disse - Non so che cos’è ma so che non mi piace. Ami ancora Francesco e per te Carlo non è nessuno. Che vuoi fare?
- Ma che dici mamma? Sono felice e basta. Carlo è l’uomo giusto per il matrimonio.
Tina rispose continuando a tenere gli occhi sulla rivista mentre cercava di controllare il tremito delle mani. Non aveva mentito.

Il matrimonio fu semplice e organizzato rapidamente: entrambi gli sposi lo desideravano. Tina aveva scelto un appartamento non lontano dallo studio del padre di Francesco. Non si poteva mai sapere, un domani...
Dopo il matrimonio, la donna che Carlo si trovò accanto non era affatto differente da quella che aveva visto durante la loro lunga frequentazione e breve fidanzamento.
Una giovane moglie bella e sensuale, dai modi cortesi, che si trasformava in una statua di ghiaccio quando lui le si avvicinava per toccarla, abbracciarla o baciarla. Questo esasperava il desiderio di Carlo che si era, col tempo, abituato a fare sesso con un manichino morbido e consenziente.
Tina faceva la moglie e aspettava. All’inizio sobbalzava ogni volta allo squillo del telefono e rispondeva trepida, pensando che sarebbe stata la volta buona.
Poi, piano piano la sua speranza si era affievolita. Il tempo passava.
Passava le giornate in casa, o dal parrucchiere e dall’estetista, voleva essere bella per Francesco, voleva renderle impossibile resisterle quando lei si fosse presentata a lui.
Dopo due anni di matrimonio la presenza di Carlo era diventata quasi esasperante, le dava fastidio tutto di lui, dalla maniera in cui si allacciava le scarpe la mattina, al dopobarba che usava. Trovava  intollerabile il  modo in cui lui si portava il cibo alla bocca e il gesto col quale usava la salvietta per pulirsi le labbra.
Era disgustata dal trovare l’asse del water sollevato quando lui usciva dal bagno e le strisce del dentifricio nel lavabo dopo che si era lavato i denti.

Dopo due anni e mezzo di matrimonio scoprì di essere rimasta incinta. All’inizio aveva sperato in un banale ritardo, ma poi si era accorta con orrore che si trattava di  una gravidanza.
Quando si era accorta delle due barrette rivelatrici, sull’asticella del test, era stata presa da un attacco isterico, aveva cominciato ad urlare,  graffiarsi e darsi pugni sulla pancia.
Ricordava bene le parole di Ilejana:
“L’uomo che sposerai morirà. E senza neanche farci  un figlio”. E ora, questa gravidanza. Pensò al figlio che portava dentro di sé: figlio suo e di Carlo. Le parve una mostruosità, che dei mostri alieni l’avessero invasa e la stessero divorando dall’interno.
Raccontò a Carlo che doveva andare a trovare Marina, per qualche giorno. A Marina chiese di reggerle il gioco, le disse che voleva fare una piccola plastica al seno e che non voleva che Carlo ne sapesse nulla.
L’interruzione di gravidanza non fu difficile, era una donna molto giovane e si riprese in fretta. Al ritorno  a casa trovò Carlo ad aspettarla inquieto.
- Dove sei stata?
- Da Marina, te l’ho detto.
- Stai mentendo
- Non mento, lo sai.
Carlo la vide bellissima, altera e pallida. Sua moglie, davanti a lui, come nel suo letto tutte le notti: intima e irraggiungibile.
La prese per un polso e la colpì in pieno viso con uno schiaffo. Tina vacillò sotto il colpo ma non disse nulla, girò sui tacchi e andò a chiudersi in camera da letto.
Carlo passò tutta la notte dietro alla porta a supplicarla di farlo entrare. La mattina dopo Tina aprì la porta della stanza da letto, perfettamente truccata e pronta per uscire, passò davanti a Carlo sdraiato sul divano senza dire una parola.

La vita matrimoniale era ripresa normalmente. Tina prendeva la pillola di nascosto. Carlo insisteva per fare controlli per la sterilità ma Tina ribatteva che lei era talmente giovane che  non era il caso di darsi pensiero, e ad ogni modo era presto, per il momento potevano godersi la vita.
Carlo annuiva anche se non gli era chiarissimo a quale tipo di piaceri Tina facesse riferimento. La presenza di Tina in casa era carica di degnazione, lui sentiva che, in qualche modo, il solo fatto che sua moglie fosse lì, accanto a lui, fosse per lei uno sforzo e per lui un privilegio.
La telefonata decisiva Tina la ricevette una mattina di febbraio, la voce era quella di Filippo, il suo vecchio amico, ancora innamorato di lei.
- Come va?
- Tutto bene – rispose Tina, meccanicamente – e tu?
- Bene anch’io. E Carlo?
- Bene anche lui: Filippo, devi dirmi qualcosa?
Tina conosceva Filippo e l’inizio telefonata così formale, era sospetto.
- Indovina chi si è fidanzato?
Tina aveva indovinato subito, forse ancor prima della domanda, la risposta. Fece l’indifferente. Mostrò di ricordare la storia tra lei e Francesco come una storia tra ragazzini. Il cuore le martellava nelle orecchie e non vedeva l’ora di troncare la conversazione.
Non appena ebbe riagganciato, Tina corse al bagno a vomitare. Si era buttata in ginocchio, aggrappata al bidet, e singhiozzava.
Francesco non la stava aspettando. Questo rendeva tutto molto più complicato. Doveva sbrigarsi prima che fosse troppo tardi, si era appena fidanzato, era ancora in tempo. Che aspettava Carlo a morire? Carlo doveva morire!!!
Davanti a lei sfilarono le immagini del suo fidanzamento con Carlo, del suo matrimonio, di tutte le volte che Carlo l’aveva toccata e lei aveva sopportato tutto persino che lui l’avesse picchiata... solo per salvare la vita di Francesco!
Si rialzò e si sciacquò il viso, sollevò lo sguardo e rimase qualche istante a guardare la propria immagine allo specchio. Si diresse in soggiorno. Prese un posacenere pesante dalla mensola del camino e cominciò a colpirsi. Resisteva al dolore mordendosi le labbra.
Quando fu sufficientemente tumefatta, si precipitò al pronto soccorso. Disse che era cascata dalle scale.
Non le credettero.
Carlo invece le credette, la accarezzò e le disse che doveva stare attenta, che si strapazzava troppo. Tina cominciò ad urlare, che era stufa di fare tutto lei, di stare sempre sola, che lui era un egoista.
Anche Carlo cominciò ad urlare per calmarla.
Il giorno dopo Tina si fece vedere in giro nel quartiere, tumefatta e zoppicante. A chi le chiedeva che cosa fosse successo, rispondeva, abbassando, lo sguardo, che era caduta dalle scale.
Ma nessuno le credeva.
Tina aveva imparato come farsi grosse ecchimosi senza sentire troppo male, si era anche buttata dalle scale veramente, un paio di volte, rischiando di spezzarsi una gamba.
A Carlo aveva detto di essere in cura da un neurologo per disturbi dei centri dell’equilibrio e della deambulazione. Suo marito, preoccupato, si era offerto di accompagnarla dal medico; Tina aveva cominciato ad urlare che voleva occuparsi lei di se stessa, e che era stanca della sua sfiducia.
I medici del pronto soccorso ormai la conoscevano. Le infermiere la accudivano amorevolmente e lanciavano ogni sorta di maleficio contro quei bastardi degli uomini pronti ad approfittare di una giovane donna inerme.
Qualche volta, la sera, Tina camminava dalle parti della stazione dei carabinieri e restava per qualche minuto sul marciapiede di fronte, con la testa bassa, alzando solo gli occhi, ogni tanto, in un guizzo selvaggio, finché qualcuno non la notava, e allora andava via.
Se lei e suo marito uscivano insieme, Tina si teneva leggermente indietro a Carlo, con lo sguardo basso. Carlo finiva per spazientirsi e la prendeva per un braccio, insofferente, per farla avvicinare.
Lei gli gettava un’occhiata inquieta e riprendeva a camminare aggrappata al suo braccio, talvolta vacillante, come se le gambe non la reggessero.
Spesso la sera li udivano litigare. Soprattutto era chiara la voce di Tina che urlava disperata. Poi la sentivano singhiozzare dalla finestra del bagno.
Si era confidata con la moglie del macellaio del quartiere, che le portava la carne a domicilio, perché spesso Tina si sentiva troppo debole per uscire: Carlo era un uomo meraviglioso ma esasperato perché desiderava disperatamente un figlio e lei non riusciva a darglielo. Lei era anche rimasta incinta, una volta, ma poi, era cascata dalle scale, quella scalinata maledetta, così ripida... e aveva perso il bambino.
Tina era scoppiata in un pianto sommesso e disperato. La moglie del macellaio aveva capito. Tutti quelli del quartiere avevano capito. Che brutta situazione. Bisognava convincere Tina a denunciare quel mostro del marito, ma lei era troppo innamorata, si vedeva.
La figlia del farmacista, Luisa, che si stava laureando in Psicologia, l’aveva detto, si trattava di un caso chiaro di “Sindrome di Stoccolma”: una simbiosi patologica tra vittima e carnefice.

Era un sabato all’ora di pranzo, il quartiere era calmo. Molti negozianti erano nel bar a mangiare un panino in fretta.
Tina aspettava il rientro di Carlo, seduta al tavolo della cucina, si era colpita più volte con del ghiaccio avvolto in uno strofinaccio, poi con il coltello si era fatta delle piccole ferite e si era sparsa il sangue sul collo, sul viso e sulle mani.
Carlo era rientrato per il pranzo e vedendola era rimasto senza parole.
- Ma... ma che hai fatto?
Tina aveva preso ad urlare:
- Che ho fatto? Che hai fatto tu! Guarda come mi hai ridotta... sei un maniaco, sei un pazzo...
- Tina calmati, calmati...
- Non mi toccare! - lei aveva continuato ad urlare - non toccarmi mai più o mi ammazzo!
Tina aveva il coltello tra le mani, cominciò a correre verso le scale, inseguita da suo marito.
- Tina, fermati... fermati!
Tina era ormai per strada:
- Aiuto! Aiuto, mi ammazza!
Carlo la raggiunse la prese per i polsi. Lei si gettò in terra trascinandolo con sé e continuando a urlare:
- Aiuto! Aiuto...
Mentre Carlo tentava di immobilizzarla, Tina riuscì a divincolarsi e a colpirlo prima ad un fianco e poi all’addome. Continuò a scagliarsi con ferocia, anche sul corpo ormai immobile, col sangue che le schizzava sul viso, sugli abiti, che le inzuppava le mani.
Qualcuno l’aveva infine afferrata per le spalle, un’altra mano decisa, le aveva preso saldamente il polso e le aveva tolto dalle mani il coltello da cucina.
La moglie del macellaio, le avvolse le spalle con qualcosa, forse un asciugamano.
- Coraggio signora, è tutto finito.
Tina si sollevò da terra barcollando e guardò la signora accanto a sé e il cadavere ai propri piedi. Sì, è finita. Pensò. Tutti hanno visto tutto. Tutti sanno.
Lasciò andare il coltello, che cadde, senza rumore, nella pozza rossastra.