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giovedì 9 aprile 2015

Gli amici si vedono nel momento della felicità

Dobbiamo smetterla di alimentare un'annosa menzogna, quella secondo la quale gli amici di vedono nel momento del bisogno.
L'amicizia vera, secondo questa vecchia e diffusa credenza, si vedrebbe quando siamo nella disgrazia, quando stiamo male. I veri amici accorrono al nostro fianco quando siamo in lacrime, quando non ne possiamo più.

Nulla di più falso. Che ci vuole, dico io, che ci vuole? A meno che non siamo specialisti della lagna multipla, se siamo dotati di un minimo di autoironia, in grado di pagarci una pizza, o abbiamo un forno funzionante, troveremo con la massima facilità qualcuno che sia al nostro fianco per sentirci sciorinare le nostre difficoltà, sostenendoci e godendo di una serie di vantaggi secondari non da poco:

- pensare: meglio a lui che a me;
- sentirci saggi
- farci apprezzare di più quello che abbiamo
- sentirci utili
- scansare cene a cui non avevamo voglia di andare con la scusa: "sai, il mio amico sta tanto male..."

e potrei continuare all'infinito.

Gli amici, quelli veri, sono quelli che ti restano accanto nel momento della felicità. Sono quelli che, senza provare neanche un minimo di larvata invidia possono vederti volare vari metri sopra il cielo, sentirti sciorinare la magnificenza del partner di turno, decantare la meraviglia del posto in cui sei in vacanza, del meraviglioso lavoro che hai finalmente trovato, che realizza tutti i tuoi sogni, la tua illimitata potenzialità creativa e ti fa anche rimorchiare, senza doversi ripetere in continuazione mentalmente "tanto non dura, tanto passa...".

Ed è proprio il fatto che conosciamo questa verità che, secondo me, ci spinge a nascondere i nostri successi, a rispondere raramente o mai "benissimo" a chi ci chiede come stiamo, e a andare in giro come araldi del lamento (sapendo che NESSUNO dei nostri cari amici prenderà sul serio i nostri post trionfali su Facebook).

Perché preferiamo essere lamentosi e circondati di umana solidarietà che svettare felici e solitari nel vento.

Concludendo, se vogliamo sapere chi ci è amico davvero, nella remota ipotesi dovesse capitarci di essere felici, guardiamoci attorno e vediamo chi è restato.

E comunque, sappiate, io sto DAVVERO male.

domenica 27 ottobre 2013

La bambina con le trecce

Andavo a messa tutte le domeniche quando ero bambina.

Le mie amiche erano compunte, deliziose, con i nastri nelle chiome. Io ero magrissima, smunta, pallida, piena di lentiggini e malinconica.

Mia madre mi acconciava i capelli in due trecce leggere -avevo i capelli sottili, allora – all’estremità delle quali annodava piccoli elastici con delle sfere di legno colorate.

I capelli mi tiravano sulla testa, mi facevano male, e sotto la frangia la mia faccia da topo sembrava ancora più buffa; accettavo la pena con rassegnazione, sapevo che le trecce erano l’unico modo di evitare che i miei capelli si annodassero e di piangere quando venivo pettinata.

Quando sedevamo in chiesa, le mie amiche si guardavano il vestito della domenica, il mio raramente era bello, non ci potevamo permettere grandi lussi, ero l’ultima di cinque figli e solo mio padre lavorava, ma non mi importava, il mio sguardo era fisso sull’altare, ero attenta a ogni momento, mi commuovevo a ogni istante.

Mi sembrava di vedere la luce di Dio filtrare dalle vetrate colorate di quella chiesa di periferia, dagli arredi scarni, in cui l’odore dell’incenso mi faceva pensare che in qualche modo respiravo la salvezza.

Quando avevo fatto il catechismo per la prima comunione ero l’unica che ascoltava, l’unica che faceva domande, che chiedeva il senso delle parole delle preghiere.

Ora mi rendo conto che mettevo in difficoltà quelle volenterose liceali che a volte mi guardavano con tenerezza, a volte con insofferenza, ma mai con un vero fastidio.

Crescendo le  mie domande erano cresciute con me.  A scuola durante l’ora di Religione, le mie amiche ripassavano le altre materie, schizzavano cuori sui diari, io mi sedevo accanto al professore e gli facevo domande.

Un giorno gli domandai: “Don Pasquale, ma lei non vede contraddizione tra libero arbitrio e onniscienza divina?”.

Mi fissò con i suoi occhi azzurri buoni, nel viso circondato dalle rughe. Dalle mie parti i preti erano spesso anche contadini, con la pelle cotta dal sole.

“Perché non ripeti Matematica, come stanno facendo le tue amiche?”.

Fu allora che capii davvero, per la prima volta, che chi cerca risposte è solo.

Man mano che andavo avanti le rispose che trovavo mi piacevano sempre meno. L’omelia iniziò a sembrarmi violenta. Le imposizioni della morale sessuale irragionevoli e innaturali. L'opulenza del Vaticano, i diktat politici, la misoginia, ingiuste.

Vedevo attorno a me i sedicenti cattolici trattare la religione come un’insalata, il matrimonio in chiesa sì, ma il divieto dei rapporti prematrimoniali no, il battesimo sì, il divieto degli anticoncezionali no, ecc.

Perché? Mi domandavo. Che senso ha? Dio se esiste non può volere questo, non può volerci imprigionare nell’obbligo dell’incoerenza.

Così decisi di farlo.

Un giorno qualunque quando mi è arrivata la lettera della Diocesi, in cui il mio “sbattezzo” veniva confermato,  a meno che non ci avessi ripensato. Mi invitavano comunque al dialogo col Vescovo. Ci ho pensato, a dire il vero. Ho rivisto me stessa sul banco di scuola mentre le mie amiche chiacchieravano, durante l’ora di Religione, le persone durante la messa, scambiarsi SMS, chiacchierare tra loro, far squillare il telefono, spendere migliaia di Euro per un matrimonio in Chiesa, invece di darli in beneficenza.

Ho ripensato alla serietà con cui avevo preso la Prima Comunione, quanto avevo sentito la Cresima.

Ero stata tradita. Ma da chi? Da che cosa? E perché? Forse è necessario perdere le persone come me, per tenere tutti gli altri.

Ho guardato di nuovo la lettera nella mia mano, una lettera che mi diceva, in qualche modo, che non ero più come loro. Un ultimo sguardo dentro di me alla bimba smunta, con i pantaloni di fustagno e la maglia a righe, la testa china nella preghiera.

Le ho carezzato dentro di me le trecce sottili, e ho chiuso tutto in un cassetto. Per sempre.

domenica 13 gennaio 2013

IMMAGINA CHE SOGNI


Le tende chiare si muovono appena. Entra odore di fresco come la mattina presto. La luce che filtra è ingrigita dalle tettoie.
La bambina è concentrata nel gioco, seduta sul divano, ginocchio contro ginocchio. I capelli lisci e biondi le piovono disordinatamente intorno al viso. Il mento appuntito sorge ogni tanto come tra le cortine di un teatro, un triangolo rosa tra i ciuffi.

I passi della mamma sul parquet somigliano a un mano guantata che bussi.
- Martina, andiamo a fare la doccia. Lei posa il gioco e si lascia scivolare giù dal divano. Cammina lieve anche lei tra i mobili antichi e i tappeti pesanti. La casa è grande, troppo ormai per due persone.
Il pigiamino è un mucchietto informe sul pavimento del bagno. Le mani della sua mamma sono energiche e premurose, un abbraccio e una carezza, vorrebbe fare da sola così fanno metà e metà, la mamma controlla solo che si lavi bene e che abbia sciacquato via tutta la schiuma, tiene la testa bassa e ogni tanto fa un sorriso come se all’improvviso Martina le fosse tornata in mente. E’ persa e spenta come se la stanza di sua figlia le fosse estranea, come se non avesse scelto lei le tende con le grosse balze di georgette, se non avesse costruito con le proprie mani l’impalcatura sulla quale i peluche impeccabili e ordinati si arrampicano. Fa sedere la piccola sul letto e le infila i vestiti come se fosse un manichino in una vetrina. Quasi mai alza lo sguardo a incontrare quello di sua figlia che invece cerca continuamente i suoi occhi.
Un muro d’argento sembra dividerle, uno specchio opaco e impenetrabile mentre l’aria che entra si impregna di rumori e di odori e il giorno matura giallo e pieno.
Oggi Martina va a conoscere la fidanzata di papà. Patrizia, la mamma, non sa perché, ma vuole che la figlia sia ancora più bella, quella figlia che è e sarà sempre parte di tutti e due, il cui nome era stato scelto insieme in un pomeriggio che fuori pioveva e non c’era altro da fare che pensare a un nome che avesse dentro qualcosa di primaverile, un suono tintinnante.
E le pettina i capelli lisci e profumati con un pettine bianco, le ciocche le pendono ai lati del viso. Le fa le trecce e gliele scioglie, le fa i codini e le scioglie anche quelli. Suonano il campanello,
- Una volta tanto è puntuale… La mamma si morde le labbra, non avrebbe voluto dirlo e, chissà perché, anche questo le fa male.
Infila alla bimba il soprabito chiaro e le sistema ancora una volta i capelli intorno al viso, gli occhi, enormi e scuri, proiettano un’ombra, come un lama nei suoi
- Mi raccomando, tesoro.
La bambina scende la rampa di scala passo dopo passo reggendosi al corrimano  e Matteo, il papà è fuori che l’aspetta, altissimo e biondo anche lui e i suoi capelli sono sempre disordinati come se il vento li avesse appena scompigliati e sorride a Martina baciandole le guance rosee e morbide Le tiene la mano, chino verso di lei, quasi girato, come se stesse cospargendole di petali il cammino.
Piove poco, le foglie già disegnano un tenue sentiero autunnale sulla seta scura dell’asfalto. C’è odore di silenzio e i pochi suoni sono trasparenti e vicini. I piccoli piedi sono calzati di chiaro e sembrano perle che rotolano lentamente sotto il soprabito ben abbottonato.
Matteo vuole tenerla per mano  perché ha paura. Ha paura dell’espressione del suo viso. Gli sembra sempre che lei sappia qualcosa che lui non ha mai saputo. Sarà perché mai in lei ha trovato un’ombra di sè. La sua mano è pesante, si deve piegare per sostenerne il peso. Eppure è così piccola che la sua scarpa entra ancora tutta nella mano del suo papà. Cercherà il suo perdono per tutta la vita e sa che mai lo otterrà perché si sente innocente. Vorrebbe essere colpevole per poter essere perdonato. Matteo si avvicina alla macchina, apre lo sportello e adagia la bambina, piccola e pesante, sul sedile posteriore. Lei sempre lo fissa, solo ogni tanto si osserva i bottoncini delle scarpe, quasi allo stesso modo. Lui si siede alla guida e comincia ad andare. Non sa che dire, accende la radio e mette una cassetta dello Zecchino D’Oro che ha comprato apposta. A Martina non piacciono le canzoni per bambini ma non dice niente. Per fare contento il papà sta zitta. Le viene sonno. Sente che le sue palpebre la tirano verso il basso.
Il viaggio in macchina è sempre lungo per lei. Finalmente sono arrivati a un cancello, oltre il cancello c’è un giardino grande pieno di aiuole verde brillante. Entrano e il papà citofona a uno dei campanelli. Qualcuno apre senza chiedere chi è.
L’ascensore scivola in alto e la bimba vede se stessa nel grande specchio illuminato. Quando le porte si aprono, sul pianerottolo appare una donna. E’ diversa dalla mamma, è più tonda, pensa Martina. La mamma ha più spigoli. Il papà la prende in braccio con una specie di gemito. Questa è Martina dice, Martina, questa è Gloria. Gloria scopre orizzontalmente i denti. E’ vestita di chiaro. Entra, dice alla bambina, dammi il cappottino. L’appartamento è chiaro e lineare non ci sono addobbi, né soprammobili. C’è una musica che si diffonde e sembra provenire dalle lampade gialline attaccate al muro. Sicuramente mi offrirà un biscotto, pensa la bambina, o caramelle. Fanno sempre così. Speriamo ci sia un gatto. Vuoi un dolce? Quasi c’ero, pensa la bambina. E di gatti neanche l’ombra. Hai un gatto? Gloria sgrana gli occhi, no, non ce l’ha un gatto. Martina non pensa di aver fatto una domanda così strana. Va a sedersi sul divano chiaro con grossi fiori. Il papà le toglie il soprabito e lei ora vorrebbe dormire, dato che un gatto non c’è e veramente non saprebbe che fare.
La piccola sta per addormentarsi. Matteo la lascia addormentare. Dovrebbe dire o fare qualcosa ma non sa neanche perché è lì. Gli sembrava solo che fosse giusto mettere insieme le parti importanti della sua vita.
Martina si è assopita. Lui è un po’ geloso dei suoi sogni ma non le dirà mai nulla di questo. E’ incantato, la luce della finestra accende i suoi capelli e scivola sul suo abitino a fiori. E’ un momento perfetto, sono soli nella stanza e lui si sente forte e potrebbe difenderla da tutto il mondo.
Il momento lirico, quasi eroico, viene interrotto dalla musica irritante del telefonino. E’ la mamma. La piccola dorme e lui si sente un po’ in colpa a dirlo e non sa perché. E’ sollevato quando sua figlia si sveglia all’improvviso e allunga il braccio verso il papà, condiscendente. Sì mamma, va bene… sì glielo dico. Ho detto sì… Ciao… Anch’io... Anche tu… Si stiracchia sul divano, come un gatto. Mamma dice che devi farmi i codini. Lui annuisce. Gloria, hai qualcosa per fare i codini? Gloria ha un espressione come quello del gatto.
Il soprabito chiaro le viene nuovamente infilato. Martina aspetta paziente che anche gli altri siano pronti a uscire. Entrano nell’auto tutti e tre e la bambina si abbandona con un sospiro sul sedile posteriore, pensa che se piovesse potrebbe fare disegni sui vetri ma neanche piove.
- Mi scappa la cacca. dice .
- Siamo arrivati. Risponde il papà.
- Posso telefonare a mamma per dirle che mi scappa la cacca? Il papà ridacchia. Gloria anche. Poi, davanti alla porta del bagno di un ristorante, ridacchiano tutti.
Martina sospira. E il papà la porta in bagno. Le spiega come deve fare per non appoggiarsi e lei lo guarda cupa. Gloria gli ha dato delle salviettine umide e lui non sa bene che farci. A un certo punto la bambina strilla papàaaaaa e lui corre con le salviettine. Allunga il braccio verso di lui con un atteggiamento di sufficienza. Arrivo subito, gli dice. Esce dopo qualche minuto perfetta e profumata. Il papà le porge il soprabito.
- Non voglio metterlo, ho caldo. Protesta Martina. E corre fuori dal ristorante, nella strada grigia e bianca. Cammina in silenzio tra il papà e Gloria fino alla piazza del paese. Passano davanti a bancarelle e chioschi. C’è qualche pittore che dipinge il porto, qualcun altro che tenta ritratti. Sei contenta che siamo venuti alla festa? La bimba annuisce. Le piacciono i colori e gli odori. Qualche venditore la chiama “signorina” e la invita ad avvicinarsi.
I pittori si immergono nei paesaggi e dipingono, i passanti osservano i pittori dipingere, qualche volta anche i pittori contemplano i passanti che ridono, si abbracciano o giocano con i loro cani. Martina si sente sollevare e appoggiare su di una sedia. Il papà ha gli occhi che gli brillano. Davanti a lei c’è un uomo con un cappello e un pennello. Vuoi farti un ritratto Martina? La bambina annuisce. Poi si appoggia al muro. E’ stanca di camminare, il grande parasole bianco le fa ombra, il pittore ha la pelle scura ed è molto serio, vorrebbe chiedergli della sua pelle: perché è così diversa dalla sua pelle bionda, perché le mani sono così grandi, perché le unghie sono rosa. Se conosce Albert, l’uomo che fa le pulizie a casa, anche lui scuro, ma con gli occhi più grandi.
Il pittore però non parla. Ogni tanto i suoi occhi si sollevano dalla tela e si spalancano, come in un lampo improvviso che fa balenare le orbite degli occhi tra il bruno della pelle e l’ombra. Il mare e i gabbiani, una carezza e un urlo. Sente l’odore delle barche che dondolano sulle piccole onde del porto. Martina non vorrebbe avere i codini ma ce li ha, tutti i bambini che passano le sembrano più contenti di lei, più allegri.
Matteo e Gloria ammirano il ritratto che il pittore sta cominciando a spennellare sulla tela. Poi si mettono a chiacchierare seduti ai bordi di un muretto quasi di fronte alla piccola. Martina li osserva con la coda dell’occhio per non girare la testa, come se li spiasse. Guarda me, dice il pittore, e sorride. E’ la prima volta che il pittore sorride. Il suo viso è così scuro che nell’ombra, sotto la visiera del berretto, è difficile distinguere i lineamenti. La bimba abbassa gli occhi e si sente arrossire, è l’unico sorriso che le sembra di vedere nella giornata, davanti a lei gli alberi delle imbarcazioni sono una selva di legno bianco e lucido.
Il papà fiero prende il disegno finito e lo mostra alla bambina. Tu sei più bella però, le dice, in questo ritratto sembri arrabbiata. A Martina non piace il ritratto, poi ha il terrore che i suoi codini restino lì per sempre, quelle ridicole protuberanze gialle che la fanno sembrare un orso di pezza. Ho fame, dice. Vuoi un gelato? Vorrei una pizza.
Si siedono al tavolino di un bar di fianco al porto. Al tavolo silenzioso arrivano frasi dai tavoli vicini, risate. E’ seduta, con i piedi che un po’ penzolano e il papà che le spia ogni movimento. Attenta, attenta. Non mangiare troppo in fretta. Sbrigati che si fredda. Vuoi bere?
Un cane nero si affaccia alla finestra del ristorante con i suoi occhi splendenti, guarda proprio lei, non il suo piatto, né le sue mani. A Martina piacerebbe giocare con lui. Ma è sporco, e chissà di chi è.

Dopo la pizza e il succo di pera tutti e tre fanno una passeggiata fino alla spiaggia. Martina vede un uomo e una donna che scivolano pedalando sulla sabbia e sembrano leggeri e felici. Forse perché non hanno bambini, pensa. Deve essere così. I bambini sono un impegno, un peso. Se vuoi uscire devi sempre trovarti qualcuno che te li tenga. Forse, papà e mamma si sono divisi per questo, così uno può tenere lei mentre l’altro può uscire e fare quello che vuole. Il papà è curvo come sotto un soffitto troppo basso, come se il cielo lo schiacciasse.
L’uomo in bici si ferma e anche la donna si ferma, insieme indicano qualcosa aldilà dell’orizzonte. Martina si solleva sulle punte ma non vede nulla. La sabbia le gratta le piante dei piedini ed il tallone diventa sempre più pesante. E’ almeno un passo indietro, il papà ogni tanto si volta e rallenta. Martina è talmente stanca che non vuole neanche più lamentarsi.Al ritorno nella macchina, la radio è accesa, ci sono le canzoni facili, che alla radio danno spesso. Papà e Gloria parlano della festa del paese, dei ritratti e delle barche e ogni tanto si girano “è vero?” le chiedono. 
Suonano alla porta e la mamma apre. E’ bella e profumata, elegante come se stesse per uscire. Scruta Martina, sospettosa. Ha mangiato? Ha dormito? Che è successo alle sue scarpe? E quelli ti sembrano codini?
Martina si leva il soprabito e lo butta su una sedia, poi si siede sul divano a sfogliare un fumetto. Quando rimangono sole, la mamma le prepara la cena nei soliti piatti a papaveri e oche. Cenano e mamma fa domande su ristoranti, bancarelle e oggetti. Sua figlia non le dice del ritratto. Non le dice della casa di Gloria.
Dopo il bagno la piccola è a letto, le lenzuola profumano di vaniglia come i cassetti della mamma. La sente parlare al telefono, deve essere la zia. E’ arrabbiata, la voce le trema. Fa domande di continuo ma non aspetta mai la risposta. Fortuna che la bambina ancora non capisce, dice.
Martina serra gli occhi, vuole dormire presto e scivolare via. La notte è una signora pacioccona che la copre con una coperta azzurra e le sorride. La stanza in penombra è bella e pulita. A lei piace stare così, anche se qualche volta il silenzio diventa intenso da tapparsi le orecchie. Le piace sentire i rumori degli alberi e il ronzio della televisione, la fa sentire meglio.
Mamma è triste, papà era imbarazzato. Lei sa di aver sbagliato ma non saprebbe dire cosa. Le sembra che, se qualcosa è andato storto, la colpa sia sua anche se non sa bene perché. Prima i suoi genitori vivevano insieme ma non erano felici lo stesso. Martina vuole dormire perché non vuole  pensare ai grandi e alle loro tristezze e all’errore che non riesce a capire. Vuole dormire e dimenticare tutto, svegliarsi lontano in una casa con un gatto e un cane nero alla finestra.
Vorrebbe avere una bacchetta magica e veder sorridere tutti oppure semplicemente svanire, che forse è lo stesso.
La mamma pensa che Martina stia già dormendo, immagina che sogni.

sabato 20 ottobre 2012

Nostalgie - I sogni di chi è sognato


La bellezza è una professione. Richiede sacrifici, ore davanti allo specchio, ma non basta. La bellezza è anche modo di parlare, di muoversi, di far scivolare i vestiti su di sé.
Lei è nata bella, bellissima, è anche cresciuta bella. Ha sempre saputo che cosa dire e che cosa fare. E’ sempre stata impeccabile. Non ha mai pesato  un etto di più né un etto di meno. Non ha mai avuto l’acne. Non ha mai avuto neanche l’alito cattivo e le ascelle puzzolenti.
E  i  peli superflui le sono sempre cresciuti poco, radi e biondi. Il suo sorriso è sempre stato perfetto senza bisogno di apparecchio. Non ha mai avuto bisogno degli occhiali, né del busto, né tantomeno delle scarpe ortopediche. Nell’aula di danza classica era la più leggiadra, in palestra la capigliatura non le si scompone mai. L’accappatoio non le gocciola e i capelli in acqua le si pettinano automaticamente con il getto della doccia.
Lui è atletico, alto, di buona famiglia. Bravo a scuola senza essere secchione, sportivo senza essere atletico, intelligente senza essere pesante.
Muscoli sodi, non da culturista, tartaruga, ma senza esagerare. L’auto che ci vuole, senza ostentazione e senza modestia.
La va a prendere e la porta al ristorante giusto, alla moda senza essere “quello alla moda”. Ordina un vino prezioso, di cui conosce l’annata e la storia, gioca con lei.
La sera è perfetta, le battute arrivano a tempo, la risata spontanea ed entusiasta.
A casa di lui, più tardi, lei si siede sul divano bianco e acciaio, lineare; lui le siede accanto. La guarda e le accarezza una guancia, la mano le scivola sul collo. La bacia attirandola a sé, il sapore dolce delle loro salive si fonde. Quando il vestito scivola via, scopre una lingerie perfetta, lui apre la camicia e ha un petto ampio, profumato, su cui lei può allargare la mano, con le unghie laccate che non lo graffieranno mai, come se fossero state limate dal vento.
I loro gesti sono sincronizzati e armonici, rispetto alla musica che suona, rara e preziosa, alla luce dorata che rende morbide le loro ombre.
E lui pensa agli occhi di lei che lo guardano, pieni di ammirazione e desiderio. Lei pensa alle mani di lui che l’accarezzano ebbre di incanto e passione. Entrambi si beano del desiderio che hanno saputo suscitare, come se vedessero se stessi dall’alto, protagonisti di una scena erotica, premiata a Cannes.
Quando tutto finisce, si lasciano andare. Lui le accarezza la schiena bianca e nuda. Lei infila il piede affusolato tra i suoi polpacci sodi e muscolosi.
Lei non sa perché, pensa a una sera d’estate, quando un ragazzo impacciato le aveva preso la mano e le aveva messo tra le dita un fiore giallo. Era un ragazzo non molto alto, che lavorava come operaio nel camping in cui era in vacanza con le sue compagne dell’ultimo anno del liceo, un ragazzo semplice che la guardava senza mai parlare.  Lui l’aveva stretta a sé facendole sentire il suo desiderio. Lei lo aveva spinto via ed era corsa verso le sue amiche. Non lo aveva più visto, ma ogni sera, davanti alla tenda, trovava un fiore giallo.
Nello stesso istante lui pensa alla ragazza con cui faceva i compiti al liceo. Aveva una cotta per lui. Era la prima della classe e lui le dava corda abbastanza per tenerla legata, ma non troppo, perché non si dicesse che la illudeva.
Si erano visti l’ultima volta prima che partisse per l’università. La ricordava ferma davanti a lui, con gli occhi abbassati, i capelli raccolti in una coda.
E non sapeva neanche perché aveva avuto voglia di baciarla. Le aveva sollevato il mento con due dita e aveva incrociato il suo sguardo.
Poi senza dire nulla si era allontanato. L’aveva saluta con un abbraccio fraterno prima di andarsene.
E ora sente che quel bacio non dato, è stato il più bello di tutta la sua vita.

E si addormenteranno vicini, senza abbracciarsi.

mercoledì 28 dicembre 2011

Restiamo Soli


Le persone hanno paura di restare sole, per questo rimangono insieme. In realtà nulla ti fa sentire solo come un rapporto fallito. Che cosa tiene insieme le persone? Forse la paura della felicità.

Ci sono una serie di buoni motivi per restare insieme, anche se non ci si ama più:
- dividere le spese di casa
- non avere sufficienti soldi per il divorzio e le sue conseguenze (se si è sposati)
- avere qualcuno che ti paga le bollette e ti fa i bonifici (in alcuni casi)
- non essere costretti a cercare di essere simpatici e attraenti con il partner
- avere prezzi convenienti in alcuni tipi di vacanza e pacchetti benessere
- poter sfruttare le opzioni You&Me di alcune società di telefonia mobile
- avere un'auto con la targa dispari e una con la targa pari
- avere una scusa per non presenziare alle cene di amici e parenti addossandone la responsabilità all'altro
- avere un argomento di conversazione quando si parla di rapporti con l'altro sesso
- avere qualcuno che ti fa le valige (sempre in alcuni casi)
- poter gestire meglio i rapporti occasionali

E potrei continuare.

Ma la paura della solitudine... no.