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venerdì 17 aprile 2015

Che cos'è un padre?

Sono stata colpita da una frase che mi è stata detta ultimamente da una persona cara.

"Per me lui non è mio padre. Non lo è mai stato. Non so come sia avere un padre."

Allora mi sono domandata che cosa voglia dire essere un padre. Credo che ancora, nell'immaginario collettivo essere madre è più chiaro che essere padre.
La madre è quella che ti accudisce, ti consola, ti accoglie, sempre e comunque, che ti ha dato la tua vita e ti darebbe la sua. Il padre anche?
Non saprei dirlo. Io so come è stato mio padre. Era un padre ingombrante, presente, rumoroso, qualche volta invadente.
Il suo modo di occuparsi di noi era provvedere economicamente per la famiglia. Non ha mai avuto un lavoro dipendente e ogni giorno, diceva, doveva inventarsi il suo guadagno, inseguire i clienti, controllare che lo pagassero, trattare con persone difficili, e certo non era il suo forte.
Ho mai potuto pensare di lui che non fosse un padre? Non un buon padre, semplicemente un padre. Ancora, una volta, che vuol dire?

Forse associo il padre, mio padre alla dignità dell'onestà e del lavoro. 
Mio padre aveva orrore dei debiti, per lui era un problema persino fare le rate, e quando ha potuto farlo ha estinto il mutuo della casa, anche quel debito, ormai così comune per lui era inaccettabile.
La mia famiglia non è mai stata benestante e io mi sono mantenuta agli studi con il mio stipendio da impiegata diplomata, quando mio padre mi vedeva tornare la sera dall'ufficio, dopo nove o dieci ore di lavoro e mi vedeva stanca, china sui libri, mi diceva:
- Se non te la senti, puoi lasciare, papà te la paga l'università.
Ma io scuotevo la testa, ci tenevo a non pesare. Ce la facevo a lavorare e studiare. Ho tenuto duro.

Quando mi sono laureata ha detto che è stato il giorno più bello della sua vita. 
Non credo fosse vero, ma non importava. Credo che gli pesasse il fatto che avessi scelto di pagarmi gli studi, che sentisse di non aver fatto abbastanza per me. 
E io so che molti pensano che il lavoro, la fatica, non sia di per sé un valore, e forse non lo è, ma per me sapere provvedere per me stessa, non dovere niente a nessuno, continua a essere, ancora oggi, qualcosa di cui essere fiera, e questo me lo  ha trasmesso mio padre.

Quando papà è morto era ottobre, aveva smesso di lavorare solo qualche mese prima, aveva 81 anni.
Un suo amico ha detto al suo funerale: è morto giovane, come voleva.
E può darsi che sia questa la chiave, che vuol dire avere un padre, io l'ho saputo il giorno in cui non l'ho avuto più. 
Era l'uomo di cui cercare la mano nei momenti più bui, più di quanto non avrei cercato l'abbraccio di mia madre, protezione, prima della consolazione, c'era stato sempre quando avevo avuto bisogno di sentirmi forte.  E ora non più, mai più.
Eppure certe volte penso: ho tanto di mio padre dentro di me, che per staccarmi da lui che lui sia morto non basta, dovrò morire anche io. 

E forse neanche allora, e come quando da piccola  avevo paura, dall'altra parte troverò la sua mano ad aspettare la mia.

lunedì 25 marzo 2013

Lei ed io


E’ da te.
Sei sempre stato inopportuno e ipocrita. E ora che non ci sei più, della tua facciata sembra non importarti più nulla.
Eccoci qui, davanti al notaio, le due donne della tua vita. Lei e l’altra.
Io sono sempre restata l’altra. Per decenni, sempre l’altra.
Anche se oramai tutti sapevano, anche se la facciata era incrinata. Ma lei era lei e io ero l’altra.
Lei era quella delle feste comandate, delle vacanze, delle foto di gruppo.
Io quella delle feste in casa, delle fughe improvvise, delle foto… “per favore meglio di no”.
Ma, all'improvviso eccomi su questa strana ribalta. La tua malattia, forse, i mesi in quell’ospedale in cui io venivo a trovarti di nascosto, con la complicità di qualche amico. Ricordo il tuo sorriso pallido.
- Sei sempre bella.
Me lo dicevi quasi con dispiacere, con rabbia.
Non ci guardiamo io e lei.
Il notaio è imbarazzato, forse sa, o forse ha solo capito.
Lei è vestita di chiaro, quasi a rigettare il lutto, io di scuro, quasi a voler sparire, come sempre.
Dopo le formule di rito inizia a leggere i tuoi lasciti. Hai lasciato tutto in ordine come sempre e, alla famiglia, molto di più di quello che serve per campare. Poi sento il mio nome associato a un cospicuo vitalizio: “…per la sincera amicizia dimostrata in tanti anni di solido affetto”.
Sento il vomito salirmi in bocca, un sapore acido. Un pugno allo stomaco. La guardo, lei non mi guarda, è una statua di sale.
Il notaio mi scruta, cercando di capire. A me viene alla memoria una frase di una vecchia commedia napoletana: “I figli non si pagano”.
Mi alzo traballante dalla sedia. Mormoro, tra me e me, certa che in quella stanza sono l’unica in grado di capire:
- L’amore non si paga.
Mi giro, apro la porta e me ne vado.

Fuori l’aria è fresca, la primavera sta carezzando gli alberi.
Mi guardo in una vetrina, non sono più così giovane, ma sono sempre bella. E mi sento meglio.
Il tuo ultimo tradimento muore insieme a te.

domenica 13 gennaio 2013

IMMAGINA CHE SOGNI


Le tende chiare si muovono appena. Entra odore di fresco come la mattina presto. La luce che filtra è ingrigita dalle tettoie.
La bambina è concentrata nel gioco, seduta sul divano, ginocchio contro ginocchio. I capelli lisci e biondi le piovono disordinatamente intorno al viso. Il mento appuntito sorge ogni tanto come tra le cortine di un teatro, un triangolo rosa tra i ciuffi.

I passi della mamma sul parquet somigliano a un mano guantata che bussi.
- Martina, andiamo a fare la doccia. Lei posa il gioco e si lascia scivolare giù dal divano. Cammina lieve anche lei tra i mobili antichi e i tappeti pesanti. La casa è grande, troppo ormai per due persone.
Il pigiamino è un mucchietto informe sul pavimento del bagno. Le mani della sua mamma sono energiche e premurose, un abbraccio e una carezza, vorrebbe fare da sola così fanno metà e metà, la mamma controlla solo che si lavi bene e che abbia sciacquato via tutta la schiuma, tiene la testa bassa e ogni tanto fa un sorriso come se all’improvviso Martina le fosse tornata in mente. E’ persa e spenta come se la stanza di sua figlia le fosse estranea, come se non avesse scelto lei le tende con le grosse balze di georgette, se non avesse costruito con le proprie mani l’impalcatura sulla quale i peluche impeccabili e ordinati si arrampicano. Fa sedere la piccola sul letto e le infila i vestiti come se fosse un manichino in una vetrina. Quasi mai alza lo sguardo a incontrare quello di sua figlia che invece cerca continuamente i suoi occhi.
Un muro d’argento sembra dividerle, uno specchio opaco e impenetrabile mentre l’aria che entra si impregna di rumori e di odori e il giorno matura giallo e pieno.
Oggi Martina va a conoscere la fidanzata di papà. Patrizia, la mamma, non sa perché, ma vuole che la figlia sia ancora più bella, quella figlia che è e sarà sempre parte di tutti e due, il cui nome era stato scelto insieme in un pomeriggio che fuori pioveva e non c’era altro da fare che pensare a un nome che avesse dentro qualcosa di primaverile, un suono tintinnante.
E le pettina i capelli lisci e profumati con un pettine bianco, le ciocche le pendono ai lati del viso. Le fa le trecce e gliele scioglie, le fa i codini e le scioglie anche quelli. Suonano il campanello,
- Una volta tanto è puntuale… La mamma si morde le labbra, non avrebbe voluto dirlo e, chissà perché, anche questo le fa male.
Infila alla bimba il soprabito chiaro e le sistema ancora una volta i capelli intorno al viso, gli occhi, enormi e scuri, proiettano un’ombra, come un lama nei suoi
- Mi raccomando, tesoro.
La bambina scende la rampa di scala passo dopo passo reggendosi al corrimano  e Matteo, il papà è fuori che l’aspetta, altissimo e biondo anche lui e i suoi capelli sono sempre disordinati come se il vento li avesse appena scompigliati e sorride a Martina baciandole le guance rosee e morbide Le tiene la mano, chino verso di lei, quasi girato, come se stesse cospargendole di petali il cammino.
Piove poco, le foglie già disegnano un tenue sentiero autunnale sulla seta scura dell’asfalto. C’è odore di silenzio e i pochi suoni sono trasparenti e vicini. I piccoli piedi sono calzati di chiaro e sembrano perle che rotolano lentamente sotto il soprabito ben abbottonato.
Matteo vuole tenerla per mano  perché ha paura. Ha paura dell’espressione del suo viso. Gli sembra sempre che lei sappia qualcosa che lui non ha mai saputo. Sarà perché mai in lei ha trovato un’ombra di sè. La sua mano è pesante, si deve piegare per sostenerne il peso. Eppure è così piccola che la sua scarpa entra ancora tutta nella mano del suo papà. Cercherà il suo perdono per tutta la vita e sa che mai lo otterrà perché si sente innocente. Vorrebbe essere colpevole per poter essere perdonato. Matteo si avvicina alla macchina, apre lo sportello e adagia la bambina, piccola e pesante, sul sedile posteriore. Lei sempre lo fissa, solo ogni tanto si osserva i bottoncini delle scarpe, quasi allo stesso modo. Lui si siede alla guida e comincia ad andare. Non sa che dire, accende la radio e mette una cassetta dello Zecchino D’Oro che ha comprato apposta. A Martina non piacciono le canzoni per bambini ma non dice niente. Per fare contento il papà sta zitta. Le viene sonno. Sente che le sue palpebre la tirano verso il basso.
Il viaggio in macchina è sempre lungo per lei. Finalmente sono arrivati a un cancello, oltre il cancello c’è un giardino grande pieno di aiuole verde brillante. Entrano e il papà citofona a uno dei campanelli. Qualcuno apre senza chiedere chi è.
L’ascensore scivola in alto e la bimba vede se stessa nel grande specchio illuminato. Quando le porte si aprono, sul pianerottolo appare una donna. E’ diversa dalla mamma, è più tonda, pensa Martina. La mamma ha più spigoli. Il papà la prende in braccio con una specie di gemito. Questa è Martina dice, Martina, questa è Gloria. Gloria scopre orizzontalmente i denti. E’ vestita di chiaro. Entra, dice alla bambina, dammi il cappottino. L’appartamento è chiaro e lineare non ci sono addobbi, né soprammobili. C’è una musica che si diffonde e sembra provenire dalle lampade gialline attaccate al muro. Sicuramente mi offrirà un biscotto, pensa la bambina, o caramelle. Fanno sempre così. Speriamo ci sia un gatto. Vuoi un dolce? Quasi c’ero, pensa la bambina. E di gatti neanche l’ombra. Hai un gatto? Gloria sgrana gli occhi, no, non ce l’ha un gatto. Martina non pensa di aver fatto una domanda così strana. Va a sedersi sul divano chiaro con grossi fiori. Il papà le toglie il soprabito e lei ora vorrebbe dormire, dato che un gatto non c’è e veramente non saprebbe che fare.
La piccola sta per addormentarsi. Matteo la lascia addormentare. Dovrebbe dire o fare qualcosa ma non sa neanche perché è lì. Gli sembrava solo che fosse giusto mettere insieme le parti importanti della sua vita.
Martina si è assopita. Lui è un po’ geloso dei suoi sogni ma non le dirà mai nulla di questo. E’ incantato, la luce della finestra accende i suoi capelli e scivola sul suo abitino a fiori. E’ un momento perfetto, sono soli nella stanza e lui si sente forte e potrebbe difenderla da tutto il mondo.
Il momento lirico, quasi eroico, viene interrotto dalla musica irritante del telefonino. E’ la mamma. La piccola dorme e lui si sente un po’ in colpa a dirlo e non sa perché. E’ sollevato quando sua figlia si sveglia all’improvviso e allunga il braccio verso il papà, condiscendente. Sì mamma, va bene… sì glielo dico. Ho detto sì… Ciao… Anch’io... Anche tu… Si stiracchia sul divano, come un gatto. Mamma dice che devi farmi i codini. Lui annuisce. Gloria, hai qualcosa per fare i codini? Gloria ha un espressione come quello del gatto.
Il soprabito chiaro le viene nuovamente infilato. Martina aspetta paziente che anche gli altri siano pronti a uscire. Entrano nell’auto tutti e tre e la bambina si abbandona con un sospiro sul sedile posteriore, pensa che se piovesse potrebbe fare disegni sui vetri ma neanche piove.
- Mi scappa la cacca. dice .
- Siamo arrivati. Risponde il papà.
- Posso telefonare a mamma per dirle che mi scappa la cacca? Il papà ridacchia. Gloria anche. Poi, davanti alla porta del bagno di un ristorante, ridacchiano tutti.
Martina sospira. E il papà la porta in bagno. Le spiega come deve fare per non appoggiarsi e lei lo guarda cupa. Gloria gli ha dato delle salviettine umide e lui non sa bene che farci. A un certo punto la bambina strilla papàaaaaa e lui corre con le salviettine. Allunga il braccio verso di lui con un atteggiamento di sufficienza. Arrivo subito, gli dice. Esce dopo qualche minuto perfetta e profumata. Il papà le porge il soprabito.
- Non voglio metterlo, ho caldo. Protesta Martina. E corre fuori dal ristorante, nella strada grigia e bianca. Cammina in silenzio tra il papà e Gloria fino alla piazza del paese. Passano davanti a bancarelle e chioschi. C’è qualche pittore che dipinge il porto, qualcun altro che tenta ritratti. Sei contenta che siamo venuti alla festa? La bimba annuisce. Le piacciono i colori e gli odori. Qualche venditore la chiama “signorina” e la invita ad avvicinarsi.
I pittori si immergono nei paesaggi e dipingono, i passanti osservano i pittori dipingere, qualche volta anche i pittori contemplano i passanti che ridono, si abbracciano o giocano con i loro cani. Martina si sente sollevare e appoggiare su di una sedia. Il papà ha gli occhi che gli brillano. Davanti a lei c’è un uomo con un cappello e un pennello. Vuoi farti un ritratto Martina? La bambina annuisce. Poi si appoggia al muro. E’ stanca di camminare, il grande parasole bianco le fa ombra, il pittore ha la pelle scura ed è molto serio, vorrebbe chiedergli della sua pelle: perché è così diversa dalla sua pelle bionda, perché le mani sono così grandi, perché le unghie sono rosa. Se conosce Albert, l’uomo che fa le pulizie a casa, anche lui scuro, ma con gli occhi più grandi.
Il pittore però non parla. Ogni tanto i suoi occhi si sollevano dalla tela e si spalancano, come in un lampo improvviso che fa balenare le orbite degli occhi tra il bruno della pelle e l’ombra. Il mare e i gabbiani, una carezza e un urlo. Sente l’odore delle barche che dondolano sulle piccole onde del porto. Martina non vorrebbe avere i codini ma ce li ha, tutti i bambini che passano le sembrano più contenti di lei, più allegri.
Matteo e Gloria ammirano il ritratto che il pittore sta cominciando a spennellare sulla tela. Poi si mettono a chiacchierare seduti ai bordi di un muretto quasi di fronte alla piccola. Martina li osserva con la coda dell’occhio per non girare la testa, come se li spiasse. Guarda me, dice il pittore, e sorride. E’ la prima volta che il pittore sorride. Il suo viso è così scuro che nell’ombra, sotto la visiera del berretto, è difficile distinguere i lineamenti. La bimba abbassa gli occhi e si sente arrossire, è l’unico sorriso che le sembra di vedere nella giornata, davanti a lei gli alberi delle imbarcazioni sono una selva di legno bianco e lucido.
Il papà fiero prende il disegno finito e lo mostra alla bambina. Tu sei più bella però, le dice, in questo ritratto sembri arrabbiata. A Martina non piace il ritratto, poi ha il terrore che i suoi codini restino lì per sempre, quelle ridicole protuberanze gialle che la fanno sembrare un orso di pezza. Ho fame, dice. Vuoi un gelato? Vorrei una pizza.
Si siedono al tavolino di un bar di fianco al porto. Al tavolo silenzioso arrivano frasi dai tavoli vicini, risate. E’ seduta, con i piedi che un po’ penzolano e il papà che le spia ogni movimento. Attenta, attenta. Non mangiare troppo in fretta. Sbrigati che si fredda. Vuoi bere?
Un cane nero si affaccia alla finestra del ristorante con i suoi occhi splendenti, guarda proprio lei, non il suo piatto, né le sue mani. A Martina piacerebbe giocare con lui. Ma è sporco, e chissà di chi è.

Dopo la pizza e il succo di pera tutti e tre fanno una passeggiata fino alla spiaggia. Martina vede un uomo e una donna che scivolano pedalando sulla sabbia e sembrano leggeri e felici. Forse perché non hanno bambini, pensa. Deve essere così. I bambini sono un impegno, un peso. Se vuoi uscire devi sempre trovarti qualcuno che te li tenga. Forse, papà e mamma si sono divisi per questo, così uno può tenere lei mentre l’altro può uscire e fare quello che vuole. Il papà è curvo come sotto un soffitto troppo basso, come se il cielo lo schiacciasse.
L’uomo in bici si ferma e anche la donna si ferma, insieme indicano qualcosa aldilà dell’orizzonte. Martina si solleva sulle punte ma non vede nulla. La sabbia le gratta le piante dei piedini ed il tallone diventa sempre più pesante. E’ almeno un passo indietro, il papà ogni tanto si volta e rallenta. Martina è talmente stanca che non vuole neanche più lamentarsi.Al ritorno nella macchina, la radio è accesa, ci sono le canzoni facili, che alla radio danno spesso. Papà e Gloria parlano della festa del paese, dei ritratti e delle barche e ogni tanto si girano “è vero?” le chiedono. 
Suonano alla porta e la mamma apre. E’ bella e profumata, elegante come se stesse per uscire. Scruta Martina, sospettosa. Ha mangiato? Ha dormito? Che è successo alle sue scarpe? E quelli ti sembrano codini?
Martina si leva il soprabito e lo butta su una sedia, poi si siede sul divano a sfogliare un fumetto. Quando rimangono sole, la mamma le prepara la cena nei soliti piatti a papaveri e oche. Cenano e mamma fa domande su ristoranti, bancarelle e oggetti. Sua figlia non le dice del ritratto. Non le dice della casa di Gloria.
Dopo il bagno la piccola è a letto, le lenzuola profumano di vaniglia come i cassetti della mamma. La sente parlare al telefono, deve essere la zia. E’ arrabbiata, la voce le trema. Fa domande di continuo ma non aspetta mai la risposta. Fortuna che la bambina ancora non capisce, dice.
Martina serra gli occhi, vuole dormire presto e scivolare via. La notte è una signora pacioccona che la copre con una coperta azzurra e le sorride. La stanza in penombra è bella e pulita. A lei piace stare così, anche se qualche volta il silenzio diventa intenso da tapparsi le orecchie. Le piace sentire i rumori degli alberi e il ronzio della televisione, la fa sentire meglio.
Mamma è triste, papà era imbarazzato. Lei sa di aver sbagliato ma non saprebbe dire cosa. Le sembra che, se qualcosa è andato storto, la colpa sia sua anche se non sa bene perché. Prima i suoi genitori vivevano insieme ma non erano felici lo stesso. Martina vuole dormire perché non vuole  pensare ai grandi e alle loro tristezze e all’errore che non riesce a capire. Vuole dormire e dimenticare tutto, svegliarsi lontano in una casa con un gatto e un cane nero alla finestra.
Vorrebbe avere una bacchetta magica e veder sorridere tutti oppure semplicemente svanire, che forse è lo stesso.
La mamma pensa che Martina stia già dormendo, immagina che sogni.

sabato 17 novembre 2012

Angoli Opposti


Maledetta televisione. La odio. Vorrei che fosse spenta. Vorrei che non ci fosse nessun rumore. Vorrei che fuori piovesse. Vorrei piangere e non posso.
Perché Luca non mi chiama. Non mi chiama. Cazzo non mi chiama. Che stronzo. Che gli costava fermarsi a parlare con me. Tanto sta con Stefania ora, no? E’ felice, no? Quella puttanella. Gli piacciono quelle che gliela danno subito, che non gliela fanno sudare.
E ho preso pure un’insufficienza in matematica perché ieri stavo troppo male e non sono riuscita a studiare. E ora la porta in moto, come prima portava me. Vorrei che si schiantassero. Vorrei che morissero tutti e due anzi, solo lui, anzi solo io.
E mamma che cazzo guarda, che aria da vittima. Avrà di nuovo litigato con Bruno. La solita storia. Ma almeno lei ce l’ha avuta una storia vera con papà, ora ha una bella casa, un bel lavoro, ha me. Ora che vuole? E’ vecchia, non se ne rende conto? Fa ancora la adolescente innamorata. Che ridicola…

Maledetta televisione. Perché non possiamo mai parlare mentre pranziamo? Sempre a coprire il silenzio con questo ronzio triste. Tanto nessuna di noi due la segue. Ha gli occhi gonfi, deve aver pianto. Credo abbia rotto con Luca. Me l’ha detto la mamma di Roberta, perché tanto a me lei non dice mai niente. Le cose le so dagli altri. Non sta mangiando niente. E’ magra ,che le escono le ossa.
Sta soffrendo, ma ha tutta la vita davanti. Si dimenticherà di questa cosa, ci riderà su.
E’ diverso per me. Per me è davvero finita. Se finisce con Bruno chi mi prende? Ho l’età che ho, una figlia. Con tutte le donne più giovani e disinibite che ci sono in giro… Non pensavo di innamorarmi di nuovo, invece è successo.
E Bruno non mi chiama, è sparito. Forse sta con un’altra. E’ tornato con la sua ex, tanto lei è lì che lo aspetta, che non aspetta che un suo cenno. E io resterò sola. Sola.

Una ragazzina e una donna sedute a mangiare allo stesso tavolo. Alla televisione accesa si sovrappone un rumore di forchette e di piatti. Lo sguardo passa dal piatto allo schermo senza mai cercare l’altro sguardo.  
Se solo fossero state più diverse, si sarebbero sentite più vicine.

lunedì 16 luglio 2012

5 minuti dopo


Ada si guardò allo specchio ancora una volta. Poi scrutò nuovamente il display del Pierre Bonnet che Marco le aveva regalato per il suo compleanno. Bello, lineare, preciso.
Marco era in ritardo.
Lo aveva chiamato due volte al cellulare che era risultato spento.
Si stirò ancora una volta il tubino nero sulle gambe abbronzate. Era una giornata di luglio torrida, ma lei era perfetta. Perfetto lo chignon appuntato sulla nuca, perfette le unghie, laccate, perfetti i pochi gioielli metallici e squadrati.
La baby sitter sul divano la osservava di sottecchi, ad Ada parve, con imbarazzo. Era quasi un’ora che Ada era pronta e di Marco non c’era traccia. L’ennesimo ritardo ma, di solito, avvertiva.
Il rumore secco delle chiavi nella serratura la fece voltare di scatto.
Marco apparve sulla soglia, trafelato.
- Scusami, il cellulare si era scaricato, avevo dimenticato il caricabatterie…
- Sbrigati, ci stanno aspettando
- Hai avvisato che siamo in ritardo?
- Certo.
- Devo fare una doccia…
- Una doccia? Ma sai che ora è?
- Ci metto 5 minuti.
Marco era già sparito in bagno.
Ada era rimasta a guardare le chiavi della macchina e il telefonino poggiati sul tavolo. Lo stesso telefonino nel quale più di un anno prima aveva scoperto le prove del tradimento di Marco.
Non gli aveva detto nulla. Ce la faremo, aveva pensato. Lo aveva perdonato, senza dirglielo.
Ma non andava meglio. Lei lo sapeva. Erano sopravvissuti al loro amore, al loro rapporto, al loro matrimonio. O forse no, era il loro matrimonio che era sopravvissuto a loro.
Marco apparve, 5 minuti dopo. Pantaloni leggeri, camicia di lino, capelli bagnati.

Quando furono in macchina Ada lo guardò a lungo.
- Che c’è? Chiese Marco sorridendo.
- Non farlo più.
- Fare che cosa? Da quando...Lei lo interruppe rabbiosa:
- Fai quello che vuoi ma rispettami, rispetta gli appuntamenti, i patti. Il contratto.
Ada non sapeva più che stava dicendo.
L’ultima frase quasi la sputò sul parabrezza.
- Salviamo almeno le apparenze. E' tutto ciò che resta.
Marco accese la radio. Il resto del viaggio lo avrebbero fatto in silenzio.