Sei sempre stato inopportuno e ipocrita. E ora che non ci
sei più, della tua facciata sembra non importarti più nulla.
Eccoci qui, davanti al notaio, le due donne della tua vita.
Lei e l’altra.
Io sono sempre restata l’altra. Per decenni, sempre l’altra.
Anche se oramai tutti sapevano, anche se la facciata era
incrinata. Ma lei era lei e io ero l’altra.
Lei era quella delle feste comandate, delle vacanze, delle
foto di gruppo.
Io quella delle feste in casa, delle fughe improvvise, delle
foto… “per favore meglio di no”.
Ma, all'improvviso eccomi su questa strana ribalta. La tua
malattia, forse, i mesi in quell’ospedale in cui io venivo a trovarti di
nascosto, con la complicità di qualche amico. Ricordo il tuo sorriso pallido.
- Sei sempre bella.
Me lo dicevi quasi con dispiacere, con rabbia.
Non ci guardiamo io e lei.
Il notaio è imbarazzato, forse sa, o forse ha solo capito.
Lei è vestita di chiaro, quasi a rigettare il lutto, io di
scuro, quasi a voler sparire, come sempre.
Dopo le formule di rito inizia a leggere i tuoi lasciti. Hai
lasciato tutto in ordine come sempre e, alla famiglia, molto di più di quello
che serve per campare. Poi sento il mio nome associato a un cospicuo vitalizio:
“…per la sincera amicizia dimostrata in tanti anni di solido affetto”.
Sento il vomito salirmi in bocca, un sapore acido. Un pugno
allo stomaco. La guardo, lei non mi guarda, è una statua di sale.
Il notaio mi scruta, cercando di capire. A me viene alla
memoria una frase di una vecchia commedia napoletana: “I figli non si
pagano”.
Mi alzo traballante dalla sedia. Mormoro, tra me e me, certa
che in quella stanza sono l’unica in grado di capire:
- L’amore non si paga.
Mi giro, apro la porta e me ne vado.
Fuori l’aria è fresca, la primavera sta carezzando gli
alberi.
Mi guardo in una vetrina, non sono più così giovane, ma sono
sempre bella. E mi sento meglio.
Il tuo ultimo tradimento muore insieme a te.

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