martedì 2 aprile 2013

Capire lo Zen


Vengo qui ogni mattina. Da lontano si vede la palazzina con i muri scrostati.
Mia madre mi ha proibito di avvicinarmi, ma io vengo lo stesso. Posso guardare da lontano.
Ci avevano detto che avremmo avuto  un appartamento, ma non l’abbiamo mai avuto. I picciotti ci hanno fatto capire che era meglio se ce ne stavamo nella nostra vecchia casa con la nonna e la nuova la lasciavamo a loro. A loro che se la sono venduta, anche se non gli apparteneva.

E io vengo qui ogni mattina. Esco di soppiatto, e rientro non visto.
Siamo rimasti nel nostro quartiere, tanto non sarebbe cambiato molto. La gente che è andata a vivere nelle nuove case ha più paura di me.
Io non ne ho tanta. Solo un poco.
Mi hanno spiegato che da grande la paura o ti passa o diventa una parte di te e non la senti più. Per cui io non saprò la differenza.
Una volta alla radio ho sentito che parlavano di Zen. Dicevano che era complicato da definire, che capivi o non capivi d'improvviso, insomma, parlavamo di illuminazione. A un certo punto mi è parso pure che dicessero che se pensavi di aver compreso era sicuro che non avevi compreso, ma che non era vero il contrario. E ho capito che la comprensione dello Zen è un po’ come la paura, non sai mai veramente se ce l’hai.
Però mi domando che c’entra lo Zen con questi palazzi grigi e tristi. Forse non capisco perché ho capito, o forse perché non ho capito.
So solo che la casa allo ZEN non ce la daranno mai.
Ma mi dicono che posso arrivare all’illuminazione con la meditazione.
Così ogni mattina vengo sulla collina, guardo lo ZEN da lontano e medito.
Forse un giorno capirò, anzi non capirò. 
E sarà tutto chiaro.

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