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venerdì 17 aprile 2015

Che cos'è un padre?

Sono stata colpita da una frase che mi è stata detta ultimamente da una persona cara.

"Per me lui non è mio padre. Non lo è mai stato. Non so come sia avere un padre."

Allora mi sono domandata che cosa voglia dire essere un padre. Credo che ancora, nell'immaginario collettivo essere madre è più chiaro che essere padre.
La madre è quella che ti accudisce, ti consola, ti accoglie, sempre e comunque, che ti ha dato la tua vita e ti darebbe la sua. Il padre anche?
Non saprei dirlo. Io so come è stato mio padre. Era un padre ingombrante, presente, rumoroso, qualche volta invadente.
Il suo modo di occuparsi di noi era provvedere economicamente per la famiglia. Non ha mai avuto un lavoro dipendente e ogni giorno, diceva, doveva inventarsi il suo guadagno, inseguire i clienti, controllare che lo pagassero, trattare con persone difficili, e certo non era il suo forte.
Ho mai potuto pensare di lui che non fosse un padre? Non un buon padre, semplicemente un padre. Ancora, una volta, che vuol dire?

Forse associo il padre, mio padre alla dignità dell'onestà e del lavoro. 
Mio padre aveva orrore dei debiti, per lui era un problema persino fare le rate, e quando ha potuto farlo ha estinto il mutuo della casa, anche quel debito, ormai così comune per lui era inaccettabile.
La mia famiglia non è mai stata benestante e io mi sono mantenuta agli studi con il mio stipendio da impiegata diplomata, quando mio padre mi vedeva tornare la sera dall'ufficio, dopo nove o dieci ore di lavoro e mi vedeva stanca, china sui libri, mi diceva:
- Se non te la senti, puoi lasciare, papà te la paga l'università.
Ma io scuotevo la testa, ci tenevo a non pesare. Ce la facevo a lavorare e studiare. Ho tenuto duro.

Quando mi sono laureata ha detto che è stato il giorno più bello della sua vita. 
Non credo fosse vero, ma non importava. Credo che gli pesasse il fatto che avessi scelto di pagarmi gli studi, che sentisse di non aver fatto abbastanza per me. 
E io so che molti pensano che il lavoro, la fatica, non sia di per sé un valore, e forse non lo è, ma per me sapere provvedere per me stessa, non dovere niente a nessuno, continua a essere, ancora oggi, qualcosa di cui essere fiera, e questo me lo  ha trasmesso mio padre.

Quando papà è morto era ottobre, aveva smesso di lavorare solo qualche mese prima, aveva 81 anni.
Un suo amico ha detto al suo funerale: è morto giovane, come voleva.
E può darsi che sia questa la chiave, che vuol dire avere un padre, io l'ho saputo il giorno in cui non l'ho avuto più. 
Era l'uomo di cui cercare la mano nei momenti più bui, più di quanto non avrei cercato l'abbraccio di mia madre, protezione, prima della consolazione, c'era stato sempre quando avevo avuto bisogno di sentirmi forte.  E ora non più, mai più.
Eppure certe volte penso: ho tanto di mio padre dentro di me, che per staccarmi da lui che lui sia morto non basta, dovrò morire anche io. 

E forse neanche allora, e come quando da piccola  avevo paura, dall'altra parte troverò la sua mano ad aspettare la mia.

giovedì 13 marzo 2014

Perché le quote rosa non bastano

Io non voglio contare le donne in politica, voglio che le donne contino in politica.
Non mi importa se ci sono il 50% delle donne nelle liste se non se ne sente mai parlare, se non si sentono mai parlare e se quando parlano dicono sciocchezze.
Usciamo dal tunnel: più Bonino (seppure con i suoi limiti) e meno Gelmini.
PS: ho esitato a lungo prima di trovare il nome di una donna politica (ancora vivente) stimata da tutti in Italia e probabilmente non ci sono riuscita. E questo vuol dire che di strada da fare ne abbiamo davvero tanta.

venerdì 7 marzo 2014

NON CHIAMATELA FESTA

Nessuno si sognerebbe mai di chiamare il 27 gennaio "la festa della memoria" o il 10 febbraio "la festa del ricordo". Si tratta della commemorazione di fatti tristi, la cui celebrazione serve a segnare un punto contro la discriminazione, la violenza, l'oppressione.
Ma ecco che molti chiamano l'8 marzo la festa della donna, ci coprono di mimose, le pizzerie sono piene di donne che festeggiano e poi, chissà, vanno a scimmiottare il peggio degli uomini infilando banconote negli slip di qualche "centocelle nightmare" sudaticcio e dall'espressione idiota.
L'8 marzo è LA GIORNATA DELLA DONNA, non la festa. Vorrei che lo ricordassimo tutti. L'origine più comunemente accettata è che sia nata per commemorare un gruppo di lavoratrici che, chiuse dentro un capannone dal proprio datore di lavoro, morirono in un incendio, impossibilitate a difendersi, perché povere, perché sole, perché donne. Ma altre ipotesi le trovate qui:
http://www.vanityfair.it/news/società/14/03/06/festa-della-donna-origini-e-storia-8-marzo
Quello che resta un fatto è che essere poveri è peggio se sei donna, essere neri è peggio se sei donna, essere omosessuali è peggio, se sei donna. Persino essere intelligenti è più difficile, se sei donna.
Le statistiche parlano di aborto selettivo, infanticidio femminile, violenze domestiche, stupri etnici, schiavismo sessuale, abusi, Se andiamo "sul leggero" abbiamdo disparità retributive, scarsa rappresentanza nei posti di potere, accendi la tv e vedi bamboline seminude accanto a mostri vestiti, il messaggio è se sei carina e fortunata, ti accoppi con un plutocrate inguardabile.
Trovate qualche statistica in proposito al link qui sotto, ma se ne avrete voglia, troverete tante informazioni in rete sulla condizione femminile nel mondo, e capirete quanto siamo lontani dalla giustizia sociale.
http://www.unimondo.org/Guide/Sviluppo/Donna/(desc)/show
Ora, scusate lo sfogo, comprate pure fasci di mimose, prenotate in pizzeria e dopo lo spettacolo di spo
gliarello.
MA NON CHIAMATELA FESTA.

giovedì 11 ottobre 2012

Storie di ieri - Nenè


“Vieni a giocare, Nené?”,  “Vin c’ nuj…”, Vieni con noi.
Nenè teneva la rezza, la leggera tenda di tela bianca davanti all’uscio di casa, sollevata con una mano, gli occhi fissi sul gruppo delle compagne senza dire una parola, arrossendo.
“No, non iusc…”. Alla fine riuscì a dire. Non oggi. Rosetta fece spallucce e si allontanò correndo, seguita dalle altre. Solo Teresa rimase un attimo sospesa con la mano protesa davanti a sé in un vano gesto d’offerta.
Nenè scosse il capo sorridendo mesta. “va’, va’...”. Ed anche Teresa alla fine corse via, le calzettine corte bianche sfilavano un passo dietro l’altro in una nebbia di polvere bianca.
Nenè restò a guardarle ancora un attimo pensando che sembravano farfalle, o foglie d’autunno, quando il vento le fa girare.
- Arrivo Ma’ - gridò verso il buio all’interno della casa e rientrò.
Lucia non girò neanche la testa al rumore dei suoi passi. Piegata in due sul forno da pulire le indicò lo straccio. Nené lo prese e silenziosamente riprese a sfregare mattonella dopo mattonella il pavimento logoro.
Era il suo ultimo anno di scuola, lei lo sapeva. Aveva dodici anni e non avrebbe continuato a studiare. I suoi genitori avevano fatto un grande sacrificio a mandarla alle elementari, anche se con due anni di ritardo.
Sapeva leggere e scrivere ora, però, faceva addizioni e sottrazioni su quaderni impeccabili che dopo un po’ di tempo avevano un odore di legume secco.
Le sfuggì una lacrima che asciugò rapida col dorso della mano, come fosse sudore. Poi, con un gesto naturale, posò lo straccio, asciugò le palme delle mani strofinandole con forza sul grembiule che le pendeva sulle cosce e annodò le trecce pesanti dietro la nuca.
Si rivedeva in classe, le ginocchia a malapena contenute nel banco troppo piccolo per lei. Non le importava, anche se dopo un po’ le gambe le facevano male e qualche volta la polvere del gesso la faceva starnutire.
“Comme sei alta”… le dicevano tutti. Più alta di molte maestre, a momenti del direttore della scuola. Gli occhi bassi, Nené si incurvava, si appiattiva, proprio lei che avrebbe voluto sparire dalla faccia della terra, che si sarebbe voluta dissolvere nell’aria se appena qualcuno la guardava, era costretta a svettare come una bandiera in una parata militare.
Sembrava grande, più grande, e si sentiva ridicola quando voleva giocare con le altre bimbe che sovrastava di una testa.
Solo per mammà era piccola. Mammà non era il tipo da carezze o abbracci, ma quando erano sole, e mammà poteva fingere di dormire di fronte al braciere, anche Nenè fingeva di addormentarsi con la testa sulle sue ginocchia. Le dita di mammà, dure e nodose, carezzavano la nuca di Nenè, solo qualche istante, a Nenè bastava.
Ricordava ancora il primo giorno di scuola, c’era una certa mestizia nella classe, il ritratto del re dietro la scrivania del maestro era l’unico addobbo dell’aula, per il resto disadorna. I banchi di legno scuro, robusti, erano ancora adatti a contenerla. A 8 anni era alta solo come una bimba di 11.
Il maestro aveva sollevato lo sguardo dal registro all’improvviso, come se solo allora si fosse accorto della presenza dei bambini. Si era lisciato i baffi ed aveva assunto un’aria austera. Si era poi drizzato sulla sedia e aveva cominciato a parlare in Italiano, cosa che normalmente intimidiva, soprattutto dei bambini così piccoli. “Dunque, adesso chiamerò i vostri nomi, prima il cognome e poi il nome, e voi dovete alzare la mano e dovete dire “presente!” e aveva cominciato l’appello:
“Ammassari Nunzio, Barbati Maria…”
A Nenè sembrava la stessa cantilena del rosario solo che invece dei Santi c’erano i cognomi e invece di “Ora pro nobis”, c’era “presente!”.
“Santamaria Eugenia”… Nenè si guardò intorno, Eugenia era il suo nome, ma Santamaria non era il suo cognome. Suo padre si chiamava Lopriore Nicola.  Le bambine in classe erano solo 10 e nessuna di loro si chiamava Eugenia. Teresa, seduta al banco accanto a lei le sussurrò, “Nenè, sì tu!”. Nenè alzò la mano riluttante. Se avesse avuto il coraggio avrebbe detto al maestro che il cognome era sbagliato, ma disse solo “presente”.
Il maestro continuò, “Quando vi rivolgete a me mi dovete chiamare “Maestro”. Dovrete obbedirmi sempre. Quando siamo in classe io conto più dei vostri genitori. Quando vi assenterete…”
Tutta la scolaresca ascoltava col fiato sospeso. Matteo, in ultima fila aveva quattro dita della mano nel colletto e sembrava si sentisse soffocare, Tonino, si tormentava la crosticina che si era formata sul suo ginocchio giocando al “Cazz cavell sott” il pomeriggio precedente. Al suo turno era saltato con furore con entrambe le mani sulla schiena di Nardino che era stramazzato sotto il peso. Erano finiti entrambi nella polvere, sul pietrisco appuntito.
Nenè restò in silenzio per tutto il resto della mattinata. Mentre il maestro spiegava che cos’era la scuola e quali erano i loro doveri, gli orari, la ricreazione e tutto il resto.
Poi spiegò loro che cosa avrebbero dovuto comprare, i quaderni, i libri, le matite, la carta assorbente. Mise tutto sulla scrivania per farlo guardare ai bambini che non avrebbero saputo come scrivere l’elenco, così come non avrebbero saputo farlo molti dei loro genitori.
La campanella della fine delle lezioni echeggiò stridula nei corridoi. “Ora dai primi banchi mettetevi in fila per due. Andremo insieme verso l’uscita”. I ragazzi si accalcarono intorno alla porta dandosi spallate.
Il maestro ne afferrò due per le spalle e li mise fianco a fianco. E fece lo stesso con tutti gli altri finché non vi fu una doppia fila. I bimbi erano ancora incerti sul da farsi.
Il maestro spazzò la fila con lo sguardo. Poi si mise davanti alla piccola coda dicendo, sussiegoso: “E ora, venite dietro di me”.
Giunti sul piazzale davanti alla scuola il maestro annunciò “ora potete andare”.
Come se delle funi invisibili si fossero spezzate la fila dei ragazzi esplose in varie direzioni, correndo, saltellando, piroettando.
C’erano delle signore che aspettavano fuori, i lunghi vestiti scuri o fiorati, i capelli raccolti in crocchie, in code tese, i bambini in braccio. Qualche sorella maggiore con le gonne già lunghe. E Lucia.
Nenè si avvicinò a Lucia con circospezione, come se il silenzio fosse divenuto ad un tratto un dono fragile e qualunque suono, persino un movimento brusco, avrebbe potuto infrangerlo per sempre.
Si avviarono verso casa, Lucia davanti e Nenè appena un po’ indietro.
“Apparecchia Nenè”.
“Ma’, oggi il maestro ha chiamato tutti per nome e cognome e ci ha fatto dire “presente”.
Lucia continuò ad apparecchiare, stese la tovaglia lisa sul tavolo di legno scuro ed apparecchiò la tavola. Piatti e posate consumati dall’uso, relitti di tempi migliori.
“Ma’… il mio cognome è Lopriore?”
Lucia trattenne il respiro. Non ci aveva pensato. Semplicemente non ci aveva pensato.
“No, non è Lopriore. E’ Santamaria.”
“E’ così che ha detto il maestro. Ha detto Santamaria, ma pensavo che si sbagliava”.
“Non si sbagliava Nenè, mo’ mangia. Stasera quando papà va a letto ti spiego tutto”.
Lucia riuscì soltanto a guardare la minestra di ceci che aveva davanti spostandoli da un bordo all’altro del piatto. A fine pranzo con rabbia buttò via il cibo. Non era una donna di pianto, era una donna di rabbia. Schiacciava il dolore sotto il tallone come Maria il serpente.
La sera cenarono in un silenzio più fitto dell’abituale. Nenè cercava di calmare Francesco che stava piangendo, mentre Nicola piccolo finiva la sua porzione di grano e cipolla con lo sguardo corrucciato.
Alla fine della cena tutti “i maschi” andarono a dormire, Nenè e sua madre rimasero a sparecchiare, spazzare e lavare i piatti con l’acqua dei secchi che veniva dal pozzo.
Quando l’ultimo piatto fu asciugato, Lucia si sedette sulla sedia davanti al braciere e fece cenno a Nenè di avvicinarsi.
“Miettite ddù, qui azzecc a me”. Nenè si sistemò accanto alla madre, in ginocchio, la testa appoggiata alla sua coscia, il viso rivolto verso il braciere rifletteva riverberi purpurei nella stanza buia.
“Dobbiamo parlare piano, perché stanno tutti a dormire” Sussurrò Lucia, “Abitavamo a Farignano con papà, ed io era giovane” non si domandava Nenè perché l’imperfetto, Lucia lo usava alla terza persona singolare anche se parlava di se stessa. D’altronde così facevano quasi tutti.
“Ci eravame sposate da poco, ed io ero uscita incinta, sai che vuol dire Nenè?”
Nenè annuì, la piccola nuca balenò un istante tra le trecce scure.  Nenè lo sapeva, erano nati due fratellini dopo di lei, e quando Mammà era uscita incinta di Francesco lei aveva già 5 anni.
“Era il mio primo figlio Nenè, una figlia. In onore a Sant’Anna la chiamai Anna, la chiamavamo Nenè”.
Lucia continuò il racconto lentamente, sottovoce. 
Era autunno, si avvicinava il freddo, non era importante ricordarlo, eppure lo ricordava. Nenè aveva pochi mesi e una mattina molto presto Lucia era stata attanagliata dalla quiete. Senza svegliare Nicola s’era avvicinata alla culla di Nenè. Tutto era calmo e silenzioso, troppo calmo, troppo silenzioso. Lucia si avvicinò per ascoltare il respiro della creatura rannicchiata. Non c’era il respiro.
Lucia ricordava poco di quello che era seguito. Poi le avevano raccontato, di un grido che aveva graffiato la notte, singhiozzi che terminavano in un lamento.
Lucia non raccontava proprio tutto a Nenè, che teneva davanti a sé con la testa sulle sue ginocchia, il riverbero del braciere che illuminava le ciocche sfuggite alle trecce. Le raccontava l’essenziale, come gocce sottili che faceva trapelare dall’oceano rigonfio delle proprie emozioni. I fatti a Nenè, il dolore per sé.
Era diventata un’ombra accanto alla finestra, Nicola non sapeva che dire. Sfilavano spettri davanti alla sua porta:
“se vi serve qualcosa, basta che lo dite, commara Lucia, basta che lo dite”.
Lucia annuiva, ammantata dal dolore. Il dolore per la morte di un figlio è come un piedistallo altissimo su cui nessuno può salire, tutto è distante.
Due sere dopo, no, non era passato tanto tempo, dalla porta entrò una signora alta e snella. Lucia sollevò lo sguardo e la vide meglio. Era giovane, poteva avere poco più di vent’anni ed era vestita come una signora, aveva pure il cappello.
“Buonasera signora Lucia”, disse d’un fiato, come se temesse di essere interrotta, poi, senz’aspettare risposta, domandò:
“mi posso sedere?”
“sedetevi, prego”, rispose Lucia.
“vi ringrazio, siete molto gentile. Sono Rachele Serani”.
Era la sarta più famosa del paese, Lucia lo sapeva, aveva come clienti solo i ricchi possidenti ma nonostante Nicola, il marito di Lucia,  avesse goduto di una discreta fortuna in passato, Lucia non aveva avuto modo di avere a che fare con lei. La guardava e non capiva.
Rachele fece un respiro profondo e si mise la mano sul petto come per impedire al proprio cuore di sbalzare dalla minuta cassa toracica. Nonostante l’altezza e l’eleganza Rachele dava un’impressione di delicatezza, quasi di gracilità. La carnagione diafana si stendeva sottile sulle ossa del viso, gli occhi azzurri erano come spiritati nel viso smagrito e patito. I capelli raccolti in uno chignon alla base della nuca sembravano essere stati appena scompigliati da un vento leggero.
“So quello che vi è successo, commara Lucia, e per questo mi rivolgo come madre, ad una madre”.
Lucia sobbalzò, nulla della figura seduta sulla sedia di legno di fronte a lei le evocava l’idea di una madre. Rachele proseguì.
“Non ho nemmeno il diritto di parlarvi!”. Rachele si nascose il viso tra le mani, mentre le lacrime trattenute le irrigidivano le spalle e le facevano contrarre il petto.
Rachele aveva conosciuto il figlio del più ricco proprietario terriero del paese, un bel ragazzo abituato agli agi e con molto denaro. Lei si era follemente innamorata e aveva ceduto alla sua proposta di una fuga.
Le cose però si erano rivelate assai più difficili del previsto, i genitori avevano rintracciato i transfughi e avevano minacciato lo sventatello di requisirgli tutti i beni dei quali poteva disporre e di privarlo di ogni futura fortuna se non fosse tornato in sé e abbandonato la donna della quale s’era incapricciato.
A Rachele non rimasero che il rimpianto, il pentimento, ed il frutto di quella passione.
“una bambina signora Lucia, che mi è nata qualche mese fa”.
Rachele prese entrambe le mani di Lucia tra le sue. Negli occhi sbarrati tremava una luce di lacrime.
“Voi avete ancora il latte, vero?”
Istintivamente Lucia si portò le mani al seno. S’era dimenticata del dolore dei seni rigonfi in quello più grande della morte della sua bambina. Annuì, “Sì, ancora lo tengo”.
“Io non ne ho commara Lucia, come vedete, a malapena mi reggo in piedi, ma sono venuta da voi perché siete la nostra sola speranza, mia e di Eugenia.
Vi prego, datele il vostro latte, vi prego, commara Lucia, vi compenserò come meglio potrò. Se voi mi terrete la bambina, io potrò riprendere a lavorare e riprendermi io stessa.”. Dopo una pausa aggiunse, con un filo di fiato “Vi potrebbe portare un poco di consolazione”.
Lucia non la stava quasi ad ascoltare. Aveva ancora le mani appoggiate ai lati di ciascuna mammella. Alle parole “datele il vostro latte” un ondata calda le aveva bagnato il seno e aveva ricordato gli attimi preziosi in cui Nenè si attaccava ai suoi capezzoli e lei quasi distratta chiacchierava con una vicina o pensava a quello che avrebbe preparato per Nicola. Mai però perdeva il senso del miracolo che aveva tra le braccia, del pulsare prezioso delle labbra rosee appena appoggiate al capezzolo che cominciavano a suggere con forza. “Come l’ape il nettare da una rosa”. Così le avevano spiegato una volta quand’era ragazzina.
“Portatemela, signorì. E ora scusate”.
Rachele era scivolata oltre la porta rapida e silenziosa. Forse aveva pianto ancora nella strada, scivolando accanto alle porte semichiuse. Dalle case odore di cena, voci di padri, di bambini e di madri. Un mondo semplice, distante.
La mattina dopo, davanti alla porta si presentò una ragazza giovanissima, le gonne lunghe, i capelli raccolti in una coda di cavallo, gli occhi neri e le guance accese. Stretto a sé aveva un fagotto di stoffa color crema.
“Cerco la signora Lucia. Siete voi?”
“Sì, sono io. Datemi qua”, facilmente sfilò dalle braccia della ragazza il morbido e caldo involucro e la borsa che lo accompagnava.
“Ha detto la signora Rachele che ripasso stasera”.
“Come volete”.
Lucia aveva richiuso la porta ed aveva frugato nel fagottino con l’indice ed il medio. Dai pizzi bianchi era emerso un viso tondo e pallido, un naso puntuto e un labbro superiore leggermente sporgente sulla bocca rosea.
Istintivamente l’aveva attaccata al seno. Dopo l’aveva cullata in silenzio, solo ogni tanto mormorando, “bella, bella della mamma sua, bella...”
La piccola Eugenia era immersa in trine delicate. Le piccole mani si indovinavano affusolate nelle giunture delle dita. Dall’involucro tiepido di levava odore di vaniglia. Eugenia dormiva e Lucia ristette qualche istante con la bimba tra le braccia ascoltandone il respiro leggero. Attraversò quindi la stanza ed andò verso la culla di Nenè. Con le dita Lucia sfiorò il lenzuolo, la coperta ed il piccolo cuscino e depose Eugenia nella culla. Aprì un pochino le trine e le sistemò meglio il bavaglino. Prese una sedia e le si sedette accanto.
Stette così qualche minuto, poi si alzò, prese la borsa che la ragazza aveva portato. Conteneva fasce, pannolini e tutto l’occorrente per cambiare la bambina.
Nella nebbia dei primi giorni a Lucia non parve neanche di occuparsi di una bambina, le pareva piuttosto di giocare con una bambola di pezza essa stessa madre di pezza in una sorta d’implacabile smarrimento.
La ragazza si presentava ogni mattina con i suoi due fardelli e un’aria annoiata. Lucia li raccoglieva e tratteneva a sé fino a poco prima di cena. Nicola volgeva di tanto in tanto uno sguardo ad Eugenia. Talvolta gli capitava anche di sorriderle, per distrazione, e di sentirsene subito dopo colpevole.
Arrivano dei giorni che si imprimono nella memoria a tradimento, come se il tempo vi avesse scavato la propria orma senza intenzione, l’impronta di un cane su di una colata di cemento. Il sole illuminava la tenda di pizzo di un bianco luminescente, il vento faceva rumori piccoli come di pioggia trattenuta.
Lucia spolverava il pianale di legno dai residui della farina. Nuvole bianche impalpabili si sollevavano in piccole volute di fumo. Si appoggiò le mani ai fianchi ed il contatto con le sue proprie ossa la risospinse indietro nel dolore della memoria.
La vita dei bambini, pensò, è fragile. Piccole bare bianche nel vicolo seguite da una scia di silenzio, ne aveva viste tante, come foglie trascinate dai rivoli d’acqua. Le pareva quasi di non aver nascosto abbastanza bene Nenè prima che l’onda luccicante la portasse via.
Si avvicinò alla porta prima ancora di sentire i colpi sull’uscio. Protese le mani, in un gesto ormai consueto, per prendere Eugenia. La piccola spalancò gli occhi e le sorrise cominciando ad agitare le mani.
“Mi riconosce, Nicola”. Fu l’unica frase che Lucia disse a suo marito quella sera. Nicola non rispose nulla e dopo un breve silenzio si mise a raccontare di un cane magro, che l’aveva seguito quasi fino a casa.

“Prendetela commara Lucia, prendetela voi”. Rachele non piangeva questa volta aveva il volto tirato e gli occhi sbarrati di chi aveva già troppo pianto. “Tenetela voi, non me la fate portare alla ‘Ruota’. Non la posso tenere io”. Rachele era di fronte a lei, l’abito grigio stretto in vita e i capelli raccolti in un nastro di seta. “Almeno le potrò stare accanto, potrò vederla. E poi lo so che le volete bene”
Lucia la guardò, una mano poggiata sulla gonna di cotone l’altra che fingeva di sistemare una forcina nella massa dei capelli rossi.
Eugenia alla “Ruota”, pensò, i capelli tagliati cortissimi e la tristezza di quei grembiuli tutti uguali. La fila per andare alla messa ogni mattina in città, le maestre con i nasi affilati ed i vestiti neri con i colletti bianchi ingrigiti dall’uso.
Strinse più forte a sé la bambina che stava allattando. “Ne devo parlare con Nicola”.
“Come volete, commara Lucia, come volete”. Rachele afferrò le mani di Lucia e vi appoggiò sopra le labbra talmente forte da imprimervi un impronta bianca.

Nicola arrivò la sera, aprì la porta, con il fazzoletto si asciugava il sudore dal collo. Lucia si alzò vedendolo entrare e gli si fece incontro.
“Nicola, la bambina, Eugenia, la teniamo noi, la sarta non la può tenere”. Nicola sedette, le gambe divaricate, le mani sulle ginocchia. Dopo un istante riprese ad asciugarsi il sudore sul collo. Lucia proseguì: “come una figlia nostra”
Nicola si alzò, andò verso il catino dell’acqua. Si voltò, dopo un lungo silenzio.
“Lucia, che hai preparato per cena?”
“La rape, Nico’, le rape”. Quindi gli diede le spalle, per andare verso la cucina. La tristezza, stanca, fece scivolare un sorriso.




domenica 2 settembre 2012

A Terrible Beauty- Taccuino Di Una Settimana On The Road


Lunedì, 1 agosto.

Io parto lo stesso. Quando l’ho detto a mia madre ha sgranato gli occhi e mi ha detto che sono pazza. Ma per mia madre sono pazza qualunque cosa faccia. Sono sempre stata pazza.
Sono partita ugualmente. Ho tutto, la maledetta guida, le cartine di merda, l’itinerario del... Lasciamo perdere. Troppo turpiloquio per un taccuino solo.
E’ triste quando un amore finisce, ma è ancora più triste quando finisce prima delle vacanze. Gli amori dovrebbero finire a settembre quando la città si riempie di nuovo, gli uffici vibrano di vita e le palestre riaprono: Technogym, Acquagym, Kickboxing, GAG, Gurgle e Spatapunf.
Gli amori non dovrebbero finire mai intorno al 25 di luglio. La cosa assume connotati di perversione. Soprattutto mai dovrebbero finire se abbiamo già prenotato l’aereo, a tariffa scontata, scontatissima, la crème del low cost.
Prenotato a inizio febbraio, quattro ore su internet, Ryanair, Virgin, Air Europe, Easyjet, la Giàcisiamoschiantati (quindi la statistica è dalla nostra) airline: otto ore per trovare la migliore combinazione “fly and drive”, mezz’ora a parlare in inglese con una tipa per poi scoprire che era una ragazza di Foggia in stage a Dublino e che avevo perso dieci anni di vita e tre chili di sudore per niente.
Prenotato quando ancora ti amavo e vibravo di emozione al solo pensiero di vederti. E ogni volta che sul cellulare vedevo il tuo nome sussultavo. (I vari stadi dell’amore sul cellulare:  Sean Boschi cell., Sean B. ufficio, Sean casa, Mylove cell pers. Cancella tutto. Cancella memoria agenda. Cambio numero - guai a te se mi chiami.).
Prenotato quando credevo che sarebbe durata per sempre, lo so che ci conoscevamo da poco, ma c’era un feeling. E poi mi piacevi da morire. Accento nordico, aria spersa.
Andiamo in Irlanda, ti voglio far vedere dove sono cresciuto, ti faccio conoscere i miei amici. Ad agosto le giornate sono lunghe, a Galway i gabbiani grigi si gettano nell’acqua color giada, il cielo alle dieci di sera è bianco e lo stridore dei gabbiani riempie l’aria, tanto che ti viene da piangere e vorresti ormeggiare l’anima accanto ad un due alberi. Prenotato e pagato con la mia carta di credito.....

martedì 17 gennaio 2012

Un uomo, al buio.

Oggi mi sono chiesta più di una volta che si deve provare a essere Francesco Schettino, il comandante della nave da crociera affondata al largo (forse largo è una parola grossa, in effetti) dell'Isola del Giglio. Mi sono domandata che cosa si deve provare a essere circondati dal pressoché unanime sdegno e disprezzo, dall'essere bollati, più o meno direttamente, con aggettivi che vanno dal vile, al cialtrone, all'incompetente. Quelli più benevoli gli hanno dato del raccomandato.
In particolare sono stata colpita dalla registrazione, la voce del comandante della Guardia Costiera, ferma, virile, un velo di cadenza partenopea, intrepida. E la voce del comandante appena un soffio, grave d'accento campano, con il sottotitolo "tengo famiglia", sembrava un guitto, gettato lì per caso, le parole smozzicate: "ma è buio".
Mentre il comandante lo incalzava, chiedendogli di risalire a bordo, si capiva che Schettino pensava: "parli bene tu che stai lì all'asciutto, che non stai in questo casino, ma io ho paura".
E lui che pensava che fare il capitano fosse portare una bella divisa, fare feste a bordo e celebrare matrimoni, si era ritrovato ad affrontare le conseguenze di un fuori rotta spericolato, che aveva causato la morte di persone. "Quante?" chiede timoroso a De Falco, il comandante della Guardia Costiera, che lo incalza, e che gli sputa in faccia con rabbia "Me lo deve dire lei quante!" come risposta.
E io me lo immaginavo, all'inizio di questa storia, il capitano di una nave così grossa, come un eroe della Marina militare, oppure come il capitano benevolo di Love Boat, e invece ho ritrovato nelle foto questa faccia paciosa da pizzaiolo, un po' come Calderoli che ha la faccia da salumiere, come Bossi che ha la faccia da tassista, La Russa che ha la faccia da... Lasciamo perdere. E uno, un po' rivaluta la fisiognomica.
E confrontando quest'uomo con tanti altri uomini e donne che ho conosciuto e conosco, privi di senso della responsabilità e di dignità, mi domando se queste persone si vergognino  un po' o pensino, "ma chi se ne frega, alla fine sono vivo".
Come se tutto quello che conta fosse espirare e inspirare, nascere, crescere, (forse) riprodursi e morire.
E se fosse proprio così?