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venerdì 8 maggio 2015

Il tempo dell'attesa

Ultimamente mi colpisce in particolare l'ansia che abbiamo tutti di riempire il tempo.
Scalpitiamo frenetici quando dobbiamo aspettare, anche pochi minuti e ci assale l'ansia del tempo perduto.
Io sono la prima a farlo. Ho sempre:
- un libro da bagno
- un libro da macchina
- un libro da borsetta
- un libro da comodino
Prima ancora che esistessero gli smartphone, le applicazioni e Facebook, mi assicuravo che ogni mio minuto fosse occupato da qualcosa.
Solo che qualche tempo fa mi è accaduta una cosa. Ogni anno pianifico una vacanza di gruppo molto bella, è un momento speciale per me, un regalo che da 6 anni a questa parte mi sono fatta quasi ogni anno.
A un certo punto mi sono accorta che il giorno della partenza era arrivato e io non lo avevo aspettato. Punto. Tutto qui.
Ho avuto la sensazione di essermi persa qualcosa, mi sono resa conto che, in alcune circostanze, l'attesa, l'anticipazione, è una parte del piacere e che la mia vita (troppo?) piena mi aveva privata di quel piacere. Un fantasticare pallido, in una giornata uggiosa, un lampo giallo in una sala d'attesa, un sorriso lieve a un semaforo un martedì mattina.
E ora, quando mi capita di aspettare, inseguo un pensiero felice, l'anticipazione di qualcosa di bello.
E il tempo dell'attesa è di nuovo mio.

lunedì 6 aprile 2015

Gli amori degli altri

Gli amori degli altri sono sempre banali. E noi sapremmo che dire e che fare.
Gli amori degli altri sono sempre facili da tagliare, chiudere, mandare all'aria. Sono aritmetici
da valutare e giudicare.
Gli amori degli altri sono dei libri aperti. E noi conosciamo bene il sommario, e la parola fine. Non abbiamo dubbi su come si sfoglino le pagine. Non ci sono colpi di scena, per noi è già tutto previsto.
Gli amori degli altri non ci fanno soffrire. Ci fanno ridere, sono un film già visto.
Gli amori degli altri sono sempre sbagliati.
E non ci perderemmo un attimo.
Perché sappiamo che se non funziona non funzionerà.
E se non è vicino a te è perché non vuole starci.
E se non ti chiama è perché non vuole chiamarti.
Non ci sono paure nascoste. O blocchi profondi. Oscuri nemici. O persino fattucchiere che tramino nell'ombra. In amore se non è "sì" è "no". Il "forse" non esiste.
Sono semplici gli amori degli altri.
Quale meravigliosa fortuna, che a noi, gli amori degli altri, non capitino mai.

sabato 23 marzo 2013

L'amicizia

Le amicizie più belle della mia vita sono nate in modo inaspettato, quasi per caso. Non sono stati colpi di fulmine, passioni improvvise. Sono stati incontri dai quali non mi aspettavo nulla, con persone poco affini, che credevo avrei perso di vista.Sono state come formiche che hanno saputo portare il loro peso con pazienza e dolcezza fino al formicaio. Sono entrate senza essere state invitate, dalla finestra più che dalla porta e sono rimaste nella stanza senza fare rumore, con il solo calore della loro presenza.Sono cresciute col tempo e le attese, non si sono bruciate in affetti sconsiderati, non si sono consumate in gelosie sterili. Restano nella mia vita come ombre luminose, consistenti e leggere.Come orme sulla sabbia che camminano a fianco a fianco e che il mare non potrà cancellare, la presenza di un amico sincero ci affianca senza mai sovrastarci o soffocare. L'unione più vera di amore e libertà.

venerdì 22 febbraio 2013

Dichiarazione di Voto


C’è chi vota per rabbia
Chi vota per protesta
Chi vota per interesse
Chi vota per delusione
Chi volta per illusione
Chi vota per puntiglio
Chi vota per imitazione
Chi vota per dispetto
Chi vota per rivalsa
Chi vota per sfiducia 
Chi vota per dimostrare
Chi vota per urlare
Chi vota per denaro
Chi vota per l’IMU
Chi vota per paura dell’altro.
Io voglio votare per amore
Voglio votare per speranza
Voglio votare per credere
Voglio votare per i miei connazionali. 
Tutti,
Mai contro di loro.
Voglio provare di nuovo la voglia di domani
Di farcela insieme
E qualunque sia l’esito del voto
Cercherò in me il senso di speranza
E la forza di credere nel futuro
Con voi.
Ancora.

domenica 9 dicembre 2012

COME L’EDERA


Il giardino della casa di mia madre era immerso nel silenzio della sera. Mi stupisco sempre a guardarlo, è un giardino che non somiglia alla casa, non somiglia neanche a mia madre. Ha un sapore antico, di rose rampicanti, iris profumati sparsi alla rinfusa. Le aiuole sono delimitate da sassi grigi che sembrano essere stati trascinati dalla marea, come per caso. Ma conosco mia madre, e immaginavo la cura che era stata necessaria per produrre quell’impressione di naturalezza.
Al centro del giardino c’è il pezzo più stupefacente di tutto l’insieme, una statua antica, credo dell’ottocento, che raffigura due amanti, abbracciati, avvinti. L’edera si arrampica su tutto il piedistallo, ma mia madre non permette che vada oltre e si occupa della potatura con precisione maniacale.
- Ah, sei qui?
Era arrivata alle mie spalle all’improvviso. Come quando ero bambino e veniva a vedere se stavo facendo i compiti o leggendo Topolino. Proprio come allora.
- E’ fresco, ed è tardi. Faresti meglio a rientrare, domani ti aspetta una giornata intensa.
- Hai sempre avuto il gusto dell’eufemismo mamma.
Sorrise, ravviandosi i capelli biondi con la bella mano affusolata. Le sue mani erano sempre state affascinanti. Qualunque cosa facessero.
- Suvvia, che sarà mai. Non sei il primo uomo che si sposa.
Sentii ironia nella sua voce.
- Sei contraria, vero?
- La scelta è tua, tu devi essere convinto. Io non c’entro nulla.
Mi voltai di nuovo verso il giardino per cercare le parole da dire. Come spiegarle? Come raccontarle tutto il disagio e la tristezza che mi ha dato la separazione tra lei e nostro padre? Come dirle delle notti passate da me e Barbara a cercare di capire?
- Io credo nel matrimonio.
- Solo questo conta.
- Tu non ci credi, vero mamma? Ti sembro ridicolo?
- Perché dici questo?
Per un attimo mi era sembrata sinceramente turbata.
- Ti voglio bene e rispetto le tue scelte. Anche io mi sono sposata.
- Già, ma poi hai detto che è stato un errore. Un errore da non rifare.
- Mi riferivo al contratto, alla cerimonia. Non al rapporto con tuo padre, tantomeno alla nascita tua e di Barbara.
- E allora, se il rapporto con papà non è stato un errore, perché è finito?
- Era giusto per allora. Poi non lo è stato più.
- Ah be’, troppo comodo!
- Che vuoi dire?
- Mi stai bene ora, ma tra qualche tempo non so, vediamo…
Sorrise. Uno di quei sorrisi larghi ed entusiasmanti che facevano cadere uomini e donne ai suoi piedi. Un pericolo pubblico, mia madre. Anche a quasi sessant’anni. Sentii una fitta di gelosia.
- Mi sa che dobbiamo sederci.
Sedette sulla panca di legno riverniciata da poco. E’ una vecchia panca, la ricordo sin da bambino.  Avvertii la stessa sensazione di legno vecchio e umido, lo stesso odore di resina dal cespuglio dietro le nostre spalle.
- Tranquillo, non voglio raccontarti la storia della mia vita.
-  La ascolterei volentieri mamma.
- Frottole. Queste cose si fanno “volentieri” solo nella fase dell’innamoramento e tu non sei più nella fase dell’”amore per la mamma”.
Frottole. Chiunque altro avrebbe detto “balle” o “cazzate”. Lei aveva detto “frottole” col suo lieve accento e la voce calda e profonda ed era sembrata la cosa più naturale del mondo, non un termine desueto da libro di testo.
- Quando avevo sedici anni ero una ragazzina come tante altre, solo più curiosa e più vivace. I miei erano terrorizzati. Temevano che sarei scappata con qualche teppistello o qualche hippy.
Restai in silenzio. Sapevo che così non era stato. Ma che cosa era stato, quello non lo sapevo.
- Mi mandarono in vacanza da una nostra zia che abitava in città. Lì conobbi Sergio, era un giovane storico dell’arte. Ci innamorammo. Chiesi e ottenni dai miei genitori di poter finire gli studi in città. Sotto la guida di Sergio mi laureai presto e bene e iniziai la mia carriera di curatrice di mostre sotto la sua ala protettrice.
- Poi che successe? Perché vi siete lasciati?
- Conobbi tuo padre, era un uomo molto affascinante. Rispetto a Sergio era più… sapeva vivere, diciamo. 
- Non capisco.
- Io ero comunque ancora molto “paesana”. Un uomo che conosceva un certo tipo di mondo, che sapeva muoversi… Mi dava sicurezza. Anche Sergio me ne dava, in un certo senso. Solo che era una sicurezza diversa. Sergio mi dava sicurezza per crescere, tuo padre per vivere, per mettere su una famiglia.
- L’uomo da sposare.
- In un certo senso, che male c’è? Lo amavo, era la persona giusta.
- E poi?
- Ci siamo sposati, siete nati voi, siamo stati felici. Nel frattempo, vostro padre era diventato una personalità di spicco nel suo settore e io avevo raggiunto una certa fama nel mio. Non eravamo più la ragazzina di paese e il brillante professionista, eravamo un uomo maturo e affascinante e una donna…
Si interruppe come se continuare le costasse uno sforzo.
- Una donna che voleva attenzione.
- E papà non te ne dava?
- Sì, tuo padre era pieno di attenzioni, ma non per me. Non più.
- Che vuoi dire?
- Sei grande ormai. La storia con Arianna era iniziata prima della nostra separazione.
- Non è vero!
- Non ha importanza. Con tuo padre ci ridiamo su, gli dico sempre: voi uomini volete una donna per guadagnare i soldi e una ragazza per spenderli.
- Sì, e tu allora? Sei una santa?
- No, ti ho detto che volevo attenzioni, e ne ho avute. Dopo tuo padre c’è stato Pietro, un uomo solido, forte, affettuoso, che mi ha dato serenità e calore. Alla fine del matrimonio con tuo padre mi sentivo svuotata, a pezzi.
- Ma anche con Pietro è finita.
- Lui voleva ricostruire una famiglia. Io l’avevo già avuta. Non era giusto che io lo trattenessi.
- E ora?
- Che ti importa? Vuoi sapere se sono sola?
- Vorrei sapere se c’è qualcuno.
- Si c’è. Contento?
- Non lo so. E lui non la vuole una famiglia?
- Potrebbe essere una lei.
Sobbalzai, mio malgrado.
- Scherzo, ma tutto è possibile, sai.
- Non mi stupirebbe nulla da te.
- Non era tua intenzione, ma lo prendo come un complimento.
- Ti diverte scandalizzarmi?
- No, ma mi piace sorprenderti. E’ la quintessenza dell’amore. Ciò che amiamo ha il potere di sorprenderci sempre. Ciò che non amiamo più scivola nella banalità del garantito.
- Allora?
La incalzai, come se la stessi interrogando.
- No, non vuole una famiglia. Ha avuto anche lui la sua e poi… non ho più l’età. Stiamo bene insieme. Ci teniamo compagnia e… abbiamo una buona intimità.
- Mamma, per favore!
Come molti figli conservavo un sano disgusto per la vita sessuale dei miei genitori, a maggior ragione se con terzi estranei.
- Non sono ancora da buttare, sai?
La guardai. No, non era da buttare. Per certi versi non era mai stata più bella. Le rughe sottili sembravano incorniciarla più che segnarla. Le labbra avevano perso un po’ del loro turgore ma i contorni restavano netti, anche se quello che la rendeva bellissima era il modo in cui parlava, come se l’aria le appartenesse.
- Questo solo per dirti, Marcello, che per me l’amore segue l’anima. Se fossi rimasta una ragazzina ignorante e curiosa credo che sarei rimasta con Sergio, se per me la famiglia “normale” fosse rimasta un sogno e una priorità di vita, sarei rimasta con tuo padre. Se avessi avuto ancora bisogno di attenzione, venerazione e amore incondizionato, sarei rimasta con Pietro. Ciascuna di queste storie è stata importante per me. E’ stata vita, crescita, è stata tutto. Poi, a un certo punto, ha smesso di esserlo. E ha smesso di esserlo proprio perché ha assolto il suo compito. Come se ogni storia avesse in sé anche la propria fine.
- Vuoi dire che l’amore eterno non esiste?
- Tutt’altro. L’amore ha bisogno almeno dell’illusione dell’eternità. Ma perché l’amore tra due persone duri per sempre, l’evoluzione di tutti e due deve andare in direzioni che siano… compatibili. Che si integrino. Oppure…
- Oppure?
Mia madre guardò la statua dei due amanti abbracciati.
- Oppure se nessuno dei due cambia, se si resta immobili.
- Io, credo che il tuo sia un ragionamento cinico e opportunista, mamma. L’amore è impegno. Io mi sposo perché credo in questo impegno. Lavorerò con Lucia perché il nostro rapporto cresca insieme a noi, perché continui ad avere un senso e non lascerò che sia la vita a decidere per me.
- Sono felice per te se credi che sia possibile. Lo credo anche io, in un certo senso. Solo che finora non mi è successo. O non ci sono riuscita.
Restammo in silenzio. Un grillo aveva iniziato da poco il suo canto nuziale. Mi godetti quell’istante, non c’è intimità più grande che condividere il silenzio con qualcuno. Un silenzio pieno come una promessa.
- E da che lo capisci? Le chiesi dopo un po’
- Capisci cosa?
- Che è la persona giusta per quel momento. Hai dei parametri? Un test?
Ridemmo insieme. Poi d’improvviso lei si fece seria.
- Ho un metodo infallibile.
- Sono curioso.
- Lo capisco dall’odore.
Ancora oggi non ho capito se scherzasse oppure no e non ho mai voluto chiederglielo. Era tardi, mi alzai per andare a dormire.
Lei sollevò il viso verso il mio. La baciai sulla fronte, come si fa con i bambini.
- Buonanotte mamma.
- Buonanotte sussurrò.
Immaginai di vedere una lacrima nei suoi occhi, ma forse non c’era.
Prima di rientrare mi voltai di nuovo a guardarla. Stava fissando la statua degli amanti, quella che difendeva dai rampicanti, perché la vita la lambisse, senza corromperla.



domenica 2 settembre 2012

A Terrible Beauty- Taccuino Di Una Settimana On The Road


Lunedì, 1 agosto.

Io parto lo stesso. Quando l’ho detto a mia madre ha sgranato gli occhi e mi ha detto che sono pazza. Ma per mia madre sono pazza qualunque cosa faccia. Sono sempre stata pazza.
Sono partita ugualmente. Ho tutto, la maledetta guida, le cartine di merda, l’itinerario del... Lasciamo perdere. Troppo turpiloquio per un taccuino solo.
E’ triste quando un amore finisce, ma è ancora più triste quando finisce prima delle vacanze. Gli amori dovrebbero finire a settembre quando la città si riempie di nuovo, gli uffici vibrano di vita e le palestre riaprono: Technogym, Acquagym, Kickboxing, GAG, Gurgle e Spatapunf.
Gli amori non dovrebbero finire mai intorno al 25 di luglio. La cosa assume connotati di perversione. Soprattutto mai dovrebbero finire se abbiamo già prenotato l’aereo, a tariffa scontata, scontatissima, la crème del low cost.
Prenotato a inizio febbraio, quattro ore su internet, Ryanair, Virgin, Air Europe, Easyjet, la Giàcisiamoschiantati (quindi la statistica è dalla nostra) airline: otto ore per trovare la migliore combinazione “fly and drive”, mezz’ora a parlare in inglese con una tipa per poi scoprire che era una ragazza di Foggia in stage a Dublino e che avevo perso dieci anni di vita e tre chili di sudore per niente.
Prenotato quando ancora ti amavo e vibravo di emozione al solo pensiero di vederti. E ogni volta che sul cellulare vedevo il tuo nome sussultavo. (I vari stadi dell’amore sul cellulare:  Sean Boschi cell., Sean B. ufficio, Sean casa, Mylove cell pers. Cancella tutto. Cancella memoria agenda. Cambio numero - guai a te se mi chiami.).
Prenotato quando credevo che sarebbe durata per sempre, lo so che ci conoscevamo da poco, ma c’era un feeling. E poi mi piacevi da morire. Accento nordico, aria spersa.
Andiamo in Irlanda, ti voglio far vedere dove sono cresciuto, ti faccio conoscere i miei amici. Ad agosto le giornate sono lunghe, a Galway i gabbiani grigi si gettano nell’acqua color giada, il cielo alle dieci di sera è bianco e lo stridore dei gabbiani riempie l’aria, tanto che ti viene da piangere e vorresti ormeggiare l’anima accanto ad un due alberi. Prenotato e pagato con la mia carta di credito.....

giovedì 21 giugno 2012

Panta Rei



I piedi toccavano la terra soffice e l’erba umida. Il rumore del vento tra le foglie faceva scivolare sulle sue spalle gli odori di una stanca primavera.
Era una donna bella, alta, ben tornita, dal corpo atletico. I lineamenti le davano un’aria esotica senza renderla estranea, perfetta senza alcuna freddezza.
Sedette per terra, raccogliendo le ginocchia tra le braccia, consapevole di essere osservata, un piccolo gruppo di persone la fissava, al di là del fiume. Ad Anna però non importava, per lei era importante guardare, conoscere, capire.
Aveva fatto un buon lavoro, anche questa volta, lo sapeva. Erano in pochi a fare il suo  mestiere e lei era la migliore. La Terra era stata sconvolta da così tanti cataclismi dovuti a dissesti idrogeologici che ormai il potere era in mano a un pugno di architetti ambientali. Il loro compito era curare la terra ferita, riportare l’equilibrio dove l’uomo l’aveva sconvolto, rimettere ordine nel caos.
In particolare, Anna si occupava del corso dei fiumi, si era specializzata nel comprendere quale fosse l’alveo che preservava meglio l’ambiente, irrigando le zone più fertili e in modo da preservare o ristabilire l’equilibro tra il terreno e le acque.
In gergo venivano chiamati “Rivisti”. Progettavano le nuove rive dei corsi d’acqua, e Anna era una di loro. Non c’era territorio sul quale non dessero il loro parere su come i le acque dovessero scorrere, su quale disegno del lago fosse più propizio alla vita dentro e fuori dall’acqua.
Anna era felice del proprio lavoro, era apprezzata, riconosciuta, rispettata.
Amava i fiumi, la facevano pensare alla vita. Fanno fluire le cose, dal fiume puoi prendere, dal fiume puoi dare, col fiume puoi arrivare o andare. Puoi accettare che ti porti dove vuole, o remare contro corrente fino a morire.
E lei poteva cambiarne il cammino, era come cambiare il corso di una vita.
Sorrise al pensiero.
Pensò a sua madre, un’intera esistenza spesa a lamentarsi di come avrebbe voluto che fossero le cose, di come ciò che voleva le fosse negato. Forse modellare le coste rocciose era più facile che tirare fuori le persone dai pantani nei quali si infilavano. Scosse la testa rialzandosi.
Domani, pensò, c’è un altro fiume.

giovedì 8 marzo 2012

5 minuti


Il maledetto armadietto stava di nuovo crollando.
- Marco!
Il suo urlo si sovrappose al rumore degli scaffali che cedevano. Marco arrivò ansimando. Appoggiò entrambe le mani alla cornice dell’armadio per puntellarlo. Poi aprì lentamente una delle ante che pendeva, attaccata solo con una cerniera per constatare i danni.
- Bisogna prendere un nuovo armadietto, non possiamo andare avanti così uno di questi giorni uno di noi ci resta sotto... vai a prendere la cassetta degli attrezzi...
Il cuore le batteva forte. Si era molto spaventata.
Ada si allontanò verso la cucina. Il cellulare di Marco era lì, appoggiato sul tavolo, il display si era improvvisamente spento.
Senza sapere neanche perché si avvicinò al telefono e spinse il tasto per riattivare lo schermo. Senza quasi volerlo, lesse i due SMS che erano sullo schermo, uno con sfondo bianco, ricevuto, uno con sfondo verde, inviato:
“Non resisto fino a domani mattina, voglio vederti ora, inventa una scusa... Ti amo.”
“Amore, non so se ce la faccio, sono sotto sequestro per i soliti lavoretti di casa, sai che gioia :-(. Ti bacio tutta, ti chiamo dopo.”
Il cuore prese a batterle all’impazzata. Marco, un’altra donna. Cercò spiegazioni alternative, forse una collega che si era presa una cotta. Guardò il mittente del messaggio, il numero era salvato con il nome di un negozio. Fece scorrere il display per vedere messaggi precedenti, ma non c’era altro. Marco doveva averli cancellati.
Si guardò intorno, la sua casa, il divano dove lei e Marco vedevano i film con i loro due bambini. Le foto delle loro vacanze, il quadro che lei desiderava tanto che lui le aveva regalato per il suo ultimo compleanno. Nelle orecchie aveva solo il battito del suo cuore, la bocca secca e le gambe le tremavano.
Pensò a Bianca, la sua amica che si era separata da poco. La tristezza di vederla sola con la sua bambina alle feste degli amici di scuola, le discussioni squallide sugli alimenti che le aveva raccontato, i weekend alternati, stare sola di notte nel letto.
Appoggiò nuovamente il telefono sul tavolo, cercando di rimetterlo nella stessa posizione, non aveva sentito Marco arrivarle alle spalle.
- Allora, la cassetta?
La voce di lui si era spenta sull’ultima sillaba. L’aveva guardata, aveva seguito con lo sguardo il suo braccio, fino alla sua mano.
- Vado a prenderla.
Si guardarono negli occhi a lungo.
- Fai presto, se no crolla tutto.
- Sì, faccio presto.
Le gambe le tremavano ancora. Può succedere, poi passa. Passa tutto.