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domenica 9 marzo 2014

L’UNICA DISTRAZIONE

Carlotta rigirò piano la chiave nella serratura. Erano anni che non faceva così tardi, anzi, forse non aveva mai fatto così tardi. Se sua madre si fosse svegliata, sarebbe stata la fine.
Chiusa la porta alle proprie spalle, si sfilò le scarpe e cominciò a calcare il pavimento freddo con le punte dei piedi che le facevano male per lo sforzo. Il dolore che provava le ricordò l’unica visita fatta dall’ortopedico che le aveva prescritto le scarpe sformate che di solito portava.
Si spogliò cercando di respirare piano. Poggiò ogni indumento sulla sedia con entrambe le mani in un movimento lento. Poi si infilò la camicia da notte di flanella rosa che le diede la solita sensazione di punture sottili sulla pelle della schiena e delle braccia.
Doveva andare in bagno ma non osava, il rumore dell’acqua avrebbe potuto svegliare sua madre e lei non avrebbe saputo che dirle. Aveva bisogno di tempo per pensarci. La pancia le sembrava le scoppiasse, aveva crampi e dolori continui al basso ventre. Decise di rischiare.
Camminò dapprima rasente al letto, poi all’armadio infine alla porta. Raggiunse la porta del bagno che aprì lentamente. Al buio, per evitare che il “clac” dell’interruttore svegliasse sua madre cercò a tastoni il water.
Alzò la camicia da notte e fece scivolare le mutande giù per le gambe in modo che l’elastico non facesse rumore.,
Quindi si sedette e prese la mira in modo che la pipì non cadesse direttamente nell’acqua ma sulla parete di ceramica in modo da attutire il rumore. Rinunciò ovviamente ad usare lo sciacquone. Il giorno dopo si sarebbe svegliata un po’ prima di sua madre e avrebbe tirato l’acqua.
Non prese neanche in considerazione l’idea di lavarsi i denti o di levarsi il poco trucco che aveva sul viso. Uscì di soppiatto dal bagno e raggiunse la propria camera tastoni, come se non conoscesse ormai ogni angolo della casa in cui abitava ormai da trent’anni.
Raggiunse il letto quasi stupendosi di non essere stata scoperta, per una volta, in cinquant’anni vita, di averla fatta a sua madre.
“dorme” pensò “meno male. Ho fatto più tardi di quanto pensassi e temevo che si sarebbe svegliata. Invece, come al solito mi preoccupavo troppo. E dorme della grossa. Non ha fatto neanche un rumore, neanche un lamento da che sono entrata”.
Sua madre aveva l’abitudine di emettere lamenti e gemiti simili a muggiti, anche se perlopiù in coincidenza di cene a base di cavolo stufato che si ostinava a mangiare benché sapesse di non digerirlo bene. Il giorno dopo, non appena Carlotta andava in cucina, per la colazione, sua madre, dandole le spalle per accendere il fornello sotto il pentolino del latte le diceva, con una voce carica di sottintesi: “lo sapevo che il cavolo mi avrebbe fatto male”.
Quando le accadeva di avere la digestione difficile, o qualunque altro problema, Carlotta sentiva che la madre riusciva in qualche modo a darne implicitamente la responsabilità a lei.
Carlotta non rispondeva nulla. La reazione che le sarebbe venuta spontanea sarebbe stata urlare: “ma non è colpa mia!”. Ma sapeva che a quel punto sua madre l’avrebbe guardata come si guarda un’indemoniata e le avrebbe risposto. “e chi ha detto che è colpa tua? Ma perché devi sempre essere così nervosa... In questo, hai preso da tuo padre”.
Era un’altra cosa tipica. I difetti erano tutti di suo padre. Se si sforzava di essere precisa: “sei pedante come tuo padre”, se andava di fretta e dimenticava qualcosa: “sei sciatta come tuo padre”.
Carlotta si domandava che cosa lo avesse sposato a fare. Ma anche su questo sua madre, Anna Maria, aveva la risposta pronta. “ero così giovane, e lui era bravo a parlare” che sembrava che si fosse fatta appioppare un’enciclopedia scadente da un venditore a porta a porta senza scrupoli.
Più o meno in questo modo Anna Maria aveva liquidato anche Taddeo, il suo corteggiatore storico. “E’ uno carico a chiacchiere” aveva detto dopo una cena insieme. In realtà Taddeo, che era un ragazzone piuttosto timido e serio, aveva semplicemente cercato di fare buona impressione su Anna Maria tenendo viva la conversazione durante una terribile serata.
Carlotta ricordava quella sera in ogni dettaglio, ed in quel momento, stesa nel letto, poteva ripensarci con trionfo, con rivalsa.
Aveva ormai trent’anni, tutte le sue amiche si erano sposate e lei ancora no. Le incontrava spesso in giro per i negozi del quartiere mentre spingevano i loro passeggini, le più fortunate, già tenendo per mano il frugolo più grande che strepitava come un’orda di pinguini, inseguiti da un’orca sanguinaria.
La seconda domanda dopo “come stai” era “ti sei fidanzata?”. Le più indelicate un: “ti sei sposata?”, mentre con la coda dell’occhio avevano già ispezionato l’anulare della mano sinistra, e si erano già risposte.
La cosa peggiore era che avevano smesso di chiederle “come mai?”. Si limitavano ad annuire e a cambiare rapidamente argomento, quasi avessero fatto una gaffe, Questo fece capire a Carlotta che ben presto non le avrebbero neanche più chiesto se si era sposata. Il suo essere una zitella (il termine “single” era di gran lunga posteriore e pareva a Carlotta un eufemismo ipocrita) sarebbe stato iscritto nell’ordine naturale delle cose.
Se Carlotta era onesta con se stessa fino in fondo, e si guardava davvero dentro, era questo che l’aveva spinta ad incoraggiare finalmente Taddeo.
Era un bravo ragazzo, con una discreta occupazione, uno dei pochi che non si fosse ancora sistemato e, dulcis in fundo, da sempre innamorato di lei. A Taddeo non parve vero che Carlotta lo incoraggiasse. L’aveva sempre ammirata di lontano, ritenendosi fortunato se semplicemente Carlotta gli rivolgeva la parola. E ora Carlotta, il sogno della sua vita, l’altera Carlotta, lo invitava a cena a casa sua, con sua madre.
Carlotta ricordava come se fosse successo ieri, Taddeo si era presentato con un enorme mazzo di fiori, Gerbere di ogni colore tenute insieme da una splendida confezione in rafia e una bottiglia di vino rosso.
Aveva indossato un vestito in tinta e si era messo la cravatta, come usava una volta. Era commovente. Perlomeno lo sarebbe stato per tutti, tranne che per Anna Maria.
Riuscì ad imprimere alla serata il tono dell’incubo sin dalla presentazione. Fece finta di non capire il nome di Taddeo. “come ha detto di chiamarsi? Babbeo?”. Taddeo sorrise imbarazzato, ma incoraggiato dallo sguardo comprensivo di Carlotta non si scompose eccessivamente.
Poi chiese se le Gerbere fossero da insalata e se l’abito di Taddeo fosse proprio suo visto che sembrava che indossasse l’abito di un’altra persona.
Per il resto della serata Anna Maria evitò di rivolgere la parola direttamente a Taddeo e fece finta che non esistesse, talvolta in maniera plateale, come quando per prendere l’acqua dall’altra parte della tavola per poco non gli diede un pugno sul naso.
A Carlotta venivano le lacrime agli occhi, ma non si scompose e cercò di conversare con Taddeo come meglio poté. Le sembrava di portare un masso di cinquanta chili in salita, si rese presto conto che l’unica cosa che desiderava era che la serata finisse. E presto.
Quello che ancora Carlotta non riusciva a perdonare a sua madre sopra ogni cosa, fu il sorriso soddisfatto quando Taddeo si congedò, evidentemente a disagio farfugliando un saluto sulla porta.
Nei giorni successivi, ogni volta che si parlava di qualcuno, ovviamente male, e a qualunque proposito, Anna Maria si sentiva in dovere di aggiungere: “un altro tipo carico a chiacchiere...” non guardando ostentatamente Carlotta.
Carlotta smise di incontrarsi con Taddeo. Le sue uscite ed attività sociali, nel tempo si erano andate riducendo ed ora erano limitate all’andare in ufficio, al fare la spesa e alla messa domenicale.
Mai avrebbe rinunciato, in particolare, a quest’ultima, unica uscita concessale che non avesse un tornaconto diretto per sua madre, anche se più volte Carlotta aveva sospettato che le fosse consentita per due motivi: il primo è che Anna Maria era bigotta e superstiziosa e probabilmente temeva che la cosa le si sarebbe ritorta contro, il secondo, che Anna Maria in fondo sperava che Carlotta pregasse anche per lei, perché guarisse dai suoi innumerevoli malanni e vincesse finalmente l’ambo che giocava da anni con pertinacia sulla ruota di Napoli.
Carlotta si accorse di pensare per la prima volta alla sua vita tutta insieme, a quello che ne era stato di lei. Pensò che la vera tragedia non è quando la vita cambia all’improvviso, per un incidente stradale, l’atto di un folle, una catastrofe naturale, un tracollo finanziario, la perdita del posto di lavoro.
La vera tragedia è quando la vita cambia, giorno dopo giorno, in una serie di piccole, innominate rinunce. Si rinuncia a poco a poco a pezzi di sé, della propria volontà del proprio essere, senza neanche lottare. Si susseguono una serie di “perché no?” che non sono sì, ma neanche no, e alla fine ti trovi a vivere una vita che non è la tua, completamente. Ti è stato sottratto tutto, nottetempo, come quando da piccola si addormentava nel letto dei genitori e si trovava al mattino nel proprio lettino, in un altro posto, ed era semplicemente naturale.
Nulla di ciò che Carlotta possedeva le apparteneva né tantomeno le somigliava. La sua stanza era il rigido spettro di quello che era stato il suo gusto e i suoi desideri. Le foto alle pareti non le aveva scelte lei. Erano foto che non avevano trovato posto altrove nella casa e che in qualche modo erano defluite sulle pareti di quella che era una terra di nessuno: la sua stanza da ragazza.
Carlotta non era più una ragazza, né ci si sentiva. Si era trovata improvvisamente calata in uno stereotipo ambrato, la figlia non sposata che è rimasta ad accudire la madre vedova. Un angelo sacrificale, un nume tutelare. Una perfetta idiota.
I pensieri le facevano montare in petto una rabbia sorda e ancora una volta negata. Avrebbe voluto in quel momento urlare che non ci stava più, che il gioco era finito. Ma non l’avrebbe fatto, sarebbe restata lì nel letto a guardare il gioco che la poca luce della strada che filtrava dalle tapparelle non serrate faceva sul soffitto della stanza. Il suo nido di spine.
Avrebbe resistito a dire a sua madre: “te l’ho fatta sotto il naso! Beccati questo ben ti sta. La tua amata figlioletta, il tuo angelo del focolare è uscita di notte, con un uomo, un uomo conosciuto a malapena. Come una puttana.”?
“Come una puttana” ripetè la piccola frase sottovoce, nel silenzio della stanza, come una formula magica, un mantra della perdizione. Lei che non diceva mai parolacce, che non bestemmiava, che quando qualcun altro lo faceva distoglieva lo sguardo trattenendo a stento il gesto anacronistico di segnarsi il petto con la croce, come sua nonna.
No forse non glielo avrebbe detto subito, avrebbe prima tentato di accumulare altri crediti per poi sciorinarglieli tutti assieme, magari durante una delle sue aulentissime cene a base di cavolo, o meglio ancora uscendo dalla messa domenicale, distrattamente : “a proposito mamma..”
Non riusciva a prendere sonno, le si agitavano nella testa le immagini di se stessa tra le braccia di Enzo, quell’uomo estraneo, incontrato per caso in ufficio, il primo da anni che le prestasse attenzione come ad una donna e non come ad una suppellettile dell’ufficio, un distributore semiautomatico di certificati.
Sotto quello sguardo si era sentita nuovamente consapevole di possedere un corpo, un’apparenza, della banalità del proprio abbigliamento.
La frase “potremmo vederci una di queste sere?” la colse di sorpresa, tra un certificato di nascita ed uno di stato civile in carta semplice. Quello che avrebbe desiderato trovare non era una risposta sensata, ma una risposta adatta, che la riportasse al proprio rango di donna, che la strappasse all’improvviso alla sua “camera da ragazza” e agli anni di carriera come badante della propria madre. Dalle labbra le uscì una risposta sufficientemente ambigua, una specie di “non so”. Le ricordava un gioco da bambini molto piccoli: “la risposta tra tre giorni”.
Tornò a casa e aprì quasi con rabbia gli armadi alla ricerca di un abito da donna, non da zitella. Non uno scamiciato grigio, né una gonna a campana, nessuna camicia di flanella, né un pullover comprato alle bancarelle, trenta euro la coppia.
Quasi in stato di trance, aveva poi aperto il cassetto e aveva tirato fuori la biancheria intima, dozzinale, di poco prezzo. Busti e pancere, calze con doppio rinforzo, riposanti color carne e latte.
I tempi migliori erano passati da troppo tempo, i suoi vecchi collant, ormai fuori moda, non avrebbero comunque ospitato la pancetta sporgente, i fianchi allargati.
Doveva comprare nuovi abiti e nuova biancheria, doveva procurarseli senza che Anna Maria se ne accorgesse. A come avrebbe potuto lavarli e nasconderli avrebbe pensato in secondo tempo.
La sera al buio, sul divano, accanto a sua madre, colpita dai riflessi di una trasmissioni a premi, languiva alla ricerca di qualcosa da dirle, da dire ad Anna Maria. Lei le avrebbe detto: “stasera esco”, Anna Maria le avrebbe chiesto: “e dove vai?”. E sarebbe stata la fine. Non poteva dirle la verità e non riusciva a mentirle.
“Che hai?”, Carlotta si scosse dalla propria fantasticheria per guardare Anna Maria. “Perché me lo chiedi?” rispose, già sulla difensiva. “Hai un’espressione strana, come se fossi arrabbiata... o spaventata. O tutte e due le cose”.
“Mi hanno fatto arrabbiare oggi in ufficio. Le solite cose”. Mentre rispondeva si rese conto del piccolo miracolo. Se voleva riusciva a mentire ad Anna Maria, certo, su cose secondarie, insignificanti. Ma poteva farlo.
Fu una sua collega che le diede l’idea.
“hai una faccia tremenda Carlotta da un po’ di giorni. Che hai?”
“dormo male, non so che mi prende” Carlotta rispose, ed era, in realtà una buona parte del problema.
“perché non prendi queste gocce? Le ho appena prese dalla farmacia. Se vuoi te le dò. Ci vuole la prescrizione, io me le vado a riprendere...”
“Oh... grazie Patrizia, quanto ti devo?”
“Ma niente, figurati... sei sempre così gentile quando serve un favore a me... è il minimo!”.
Quella sera Carlotta dormì come un sasso, non aveva preso le gocce, aveva solo risolto il problema.
Lesse attentamente il foglietto illustrativo del medicinale. Quella sera, dopo la cena, come al solito finita puntualmente alle otto e mezzo in modo che Anna Maria si potesse godere in santa pace il film su rai uno, Carlotta versò venti gocce di sonnifero nella tisana di sua madre.
Anna Maria si addormentò poco dopo i titoli di coda. Carlotta fece uno squillo a Enzo, per avvertirlo che sarebbe stata pronta in venti minuti.
Si preparò con cura, scegliendo ogni singolo capo tra quelli che aveva acquistato. Si pettinò i capelli e li raccolse, poi si accolse che la invecchiavano e la facevano somigliare ancora di più a sua madre. Li sciolse nervosamente e li arruffò con entrambe le mani.
Si mise poche gocce di profumo e uscì appena in tempo per evitare che Enzo suonasse il campanello.
Il giorno dopo Carlotta si alzò molto presto, per struccarsi ed eliminare ogni traccia della propria spavalderia prima che Anna Maria si svegliasse.
Alle sette e mezzo sua madre dormiva ancora. Carlotta si avvicinò alla porta della camera da letto per accorgersi che al solito respiro regolare di Anna Maria quando dormiva si era sostituito un affanno rauco.
Si avvicinò alla madre e prese a scuoterla, prima lentamente, via via sempre più forte finché si trovò a strattonarla urlando “mammaaaaaaaa!”.
L’ambulanza fu lì in pochi minuti. Anna Maria era riuscita a mettersi a letto e a spegnere la TV, poi un malore, qualcosa al cuore l’aveva fatta sentire male. Chissà se aveva chiesto aiuto, chissà.
Nel corridoio dell’ospedale Carlotta se ne stava su di una panca rannicchiata in un angolo, stringendo a sé la propria borsa. Era uscita di casa senza pettinarsi, si era vestita senza sapere che cosa indossava.
Il medico le aveva detto che sua madre rischiava la morte o danni permanenti al cervello. L’invalidità, insomma. Carlotta si sentiva come un cane che tentando di fuggire si strangola col guinzaglio.
Il medico uscì dalla sala e le andò incontro. Le poggiò le mani sulle spalle e la guardò negli occhi e disse la frase, chissà quante volte detta, ormai consumata, lisa agli angoli, una frase vecchia, una foglia secca sul pavimento di linoleum.
“coraggio”.
Carlotta scoppiò a piangere, piangeva per paura, per dolore, per disperazione, per disillusione,
Ma piangeva anche di rimorso, di colpa, di disgusto. Soprattutto di un invadente senso di liberazione.
A casa avrebbe gettato in una scatola gli abiti grigi, le scarpe ortopediche, i mutandoni sformati. Forse solo per ricomprarli uguali, ma non sarebbero stati gli stessi.








lunedì 19 novembre 2012

MANOVRA IMPOSSIBILE



Huker sentiva la testa martellargli, come sempre, dopo un litigio con Sunda. Si chiedeva spesso se sua moglie avesse fatto un corso specifico per imparare a dargli sui nervi o se fosse un talento naturale. Era un dubbio che probabilmente non avrebbe mai risolto. Attivò lo spazio-sensore della navicella. La propaggine traslante anteriore entrò dalla finestra del suo appartamento al trentacinquesimo piano. Soffriva l’altezza, ed era costretto a scegliere sempre piani sotto l’ottantesimo, questo lo obbligava a soffrire tutte le pene della salita dell’uovovettore quando doveva prendere l’aero-robot dall’hyperbox sul tetto del grattacielo.
Almeno l’uovovettore era dotato di dispositivi di stazionamento e riequilibratura che impedivano di sentire il dislivello della salita. I visori tridimensionali erano studiati per persone che soffrivano di vertigini come lui e davano la sensazione di planare lentamente a pochi centimetri dal suolo.
La propaggine traslante s’infilò nella navicella metallica ancorata a un migliaio di metri dal suolo scodellando Huker con dolcezza sul sedile dell’aero-robot Ygar 3600.
Al contatto del corpo di Huker con il sedile, il casco trasmettitore scivolò sulla sua testa e il sedile si incurvò lentamente prendendo la forma che, secondo il dipartimento di medicina interplanetario, era il più opportuno in considerazione della struttura ossea di Huker, dei carichi che stava portando, e del tipo di alimenti che aveva ingerito nelle ore precedenti.
Sullo schermo della consolle, apparve il messaggio di benvenuto, che partiva assieme alla musica di apertura, un motivo popolare in quel momento che Sunda aveva scelto.
Sunda era più portata di lui per la tecnologia, e aveva predisposto lei i settaggi dell’Ygar 3600. Huker si era limitato a richiedere un paio di personalizzazioni, per le quali Sunda aveva commentato, con aria di sufficienza:
- Tutto qui?
Dopo il messaggio di benvenuto era partita la schermata di check up di Ygar 3600. In un tempo quasi impercettibile il veicolo veniva esaminato minuziosamente. In caso fosse stata necessaria la manutenzione, l’auto-robot si sarebbe messo in contatto direttamente con la casa produttrice che avrebbe scelto l’officina utile più vicina.
- Maledizione!
Huker era un uomo d’indole pacifica, la mattinata però era stata carica di eventi spiacevoli e quello che apparve sullo schermo era solo la ciliegina sulla torta.
Manutenzione straordinaria – recarsi su Elios VI per intervento urgente – priorità massima”.
Questo voleva dire diverse cose, una tra tutte: l’intervento sarebbe stato a carico dell’azienda produttrice. Il pensiero non diede a Huker alcun sollievo. Nulla avrebbe impedito il litigio che sarebbe scoppiato tra lui e Sunda. Gli sembrava di sentirla:
- Dovevi venire a prendermi alle otto. Mai che tu faccia una cosa in tempo... Non si può mai fare affidamento su di te!
Al pensiero Huker spinse il pulsante di partenza. Forse non sarebbe dovuto partire, forse sarebbe dovuto rimanere lì a decidere il da farsi, o forse avrebbe dovuto chiamare Sunda dall’infocom per spiegarle la situazione. Ma non ne ebbe il tempo.
L’auto-robot era partito con un guizzo metallico e in pochi secondi aveva percorso centinaia di chilometri spaziali, una distanza enorme. Sapeva già dove dirigersi.
Il sistema di automanutenzione, con i mezzi più moderni, era stato completato da un sistema di navigazione intergalattico sofisticatissimo. I due sistemi interagivano e non appena l’elaboratore principale trasmetteva il segnale di manutenzione, dal navigatore intergalattico partiva la ricerca dell’officina più vicina. Una volta individuata l’officina, il sistema la definiva come destinazione, calcolava il tempo di navigazione, il fabbisogno di energia e le eventuali soste di recupero, il tutto senza che la persona a bordo dovesse fare nulla. O anche, semplicemente, potesse fare nulla.
Huker si rilassò. Era talmente arrabbiato con Sunda, quando era uscito di casa, che non aveva preso con sé nulla per passare il tempo. Normalmente gli piaceva, durante il percorso, fare delle copie di se stesso con il neurosimulatore. Aveva inventato centinaia di possibilità, come sarebbe stato se avesse avuto genitori diversi, se avesse fatto studi diversi, se non avesse sposato Sunda. Era solo un gioco, però, ecco, faceva riflettere. Il neurosimulatore, però, era rimasto a casa, in bagno, accanto alla vasca a ultraluci.
Per distrarsi un po’, chiese al sistema di proiettare il manuale d’uso del Navigatore Interstellare Siderius 5.0. La proiezione partì con un sibilo:
Il sistema di navigazione interstellare Siderius 5.0 è il più avanzato sistema di navigazione inventato per orientarsi nello spazio intergalattico. Siderius 5.0 è dotato delle mappe delle maggiori galassie conosciute, ed è in grado di orientarsi sfruttando lo spettro della luce proveniente da ogni corpo celeste. Siderius 5.0, inoltre, è in grado di calcolare il tempo di rotazione di ciascun corpo celeste, la gravitazione reciproca dei corpi, nonché la probabilità di eventi quali comete, meteore, meteoriti...”
Huker si addormentò. Il manuale tecnico continuò la propria spiegazione, mentre Ygar 3600 stabiliva la propria rotta in base alle informazioni che Siderius 5.0 calcolava incessantemente.

- Che vuol dire?
- Quello che ho detto Reus. Esattamente quello che ho detto.
Reus Fiutre si alzò dalla scrivania fluttuante e si fece scivolare sulla rampa d’appoggio in metallo. Amava il design ardito, amava tutto ciò che era audace.
- E’ scappata?
- Direi di sì. In realtà credo che, a rigore, sia semplicemente andata via. Credo fosse suo diritto. – l’ingegnere capo disse l’ultima frase con voce sommessa. Sapeva quanto Reus fosse restio a negare qualunque diritto al di fuori dal proprio.
- Suo diritto un corno! Lei può andare dove diavolo vuole, ma i progetti? I manuali? I disegni? Sono della Ygar, non può farci quello che vuole, no?
Desker, l’ingegnere capo guardò a lungo il pavimento della stanza sotto i propri piedi, fino ad apprezzare ogni piccola scheggia di cristallo luminescente. Alla fine, alzò la testa per dire, con malcelata mestizia:- Non proprio, Reus...
- Che diamine vuol dire: “non proprio, Reus”? – esplose Reus, tentando di scimmiottare, nell’ultima parte della frase, il tono dolente di Desker.
- Vuol dire che... Quando ha depositato i progetti, l’ha fatto a proprio nome, non a nome dell’Ygar Inc. Sono suoi, e può farne quel che vuole, questo vuol dire.
- Legalmente non possiamo fare nulla?
- Direi proprio di no.
Reus era furioso. Quella piccola... L’aveva detto e l’aveva fatto. Anzi, “quasi” fatto.
Kelen era di una bellezza ammaliante e di una sensualità impareggiabile. Era anche orgogliosa e gelosa. Aveva accettato di rimanere a lavorare alla Ygar dopo l’inizio della loro relazione, ma aveva posto alcune precise condizioni. Non voleva promozioni o favoritismi, desiderava solo poter continuare a lavorare sul progetto Siderius 5.0 da sola e prendere una percentuale su quello che la società avrebbe guadagnato dalle vendite del prodotto.
A Reus era parso un affare d’oro. Kelen Geis era l’ingegnere più brillante della sua società e gli sembrava che le condizioni da lei poste fossero ragionevolissime, persino un po’ futili. Aveva attribuito la richiesta all’orgoglio di Kelen, alla sua ingenuità, unite al fatto di aver perso la testa per lui.
Forse” pensò “non era poi così ingenua”.
Doveva ammettere che aver depositato i progetti a proprio nome era stata una bella mossa e, nel medio termine, avrebbe potuto causare qualche problema.
Una delle ragioni del successo dell’Ygar 3600 era stata l’installazione di serie di Siderius 5.0. Se Kelen avesse venduto l’idea ai concorrenti sarebbe stato un brutto colpo. Ma Reus avrebbe saputo farla ragionare.
Il loro ultimo colloquio si era chiuso in maniera piuttosto spiacevole. Ma si sa, quando una storia finisce, volano parole grosse.
- Io ti rovino! – gli aveva detto Kelen, con freddezza.
All’inizio la cosa lo aveva un po’ spaventato, ma poi si era detto che il massimo che poteva fare era causargli qualche piccola bega legale. I suoi avvocati erano i migliori. L’ingegner Geis avrebbe fatto meglio a mettersi l’anima in pace: se pensava di rovinarlo per così poco, non conosceva le risorse di Reus Fiutre.
- Va pure Desker. Chiama i tuoi ingegneri, voglio un piano per fronteggiare l’emergenza entro domani. Voglio una stima accurata di quanti Ygar 3600 sono stati già prodotti col sistema Siderius e quanti sono ancora in produzione. Voglio inoltre che chiami a rapporto il nostro gruppo tecnico, ho bisogno di sapere che cosa conoscono del sistema e se sono in grado di copiarlo. Voglio poi un rapporto dell’ufficio legale. Voglio sapere se possiamo rivalerci nei confronti di Kelen e, soprattutto, come possiamo continuare ad installare il Siderius ora che lei non è più nella società. Chiaro?
- Chiaro.
Desker uscì dalla stanza con la testa bassa. Conosceva Kelen e l’ammirava. Quella mossa gli sembrava al di sotto delle potenzialità del giovane ingegnere, la donna più bella e più in gamba che avesse mai conosciuto. Sentiva campanelli d’allarme e brividi per tutto il corpo. Dalla cintura a pulsioni digitò il codice d’emergenza. In quell’istante ogni ingegnere dell’Ygar Inc. veniva risucchiato nel tunnel preferenziale in direzione della sala riunioni principale.

Huker si risvegliò di colpo. Aveva una sensazione di panico e non capiva perché. Quando guardò il visore tutto gli fu più chiaro. Sunda lo stava cercando. Rispose alla chiamata.
- Huker?
- Sì, Sunda.
- A che ora pensi di passare?
- Sarò un po’ in ritardo, ho dei problemi con l’auto-robot. Ti chiamo non appena arrivo all’officina.
- Huker...
- Conosci le procedure, non avrei potuto passare a prendere te, prima di passare dall’officina neanche se avessi voluto.
- Non fare troppo tardi. A dopo.
Huker sapeva che non sarebbe servito. Era colpevole agli occhi di Sunda. Era passato un po’ di tempo, in effetti. Huker trovò strano non essere già arrivato a destinazione. L’officina doveva essere lontana, il che era piuttosto insolito.
Gli bastò una rapida occhiata al visore per capire che erano andati ben oltre l’officina, erano andati ben oltre i confini del sistema planetario.
In quel preciso istante, lo Ygar 3600 stava lasciando la galassia.

- Reus...
Reus Fiutre guardò la sua assistente, Osiu, entrare nell’ufficio tramite la porta a strati concentrici. Era un bello spettacolo, Osiu era stata un ottimo acquisto a parte il ruolo che aveva avuto nella faccenda Kelen. Le cosce più conturbanti del pianeta: Reus ne era ormai certo.
- Dimmi.
- Il nostro sistema di controllo riporta qualche problema.
Osiu fece scivolare nel visore un goccio-doc. Il tubo si riempì in un attimo e di fronte a Reus si materializzò il rapporto del sistema centrale.
Reus ebbe bisogno di qualche minuto per comprendere la portata di quello che stava accadendo.
- Che vuol dire?
Osiu era sparita. Aveva previsto la domanda e non avrebbe saputo rispondere: per questo aveva chiamato Desker, che aveva lasciato la riunione degli ingegneri per correre nell’ufficio di Reus. “Kelen... Che donna!”, aveva pensato, leggendo il rapporto.
- Desker, che sta succedendo?
- Non lo so, Reus. Da quello che siamo riusciti a capire, tutti gli Ygar 3600 partiti oggi hanno ricevuto un segnale di manutenzione obbligatoria. Nessuno dei milioni di veicoli partiti ha però mai raggiunto un’officina.
- E dove sono finiti?
- Sembrerebbe fuori dal sistema... e dalla galassia. Fuori da ogni controllo.
Kelen! Quindi era questo. La piccola serpe!
- Io ti rovino!
Reus non rispose. I soccorsi, le assicurazioni, il risarcimento danni, l’immagine. Proprio così: era rovinato
- Se ti serve qualcosa...
Reus rimase immobile.
Desker lasciò l’ufficio. Non sarebbe stato difficile trovare lavoro per un ingegnere della sua esperienza. Certo la reputazione della Ygar Inc. aveva ricevuto un duro colpo, ma lui non aveva mai lavorato sul Siderius 5.0.
Osiu stava portando via le proprie cose.
- Desker, mi dai un passaggio?
Desker la guardò, la bella schiena curva, le cosce ritte sui tacchi. Reus aveva gusto.
- Come no! Andiamo.
Huker non capiva che cosa stesse succedendo, si era avvicinato ad una zona sconosciuta e stava orbitando attorno ad un grosso pianeta. Non riusciva ad impostare alcuna destinazione sul Siderius né a comunicare con nessuno.
Dal visore partì un com-messaggio.
“Gentili signori, ci spiace molto per l’inconveniente, dovuto ad un guasto del sistema di navigazione. E’ impossibile, purtroppo, recuperare le vostre navicelle. Inserite le vostre propaggini traslanti, vi trasporteremo su una nave di soccorso che vi riporterà tutti a casa. Probabilmente saranno necessari più viaggi, ma pensiamo di riuscire a completare il trasporto in tempi ragionevoli. Inserite il vostro codice di priorità per aiutarci a stabilire l’ordine di partenza. Il trasporto inizierà tra cinque minuti. Grazie
Huker inserì il codice più basso. C’erano certamente persone che avevano cose più importanti da fare che andare a prendere Sunda. Si mise in attesa.

- Kelen... – L’ingegnere capo della Gurdan, diretta concorrente della Ygar, guardò la donna con un misto di ammirazione e timore.
- Sì?
- Che facciamo degli Ygar rimasti in orbita intorno al pianeta?
- Distruggiamoli. 

Gli Ygar distrutti furono ridotti in particelle piccolissime che ancora oggi si possono osservare intorno al pianeta, un gigante gassoso alla periferia del sistema planetario di una stella gialla, nota ad alcuni come Sol.
Da lontano sembrano un immenso unico anello.




lunedì 16 luglio 2012

5 minuti dopo


Ada si guardò allo specchio ancora una volta. Poi scrutò nuovamente il display del Pierre Bonnet che Marco le aveva regalato per il suo compleanno. Bello, lineare, preciso.
Marco era in ritardo.
Lo aveva chiamato due volte al cellulare che era risultato spento.
Si stirò ancora una volta il tubino nero sulle gambe abbronzate. Era una giornata di luglio torrida, ma lei era perfetta. Perfetto lo chignon appuntato sulla nuca, perfette le unghie, laccate, perfetti i pochi gioielli metallici e squadrati.
La baby sitter sul divano la osservava di sottecchi, ad Ada parve, con imbarazzo. Era quasi un’ora che Ada era pronta e di Marco non c’era traccia. L’ennesimo ritardo ma, di solito, avvertiva.
Il rumore secco delle chiavi nella serratura la fece voltare di scatto.
Marco apparve sulla soglia, trafelato.
- Scusami, il cellulare si era scaricato, avevo dimenticato il caricabatterie…
- Sbrigati, ci stanno aspettando
- Hai avvisato che siamo in ritardo?
- Certo.
- Devo fare una doccia…
- Una doccia? Ma sai che ora è?
- Ci metto 5 minuti.
Marco era già sparito in bagno.
Ada era rimasta a guardare le chiavi della macchina e il telefonino poggiati sul tavolo. Lo stesso telefonino nel quale più di un anno prima aveva scoperto le prove del tradimento di Marco.
Non gli aveva detto nulla. Ce la faremo, aveva pensato. Lo aveva perdonato, senza dirglielo.
Ma non andava meglio. Lei lo sapeva. Erano sopravvissuti al loro amore, al loro rapporto, al loro matrimonio. O forse no, era il loro matrimonio che era sopravvissuto a loro.
Marco apparve, 5 minuti dopo. Pantaloni leggeri, camicia di lino, capelli bagnati.

Quando furono in macchina Ada lo guardò a lungo.
- Che c’è? Chiese Marco sorridendo.
- Non farlo più.
- Fare che cosa? Da quando...Lei lo interruppe rabbiosa:
- Fai quello che vuoi ma rispettami, rispetta gli appuntamenti, i patti. Il contratto.
Ada non sapeva più che stava dicendo.
L’ultima frase quasi la sputò sul parabrezza.
- Salviamo almeno le apparenze. E' tutto ciò che resta.
Marco accese la radio. Il resto del viaggio lo avrebbero fatto in silenzio.