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venerdì 4 settembre 2015

Un sogno sbagliato ma pulito

"...di tutti gli Eroi che hanno popolato l'Olimpo di quasi due generazioni di giovani, il solo scampato alla strage della delusione e' stato "il Che", Guevara. Non per i suoi pensieri e idee, ma per i suoi comportamenti, e cioe' per essere stato quello che della delusione ha voluto pagare, per tutti, il conto. Io non ho conosciuto Guevara. Ma credo che il testimone piu' attendibile della sua personale vicenda sia stato il giornalista francese Regis Debray che per un tratto di strada la condivise e ne trasse una conclusione che ritengo giusta: e cioe' che quando lascio' Cuba per imbarcarsi nella sua disperata avventura, Guevara sapeva benissimo che quell'avventura era disperata e l'avrebbe fatalmente condotto alla morte, ma la morte era proprio quello che lui desiderava come l'unica possibile e dignitosa conclusione di una vita come la sua, vissuta all'insegna dell'Utopia. Non risulta affatto che fu Castro a spingervelo come qualcuno sospetto' e insinuo'. Guevara non poteva dargli alcun fastidio perche' non era uomo di potere che potesse insidiare il suo. Era uomo di Rivoluzione, che mai si sarebbe rassegnato ad una comoda esistenza di ben pasciuto gerarca. Doveva tornare alla Rivoluzione, pur consapevole della sua impossibilita' in Paesi che lui ben conosceva, ma appunto proprio per questo: per cercare una morte coerente con la sua vita. Se le cose stanno cosi' (ed io sono convinto che cosi' stiano), mi pare giusto che, fra tutti gl'idoli infranti della Grande Palingenesi sognata dai nostri figli e nipoti, "il Che" sia l'unico a possedere i titoli che lo rendono degno di scampare alla strage. Avessi trenta o quarant'anni di meno, anch'io forse avrei nel mio modesto appartamento una stanza attrezzata a mausoleo del Che, e lo conserverei come souvenir di un Sogno sbagliato, ma pulito, e comunque pagato. E' a coloro che non vogliono mai pagare nulla che va tutto il mio disprezzo.*
Montanelli Indro
Dall'Archivio Storico del Corriere

lunedì 19 novembre 2012

MANOVRA IMPOSSIBILE



Huker sentiva la testa martellargli, come sempre, dopo un litigio con Sunda. Si chiedeva spesso se sua moglie avesse fatto un corso specifico per imparare a dargli sui nervi o se fosse un talento naturale. Era un dubbio che probabilmente non avrebbe mai risolto. Attivò lo spazio-sensore della navicella. La propaggine traslante anteriore entrò dalla finestra del suo appartamento al trentacinquesimo piano. Soffriva l’altezza, ed era costretto a scegliere sempre piani sotto l’ottantesimo, questo lo obbligava a soffrire tutte le pene della salita dell’uovovettore quando doveva prendere l’aero-robot dall’hyperbox sul tetto del grattacielo.
Almeno l’uovovettore era dotato di dispositivi di stazionamento e riequilibratura che impedivano di sentire il dislivello della salita. I visori tridimensionali erano studiati per persone che soffrivano di vertigini come lui e davano la sensazione di planare lentamente a pochi centimetri dal suolo.
La propaggine traslante s’infilò nella navicella metallica ancorata a un migliaio di metri dal suolo scodellando Huker con dolcezza sul sedile dell’aero-robot Ygar 3600.
Al contatto del corpo di Huker con il sedile, il casco trasmettitore scivolò sulla sua testa e il sedile si incurvò lentamente prendendo la forma che, secondo il dipartimento di medicina interplanetario, era il più opportuno in considerazione della struttura ossea di Huker, dei carichi che stava portando, e del tipo di alimenti che aveva ingerito nelle ore precedenti.
Sullo schermo della consolle, apparve il messaggio di benvenuto, che partiva assieme alla musica di apertura, un motivo popolare in quel momento che Sunda aveva scelto.
Sunda era più portata di lui per la tecnologia, e aveva predisposto lei i settaggi dell’Ygar 3600. Huker si era limitato a richiedere un paio di personalizzazioni, per le quali Sunda aveva commentato, con aria di sufficienza:
- Tutto qui?
Dopo il messaggio di benvenuto era partita la schermata di check up di Ygar 3600. In un tempo quasi impercettibile il veicolo veniva esaminato minuziosamente. In caso fosse stata necessaria la manutenzione, l’auto-robot si sarebbe messo in contatto direttamente con la casa produttrice che avrebbe scelto l’officina utile più vicina.
- Maledizione!
Huker era un uomo d’indole pacifica, la mattinata però era stata carica di eventi spiacevoli e quello che apparve sullo schermo era solo la ciliegina sulla torta.
Manutenzione straordinaria – recarsi su Elios VI per intervento urgente – priorità massima”.
Questo voleva dire diverse cose, una tra tutte: l’intervento sarebbe stato a carico dell’azienda produttrice. Il pensiero non diede a Huker alcun sollievo. Nulla avrebbe impedito il litigio che sarebbe scoppiato tra lui e Sunda. Gli sembrava di sentirla:
- Dovevi venire a prendermi alle otto. Mai che tu faccia una cosa in tempo... Non si può mai fare affidamento su di te!
Al pensiero Huker spinse il pulsante di partenza. Forse non sarebbe dovuto partire, forse sarebbe dovuto rimanere lì a decidere il da farsi, o forse avrebbe dovuto chiamare Sunda dall’infocom per spiegarle la situazione. Ma non ne ebbe il tempo.
L’auto-robot era partito con un guizzo metallico e in pochi secondi aveva percorso centinaia di chilometri spaziali, una distanza enorme. Sapeva già dove dirigersi.
Il sistema di automanutenzione, con i mezzi più moderni, era stato completato da un sistema di navigazione intergalattico sofisticatissimo. I due sistemi interagivano e non appena l’elaboratore principale trasmetteva il segnale di manutenzione, dal navigatore intergalattico partiva la ricerca dell’officina più vicina. Una volta individuata l’officina, il sistema la definiva come destinazione, calcolava il tempo di navigazione, il fabbisogno di energia e le eventuali soste di recupero, il tutto senza che la persona a bordo dovesse fare nulla. O anche, semplicemente, potesse fare nulla.
Huker si rilassò. Era talmente arrabbiato con Sunda, quando era uscito di casa, che non aveva preso con sé nulla per passare il tempo. Normalmente gli piaceva, durante il percorso, fare delle copie di se stesso con il neurosimulatore. Aveva inventato centinaia di possibilità, come sarebbe stato se avesse avuto genitori diversi, se avesse fatto studi diversi, se non avesse sposato Sunda. Era solo un gioco, però, ecco, faceva riflettere. Il neurosimulatore, però, era rimasto a casa, in bagno, accanto alla vasca a ultraluci.
Per distrarsi un po’, chiese al sistema di proiettare il manuale d’uso del Navigatore Interstellare Siderius 5.0. La proiezione partì con un sibilo:
Il sistema di navigazione interstellare Siderius 5.0 è il più avanzato sistema di navigazione inventato per orientarsi nello spazio intergalattico. Siderius 5.0 è dotato delle mappe delle maggiori galassie conosciute, ed è in grado di orientarsi sfruttando lo spettro della luce proveniente da ogni corpo celeste. Siderius 5.0, inoltre, è in grado di calcolare il tempo di rotazione di ciascun corpo celeste, la gravitazione reciproca dei corpi, nonché la probabilità di eventi quali comete, meteore, meteoriti...”
Huker si addormentò. Il manuale tecnico continuò la propria spiegazione, mentre Ygar 3600 stabiliva la propria rotta in base alle informazioni che Siderius 5.0 calcolava incessantemente.

- Che vuol dire?
- Quello che ho detto Reus. Esattamente quello che ho detto.
Reus Fiutre si alzò dalla scrivania fluttuante e si fece scivolare sulla rampa d’appoggio in metallo. Amava il design ardito, amava tutto ciò che era audace.
- E’ scappata?
- Direi di sì. In realtà credo che, a rigore, sia semplicemente andata via. Credo fosse suo diritto. – l’ingegnere capo disse l’ultima frase con voce sommessa. Sapeva quanto Reus fosse restio a negare qualunque diritto al di fuori dal proprio.
- Suo diritto un corno! Lei può andare dove diavolo vuole, ma i progetti? I manuali? I disegni? Sono della Ygar, non può farci quello che vuole, no?
Desker, l’ingegnere capo guardò a lungo il pavimento della stanza sotto i propri piedi, fino ad apprezzare ogni piccola scheggia di cristallo luminescente. Alla fine, alzò la testa per dire, con malcelata mestizia:- Non proprio, Reus...
- Che diamine vuol dire: “non proprio, Reus”? – esplose Reus, tentando di scimmiottare, nell’ultima parte della frase, il tono dolente di Desker.
- Vuol dire che... Quando ha depositato i progetti, l’ha fatto a proprio nome, non a nome dell’Ygar Inc. Sono suoi, e può farne quel che vuole, questo vuol dire.
- Legalmente non possiamo fare nulla?
- Direi proprio di no.
Reus era furioso. Quella piccola... L’aveva detto e l’aveva fatto. Anzi, “quasi” fatto.
Kelen era di una bellezza ammaliante e di una sensualità impareggiabile. Era anche orgogliosa e gelosa. Aveva accettato di rimanere a lavorare alla Ygar dopo l’inizio della loro relazione, ma aveva posto alcune precise condizioni. Non voleva promozioni o favoritismi, desiderava solo poter continuare a lavorare sul progetto Siderius 5.0 da sola e prendere una percentuale su quello che la società avrebbe guadagnato dalle vendite del prodotto.
A Reus era parso un affare d’oro. Kelen Geis era l’ingegnere più brillante della sua società e gli sembrava che le condizioni da lei poste fossero ragionevolissime, persino un po’ futili. Aveva attribuito la richiesta all’orgoglio di Kelen, alla sua ingenuità, unite al fatto di aver perso la testa per lui.
Forse” pensò “non era poi così ingenua”.
Doveva ammettere che aver depositato i progetti a proprio nome era stata una bella mossa e, nel medio termine, avrebbe potuto causare qualche problema.
Una delle ragioni del successo dell’Ygar 3600 era stata l’installazione di serie di Siderius 5.0. Se Kelen avesse venduto l’idea ai concorrenti sarebbe stato un brutto colpo. Ma Reus avrebbe saputo farla ragionare.
Il loro ultimo colloquio si era chiuso in maniera piuttosto spiacevole. Ma si sa, quando una storia finisce, volano parole grosse.
- Io ti rovino! – gli aveva detto Kelen, con freddezza.
All’inizio la cosa lo aveva un po’ spaventato, ma poi si era detto che il massimo che poteva fare era causargli qualche piccola bega legale. I suoi avvocati erano i migliori. L’ingegner Geis avrebbe fatto meglio a mettersi l’anima in pace: se pensava di rovinarlo per così poco, non conosceva le risorse di Reus Fiutre.
- Va pure Desker. Chiama i tuoi ingegneri, voglio un piano per fronteggiare l’emergenza entro domani. Voglio una stima accurata di quanti Ygar 3600 sono stati già prodotti col sistema Siderius e quanti sono ancora in produzione. Voglio inoltre che chiami a rapporto il nostro gruppo tecnico, ho bisogno di sapere che cosa conoscono del sistema e se sono in grado di copiarlo. Voglio poi un rapporto dell’ufficio legale. Voglio sapere se possiamo rivalerci nei confronti di Kelen e, soprattutto, come possiamo continuare ad installare il Siderius ora che lei non è più nella società. Chiaro?
- Chiaro.
Desker uscì dalla stanza con la testa bassa. Conosceva Kelen e l’ammirava. Quella mossa gli sembrava al di sotto delle potenzialità del giovane ingegnere, la donna più bella e più in gamba che avesse mai conosciuto. Sentiva campanelli d’allarme e brividi per tutto il corpo. Dalla cintura a pulsioni digitò il codice d’emergenza. In quell’istante ogni ingegnere dell’Ygar Inc. veniva risucchiato nel tunnel preferenziale in direzione della sala riunioni principale.

Huker si risvegliò di colpo. Aveva una sensazione di panico e non capiva perché. Quando guardò il visore tutto gli fu più chiaro. Sunda lo stava cercando. Rispose alla chiamata.
- Huker?
- Sì, Sunda.
- A che ora pensi di passare?
- Sarò un po’ in ritardo, ho dei problemi con l’auto-robot. Ti chiamo non appena arrivo all’officina.
- Huker...
- Conosci le procedure, non avrei potuto passare a prendere te, prima di passare dall’officina neanche se avessi voluto.
- Non fare troppo tardi. A dopo.
Huker sapeva che non sarebbe servito. Era colpevole agli occhi di Sunda. Era passato un po’ di tempo, in effetti. Huker trovò strano non essere già arrivato a destinazione. L’officina doveva essere lontana, il che era piuttosto insolito.
Gli bastò una rapida occhiata al visore per capire che erano andati ben oltre l’officina, erano andati ben oltre i confini del sistema planetario.
In quel preciso istante, lo Ygar 3600 stava lasciando la galassia.

- Reus...
Reus Fiutre guardò la sua assistente, Osiu, entrare nell’ufficio tramite la porta a strati concentrici. Era un bello spettacolo, Osiu era stata un ottimo acquisto a parte il ruolo che aveva avuto nella faccenda Kelen. Le cosce più conturbanti del pianeta: Reus ne era ormai certo.
- Dimmi.
- Il nostro sistema di controllo riporta qualche problema.
Osiu fece scivolare nel visore un goccio-doc. Il tubo si riempì in un attimo e di fronte a Reus si materializzò il rapporto del sistema centrale.
Reus ebbe bisogno di qualche minuto per comprendere la portata di quello che stava accadendo.
- Che vuol dire?
Osiu era sparita. Aveva previsto la domanda e non avrebbe saputo rispondere: per questo aveva chiamato Desker, che aveva lasciato la riunione degli ingegneri per correre nell’ufficio di Reus. “Kelen... Che donna!”, aveva pensato, leggendo il rapporto.
- Desker, che sta succedendo?
- Non lo so, Reus. Da quello che siamo riusciti a capire, tutti gli Ygar 3600 partiti oggi hanno ricevuto un segnale di manutenzione obbligatoria. Nessuno dei milioni di veicoli partiti ha però mai raggiunto un’officina.
- E dove sono finiti?
- Sembrerebbe fuori dal sistema... e dalla galassia. Fuori da ogni controllo.
Kelen! Quindi era questo. La piccola serpe!
- Io ti rovino!
Reus non rispose. I soccorsi, le assicurazioni, il risarcimento danni, l’immagine. Proprio così: era rovinato
- Se ti serve qualcosa...
Reus rimase immobile.
Desker lasciò l’ufficio. Non sarebbe stato difficile trovare lavoro per un ingegnere della sua esperienza. Certo la reputazione della Ygar Inc. aveva ricevuto un duro colpo, ma lui non aveva mai lavorato sul Siderius 5.0.
Osiu stava portando via le proprie cose.
- Desker, mi dai un passaggio?
Desker la guardò, la bella schiena curva, le cosce ritte sui tacchi. Reus aveva gusto.
- Come no! Andiamo.
Huker non capiva che cosa stesse succedendo, si era avvicinato ad una zona sconosciuta e stava orbitando attorno ad un grosso pianeta. Non riusciva ad impostare alcuna destinazione sul Siderius né a comunicare con nessuno.
Dal visore partì un com-messaggio.
“Gentili signori, ci spiace molto per l’inconveniente, dovuto ad un guasto del sistema di navigazione. E’ impossibile, purtroppo, recuperare le vostre navicelle. Inserite le vostre propaggini traslanti, vi trasporteremo su una nave di soccorso che vi riporterà tutti a casa. Probabilmente saranno necessari più viaggi, ma pensiamo di riuscire a completare il trasporto in tempi ragionevoli. Inserite il vostro codice di priorità per aiutarci a stabilire l’ordine di partenza. Il trasporto inizierà tra cinque minuti. Grazie
Huker inserì il codice più basso. C’erano certamente persone che avevano cose più importanti da fare che andare a prendere Sunda. Si mise in attesa.

- Kelen... – L’ingegnere capo della Gurdan, diretta concorrente della Ygar, guardò la donna con un misto di ammirazione e timore.
- Sì?
- Che facciamo degli Ygar rimasti in orbita intorno al pianeta?
- Distruggiamoli. 

Gli Ygar distrutti furono ridotti in particelle piccolissime che ancora oggi si possono osservare intorno al pianeta, un gigante gassoso alla periferia del sistema planetario di una stella gialla, nota ad alcuni come Sol.
Da lontano sembrano un immenso unico anello.




giovedì 5 luglio 2012

L'ultima stanza di Franco


La voce di suo figlio arriva da lontano. Eppure è lì, accanto al letto. La voce è remota, un sussurro. “Non devi avere paura, papà” dice la voce. “E’ solo un passaggio”.
Franco sa che è un passaggio. Ma dove, dove sta andando, vorrebbe sapere. Certo che ha paura. Tutti hanno paura della morte. Ma suo figlio ha conosciuto poco la paura. E chi conosce poco la paura, pensa Franco, non conosce la vita.
Eppure Franco gliene aveva parlato. Vorrebbe chiedergli se lo ricorda. Lo sforzo rende tesa la linea delle sue labbra. Il viso pallido sul cuscino sembra appena animato. Ti ricordi? Vorrebbe dire, prendere il braccio di suo figlio e scuoterlo forte, come non ha mai fatto, non ha tempo per le buone maniere. Era nato che c’era la guerra, non era come adesso. La gente non faceva i cortei per protestare contro le bombe su di un paese di cui non sapeva neanche pronunciare il nome. Ricorda, aveva tre anni. La signora Ninetta aveva mandato suo figlio Tonino alla guerra senza dire nulla, senza sapere perché. Lo aveva salutato sulla soglia con gli occhi asciutti, come una madre spartana, senza rendersene conto. Tonino l’aveva guardata in un silenzio stordito. Franco spiava la scena da dietro le gambe di sua madre che stava immobile sulla soglia. Ricordava ancora l’odore di umido che veniva dalla porta aperta dello scantinato. Lo sguardo di Tonino, per molto tempo, a Franco era parso di rivederlo negli occhi delle teste dei vitelli esposte sui banchi della macelleria del paese. 
Il paese aveva le strade bianche, c’era sempre polvere dappertutto. A settembre l’odore del mosto riempiva le strade. Gli uomini ridevano agli angoli della piazza accanto agli alberi striminziti. I bambini erano mucchi rumorosi che si contraevano e si sparpagliavano come cellule di un cuore pulsante. Le commare sedute fuori dalle porte con le loro gambe gonfie o rinsecchite si lamentavano del tempo, potevano essere nuvole o anni.
Lo aveva fatto studiare, pensa Franco, e suo figlio alle superiori non ci voleva andare. Franco aveva fatto la quinta e poi aveva dovuto mettersi a lavorare. Il figlio del dottore, il figlio del farmacista, il nipote dell’arciprete che erano in classe con lui continuavano ad andare  a scuola. Gli sembrava che gli lanciassero occhiate irridenti.
Da bambino aveva pianto molto, di vergogna e di rabbia, quando aveva dovuto cominciare a mettersi a vendere, ambulante, vestiti e calze nei mercati di paese. Aveva pianto per la paura, tornando a casa di sera, con la bici carica, al buio delle strade che tagliavano i campi. Alla voce delle cicale e dei grilli si mescolavano sussurri sconosciuti nella notte che pullulava di fantasmi senza nome. Passando davanti al cimitero del paese, Franco vedeva ombre muoversi al di là della cancellata, e quando la luce della luna copriva il cielo di un manto appena azzurro, si costringeva a guardare da un’altra parte perché le ombre si facevano più grandi, profonde, minacciose. Franco aveva imparato presto, però, che quando si ha paura piangere è la cosa sbagliata perché le lacrime annebbiano gli occhi.
Gli era stato utile non piangere, fuggendo da un campo di concentramento in Grecia. Ricordava il suo compagno grande e grosso “un colosso!” diceva col suo sorriso scintillante che, invece, si era messo a singhiozzare. “E io lo trascinai via…” diceva.
I figli immaginavano, facendo un collage mentale delle foto degli album di famiglia, racconti della madre, della nonna, il padre magrissimo, tutto nervi e muscoli, trascinare quel compagno stremato fuori dal recinto del campo. “Lo abbracciai e ci separammo”, raccontava e gli occhi verdi, ormai circondati da rughe sottili, gli brillavano di commozione. Aggiungeva dopo una pausa, tra sé e sé, “chissà che fine ha fatto?”. Anche in quell’occasione aveva provato paura. Come un animale braccato era corso nella campagna. Alla luce della luna gli era sembrato di ritrovarsi davanti al cancello del cimitero del paese. Si era appiattito in un fossato che affiancava la strada quando aveva sentito arrivare una camionetta. Tutte le ossa gli facevano male e cominciava a sentire i crampi della fame. Quando la camionetta si era allontanata il campo era diventato silenzioso. Nella penombra le orme contorte degli olivi, ondeggiavano. Quando trovò la forza di muoversi, strisciando lentamente, ogni movimento pareva echeggiasse per miglia in lontananza. Era quasi l’alba quando arrivò alla casa, tutti dormivano, ne poteva sentire il respiro. Con la mano cercò la pistola che era riuscito a rubare prima di fuggire e provò ad estrarla. Era abbastanza facile, un movimento rapido. Si avvicinò alla porta e tentò di forzarla senza fare rumore. La porta si aprì con una specie di lamento. Non c’era nessuno, un tavolo di legno e quattro sedie al centro della stanza. Su di un mobile appoggiato alla parete un brocca piena d’acqua. Aveva la bocca secca. Afferrò la brocca e bevve d’un fiato. Sentì dei passi rapidi dietro la porta e tirò fuori l’arma prima di appiattirsi contro la parete. Era un bambino, poteva avere quattro anni. Si voltò verso di lui e lo guardò con stupore. Franco gli fece cenno di non fare rumore. Il bambino aveva l’aria seria, compunta. Si avvicinò al mobile addossato alla parete e lo aprì, tirò fuori una  pagnotta piatta e larga e gliela porse. Franco la prese, il sorriso gli costava fatica. Poi si girò verso la porta e uscì nella luce del mattino.
Non era stato sempre così facile. Aveva rubato le uova dai pollai, il cibo dalle ciotole dei cani. Qualche volta era riuscito a dormire in un letto e a lavarsi, circondato da ospiti silenziosi. Non riusciva a capire i loro pensieri. Gli piaceva immaginare che, in qualche modo, gli fossero grati di essere italiano. Si era chiesto se dietro la facciata della gratitudine non si nascondesse la paura per il suo viso scavato e la sua pistola. Prima di addormentarsi sentiva ancora la tensione in tutto il corpo, ogni rumore lo riempiva di inquietudine. Si ripeteva che il nemico era comune e confortato da questo pensiero riusciva a scivolare nel sonno.
Sulla nave che lo aveva riportato a casa aveva impresso nei propri occhi ogni sguardo che aveva incontrato, in ognuno aveva trovato, senza neanche cercarlo, un’immagine familiare. Il suo era rivolto alla terra che stava lasciando e non a quella in cui stava tornando. Pensò ad Ulisse e alle sirene.
Adesso, accanto al suo letto, suo figlio Domenico sussurra “E’ solo un passaggio”. E che ne sai tu, vorrebbe dirgli ancora, se solo ce la facesse. Gli fa rabbia essere immobile, la voce che non esce. Vorrebbe chiedergli che cosa ha capito di lui, dell’uomo che è suo padre, che cosa ha capito di se stesso. Se ha trovato le risposte alle domande che faceva quando era piccolo. Franco gli chiedeva che voleva fare da grande e Domenico rispondeva “il dottore”. E neanche allora Franco capiva. Gli sarebbe piaciuto che a otto anni ancora rispondesse che voleva diventare pilota di aerei, musicista, pittore. Domenico aveva gli occhi calmi e lo guardava perplesso. Da appena nato, già era perplesso, sapeva sempre perché le cose non si dovevano fare. Domenico aveva vissuto per esclusione.
Franco è colpito di nuovo da un ricordo, da un’immagine: dopo la guerra era come se tutti avessero davanti agli occhi una tela bianca. Quando era potuto tornare in Italia, come un uomo libero ed era rientrato al paese, ancora più magro, ancora più selvatico, aveva guardato le strade piene di sole e aveva pensato che nulla era più bello che poter usare di nuovo tutti i sensi. Voleva fare l’amore, fare l’amore subito. Voleva una donna bella da baciare e da toccare, che odorasse di terra e di acqua. Una donna col profumo nei capelli. E fu allora che vide lei. Profumava di primavera ma era fatta di spighe mature. “Come sei cresciuta” le disse. La ricordava una bambina, con le calze di cotone. Lei aveva sollevato un attimo gli occhi azzurri e li aveva riabbassati in fretta arrossendo. “Siete tornato”, gli aveva detto in un soffio. Aveva sorriso lievemente e le labbra carnose avevano scoperto i suoi denti appena irregolari. Lui aveva proteso la mano per toccarla.  Lei si era ritratta con un sussulto, stupita, spaventata. Dallo stomaco viene l’amore, pensò Franco. Non è che ci avesse ragionato sopra.
“Non è per te” gli aveva detto sua madre, con durezza, “Ma tanto sei capatosta e non cambi idea manco se ti uccidono”. Franco era innamorato, certamente a modo suo, ma follemente. Lei era davvero bella e aveva un nome da principessa. Aurora. Lui le raccontava le sue storie e lei rideva divertita. Nessuna era come lei. Le strade si fermavano quando lei camminava. Sembrava che anche il vento trattenesse il respiro.
E’ ancora innamorato Franco, nel letto d’ospedale, con il figlio accanto. E quando si è innamorati non si può non aver paura di andare via, non si può non avere il desiderio di restare. Ma tu che ne sai. Gli vorrebbe dire. Eppure vorrebbe che Domenico sapesse: era stato mai innamorato lui? Domenico aveva sposato la donna giusta, la sua strada era dritta come il binario di un tram. Si fosse affacciato un attimo dal finestrino anche solo per salutare, un momento. E invece, Franco lo vedeva dai suoi occhi che suo figlio pensava che fosse un pazzo invecchiato senza essere cresciuto. Qualche volta gli aveva concesso compassione, mai comprensione.
Franco ci è nato con la paura e ci è cresciuto, aveva vissuto a testa bassa. Quando aveva perso il lavoro, neanche il tempo di bestemmiare, era andato avanti. Quando sua figlia era rimasta incinta a diciannove anni l’aveva guardata con tenerezza, allibito dalla paura che vedeva nei suoi occhi. Non sapeva che dire, aveva solo fretta che finisse il silenzio. Per cui ne era venuta fuori una carezza goffa e una frase farfugliata.
Si accorge adesso che ha vissuto di corsa. Solo qualche volta l’impotenza e la disperazione gli hanno lasciato tempo. La paura gli aveva sempre messo fretta.
Sente la mano di suo figlio Domenico posarsi sulla sua. Hai sete papà? Chiede. Ha la voce rotta dal pianto. Allora me ne sto proprio andando, pensa Franco. Non piangere Domenico, vorrebbe dirgli. Franco, davanti agli altri, non aveva mai pianto. Il silenzio ora è assoluto.
Vorrebbe dire a suo figlio che ha paura, è vero. Vorrebbe dirgli che ha paura di morire ma che se ci pensa bene, più che paura, è rabbia che sia già tutto finito. E non gli basta ancora. Crede che non sarebbe bastato mai. E’ che Franco ha un’avidità della vita che suo figlio non conosce, vuole mangiare ancora, bere ancora, sentire ancora il caldo dell’estate, l’odore dell’inverno sulla pelle della gente, quando la gente rientra, che ha un odore frizzante, quando fuori fa proprio freddo. Invece in questo momento Franco ha più paura per Domenico, di non lasciargli niente. No, non i soldi, di quelli suo figlio non ha bisogno. E’ che sente che Domenico si è arreso e allora vuol dire che non gli ha lasciato niente. Se potesse lasciargli la fame di vita che è tutta sua e che invece si porta via con sé… Franco ha paura di morire e suo figlio resta, con la sua paura di vivere. Gli potesse regalare questo con la sua morte, il senso di quello che resta.

“Non avere paura papà, è un passaggio”, continua a dire Domenico. La voce gli trema. Si alza dalla sedia accanto al letto per andare a fumare una sigaretta in corridoio. Si avvicina ad una finestra aperta e guarda fuori alla luce della fine dell’estate, alla luce calda dorata dei tramonti di settembre. Il fumo della sigaretta annebbia l’immagine o forse sta ancora piangendo. Gli pare di non avere mai smesso e non ricorda più quando ha cominciato. Suo padre gli manca. Non perché stia morendo. E’ come se suo padre gli fosse sempre mancato dentro. Perché? D’un tratto capisce che suo padre non ha chiesto mai perché, ha vissuto e basta.
Domenico guarda il tramonto, ogni tanto si asciuga gli occhiali.