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domenica 27 ottobre 2013

La bambina con le trecce

Andavo a messa tutte le domeniche quando ero bambina.

Le mie amiche erano compunte, deliziose, con i nastri nelle chiome. Io ero magrissima, smunta, pallida, piena di lentiggini e malinconica.

Mia madre mi acconciava i capelli in due trecce leggere -avevo i capelli sottili, allora – all’estremità delle quali annodava piccoli elastici con delle sfere di legno colorate.

I capelli mi tiravano sulla testa, mi facevano male, e sotto la frangia la mia faccia da topo sembrava ancora più buffa; accettavo la pena con rassegnazione, sapevo che le trecce erano l’unico modo di evitare che i miei capelli si annodassero e di piangere quando venivo pettinata.

Quando sedevamo in chiesa, le mie amiche si guardavano il vestito della domenica, il mio raramente era bello, non ci potevamo permettere grandi lussi, ero l’ultima di cinque figli e solo mio padre lavorava, ma non mi importava, il mio sguardo era fisso sull’altare, ero attenta a ogni momento, mi commuovevo a ogni istante.

Mi sembrava di vedere la luce di Dio filtrare dalle vetrate colorate di quella chiesa di periferia, dagli arredi scarni, in cui l’odore dell’incenso mi faceva pensare che in qualche modo respiravo la salvezza.

Quando avevo fatto il catechismo per la prima comunione ero l’unica che ascoltava, l’unica che faceva domande, che chiedeva il senso delle parole delle preghiere.

Ora mi rendo conto che mettevo in difficoltà quelle volenterose liceali che a volte mi guardavano con tenerezza, a volte con insofferenza, ma mai con un vero fastidio.

Crescendo le  mie domande erano cresciute con me.  A scuola durante l’ora di Religione, le mie amiche ripassavano le altre materie, schizzavano cuori sui diari, io mi sedevo accanto al professore e gli facevo domande.

Un giorno gli domandai: “Don Pasquale, ma lei non vede contraddizione tra libero arbitrio e onniscienza divina?”.

Mi fissò con i suoi occhi azzurri buoni, nel viso circondato dalle rughe. Dalle mie parti i preti erano spesso anche contadini, con la pelle cotta dal sole.

“Perché non ripeti Matematica, come stanno facendo le tue amiche?”.

Fu allora che capii davvero, per la prima volta, che chi cerca risposte è solo.

Man mano che andavo avanti le rispose che trovavo mi piacevano sempre meno. L’omelia iniziò a sembrarmi violenta. Le imposizioni della morale sessuale irragionevoli e innaturali. L'opulenza del Vaticano, i diktat politici, la misoginia, ingiuste.

Vedevo attorno a me i sedicenti cattolici trattare la religione come un’insalata, il matrimonio in chiesa sì, ma il divieto dei rapporti prematrimoniali no, il battesimo sì, il divieto degli anticoncezionali no, ecc.

Perché? Mi domandavo. Che senso ha? Dio se esiste non può volere questo, non può volerci imprigionare nell’obbligo dell’incoerenza.

Così decisi di farlo.

Un giorno qualunque quando mi è arrivata la lettera della Diocesi, in cui il mio “sbattezzo” veniva confermato,  a meno che non ci avessi ripensato. Mi invitavano comunque al dialogo col Vescovo. Ci ho pensato, a dire il vero. Ho rivisto me stessa sul banco di scuola mentre le mie amiche chiacchieravano, durante l’ora di Religione, le persone durante la messa, scambiarsi SMS, chiacchierare tra loro, far squillare il telefono, spendere migliaia di Euro per un matrimonio in Chiesa, invece di darli in beneficenza.

Ho ripensato alla serietà con cui avevo preso la Prima Comunione, quanto avevo sentito la Cresima.

Ero stata tradita. Ma da chi? Da che cosa? E perché? Forse è necessario perdere le persone come me, per tenere tutti gli altri.

Ho guardato di nuovo la lettera nella mia mano, una lettera che mi diceva, in qualche modo, che non ero più come loro. Un ultimo sguardo dentro di me alla bimba smunta, con i pantaloni di fustagno e la maglia a righe, la testa china nella preghiera.

Le ho carezzato dentro di me le trecce sottili, e ho chiuso tutto in un cassetto. Per sempre.

domenica 7 aprile 2013

La Caccia


Knut era partito dal villaggio alla fine della notte. Si era preparato con cura alla lunga assenza per il rituale. Ther-kah l’aveva vestito lei stessa con la reverenza che si deve a un anziano del villaggio e la devozione che si prova per lo sciamano. Il giovane corpo muscoloso della ragazza si muoveva come in una danza nella tunica di pelli cucite insieme che ogni tanto faceva balenare la pelle bianca e odorosa di muschio e di carne. Solo quando era certa di non essere osservata
sollevava lo sguardo verso Knut alto ed austero. Ma la capanna di pelli era angusta e spesso, con un sussulto, la ragazza toccava, senza volerlo, lo sciamano il cui copricapo sfiorava il tetto della capanna.
Per Ther-Kah e per tutti gli abitanti del villaggio Knut emanava mistero e magia. Aveva vissuto più a lungo di tutti ed era ancora forte e sano. Era stato lui ad accendere il primo fuoco per molti dei capifamiglia della tribù e aveva tatuato personalmente molti degli Agredut, i capivillaggio.
Ther Kah tremava mentre faceva scivolare premurosamente i pantaloni di pelle conciata sulle gambe tatuate di Knut. Dopo avergli infilato i calzari la ragazza prese con entrambe le mani la sopravveste di cotenne marrone brunito tenute insieme dai fili di tendine ingialliti e rimase per un istante con la veste sospesa davanti alla propria testa china, con le braccia vanamente tese. Non poteva chiedere a Knut di inginocchiarsi ma neanche infilare la sopravveste a un uomo tanto più alto di lei. Knut si accovacciò, lo sguardo fiero dei suoi occhi incassati nel viso, dritto innanzi a sé, il naso sottile sfiorò la fronte quadrata e piatta della ragazza che rabbrividì e continuò la vestizione in silenzio.
Knut si era allontanato dal villaggio accompagnato dal suono basso e ripetuto dei tamburi. La valle era immersa nella luce dell’ultimo quarto di luna. Le pendici delle montagne che nascondevano gli dei erano nere di ombre sottili. Il fuoco sacro lanciava i suoi ultimi bagliori al centro del villaggio illuminando di luce rossastra gli abitanti, ciascuno in ginocchio accanto alla propria capanna.
Knut avvolto nella mantella di erbe intrecciate, con in spalla la faretra, si allontanò lentamente nella radura. Aveva con sé frecce, quasi tutte preparate, un arco robusto, un’ascia, un pugnale ed un ramo di tiglio per rifinire gli utensili lungo il cammino.
L’alba fu rosa e il sole lentamente ascese. Knut guardò un’ultima volta la valle prima di allontanarsene. Aveva riempito d’acqua la gerla e di grano i recipienti di betulla che aveva con sé e si preparava alla sua lunga assenza alla ricerca degli dei.
A tratti tornava alla sua mente la visione che aveva avuto qualche notte prima. Sdraiato per terra bocconi con gli aghi conficcati sotto la pelle aveva visto prima il grande bre, il cervo rosso dalle grandi corna che si arrampicava sulla collina, poi aveva sentito le proprie membra irrigidirsi, divenire, fredde e dalla punta delle dita aveva cominciato a salire una nebbia bianca. Gli occhi serrati e chiusi, immoti, tutto precipitava in un baratro di bianca tenebra. A quel punto Knut senza occhi, Knut il sasso, aveva saputo che c’erano mille soli e mille ere, un orrore di abisso e di oblio.
Il giorno breve si stava già consumando, era stanco, si era inoltrato nella foresta di alte conifere e lo aspettava ancora un lungo cammino prima della montagna alta, dove avrebbe incontrato Etzaluk, lo sciamano dei sogni, che gli avrebbe rivelato il significato di quella strana apparizione. Si addormentò.
Si svegliò nel pieno dell’alba. Gli alberi fitti avevano protetto a lungo l’oscurità. Knut si mise rapidamente in cammino. Gli abeti lo affiancavano e lo fronteggiavano ad ogni passo e la foresta era un continuo frinire di uccelli, volare di foglie, gorgogliare di acque. Il freddo attanagliava lo sciamano nonostante le vesti calde e i tatuaggi di protezione. All’improvviso sentì un rumore. Istintivamente, afferrò una freccia nella faretra alle proprie spalle, la sfilò e la strinse fra i denti. Afferrò poi rapidamente il grande arco e ripresa la freccia si preparò al tiro. Il grande cervo gli fu davanti in un lampo, gli zoccoli sollevati e la testa regale all’indietro. Knut lo colpì esattamente al centro del petto.
Il cerimoniale per scuoiare il cervo era terminato. Si trascinava dietro il corpo pesante e ingombrante in una scia di sangue sempre più sottile. Arrivò alla pendice della montagna al tramonto e cominciò ad arrampicarsi a fatica, con la bestia sulle spalle. La visione gli tornò d’improvviso alla mente, quando sentì una fitta fortissima sotto la spalla sinistra. Si mise a riparo in una fenditura della roccia. Lasciò cadere il cervo e quando si toccò la schiena, aveva una freccia conficcata sotto una scapola. Il dolore era acutissimo, si sentiva sempre più debole e il braccio perdeva di sensibilità. Sentiva gli inseguitori sempre più vicini e si mise a strisciare sulla roccia in cerca di un rifugio.
La neve cominciò a scendere prima lenta poi sempre più furiosamente. Knut scivolò dalla roccia e finì nel lago sottostante. Sentiva il sangue fluire via mentre l’acqua fredda del lago cullava il suo dolore impotente. Knut lo sciamano stava morendo.

“Helmut, ne ho abbastanza di questo sentiero, facciamo una deviazione verso il lago”. Helmut guardò la moglie spazientito. Queste vacanze in montagna lo estenuavano ma per Erika erano una prova di sopravvivenza, Ogni mattina lo costringeva ad alzarsi all’alba, si infilavano una tuta da ginnastica e correvano a balzelloni intorno al vecchio albergo alpino. Lei altissima e magra, i biondi capelli corti perfetti, lo guardava con gli occhi sottili e il naso a punta con una specie di disapprovazione. Lui cercava di correre tenendosi il meno possibile stretto in vita l’elastico della tuta di flanella celeste pallido che lei gli aveva regalato. Era un uomo tondo, dai pensieri tondi. I suoi occhi erano azzurramente spalancati su sua moglie, quasi dipinti sul suo naso tondeggiante da buon borghese di Norimberga.
E quasi sempre lo portava fuori strada. Con Erika, era inevitabilmente una vita fuori strada. La seguì anche questa volta. Costeggiavano il grande ghiacciaio, quando Erika lanciò un urlo: “Là, guarda!”.
La testa e la spalle di un uomo emergevano dalla superficie gelata del ghiacciaio di Similaun.
Dopo 5000 anni Knut lo sciamano, Knut il sasso tornava tra la gente.

mercoledì 26 dicembre 2012

Oltre il fiume


Jonas spalancava gli occhi sulla notte di velluto.
Da fuori arrivavano gli odori del cibo cotto nelle capanne. Il lamento di nonna Ellie si levava dal letto a intervalli regolari. A un certo punto si era interrotto. Jonas si era avvicinato al letto preoccupato.
- Nonna, come stai?
- Sto bene Jonas, sto bene…
Jonas guardò sua nonna dubbioso, la luce della lampada e il fuoco del camino la illuminavano appena, la pelle scura e lucida era tesa, nonostante la nonna fosse vecchia. Aveva quasi 50 anni.
- Passami la spazzola Jonas, mi voglio pettinare.
- Nonna…
- La spazzola, Jonas.
Jonas prese la spazzola dal tavolino accanto al letto e la porse a Ellie, che sorrise.
- Grazie. E ora aiutami a tirarmi su.
Jonas si chinò verso di lei, odorava di febbre e di terra. La prese a fatica da sotto le ascelle e la sollevò.
Guardò sua nonna che si pettinava con cura. L’ultima volta che l’aveva vista fare così era stato per la festa di Eliah.
- Sistemami la camicia, e passami il libro.
Jonas guardò la vecchia Bibbia sgualcita. La padroncina Emma l’aveva regalata a Ellie una volta, tornando dalla messa, e per Ellie era diventata un dono prezioso da cui non separarsi mai. Sembrava che quel regalo fosse una ricompensa sufficiente per le frustate ricevute, le violenze di suo padre, che aveva stuprato e venduto una sua figlia quando aveva appena 13 anni. La mamma di Jonas, almeno, non l’aveva venduta.
- Tieni, nonna.
- Apri la finestra Jonas, stanno venendo a prendermi.
- No, nonna, stai tranquilla. Ci sono io.
Ellie sorrise.
- No, tu stai tranquillo. Mi vengono a prendere. Era tanto che aspettavo. Aiutami a mettermi giù.
Jonas si chinò ancora. La sistemò nel letto, accomodandole le coperte, attento a non spettinarla e a non sgualcirle la camicia.
- Cantano… Apri la finestra.
- E’ aperta, nonna.
Ellie sorrise e chiuse gli occhi.
Jonas attese qualche minuto. Poi si avvicinò, non c’era più il respiro.
La guardò ancora una volta, le braccia scure piegate, le mani chiuse intorno alla Bibbia, il volto finalmente sereno.
Ma lui l’avrebbe ricordata sempre china sul cotone, mentre cantava dolcemente con la sua voce profonda e vibrante; che lo chiamava a sé agitando un giocattolo di legno. Ma ormai era tardi.
Un fischio lungo e acuto proveniva dal fiume. Thomas e Noah lo stavano aspettando accanto alla zattera. Non avrebbe salutato nessun altro prima di andare a Nord.
Si avvicinò nuovamente a sua nonna e le sfilò la bibbia dalle mani. La soppesò un attimo tra le dita prima di gettarla nel fuoco.
Poi saltò dalla finestra aperta.

sabato 7 luglio 2012

GIUDIZIO UNIVERSALE


Nella sala si respirava un’atmosfera tesa. L’ordine del giorno era chiaro, Mebel, impeccabile, aveva organizzato tutto con precisione, come suo solito. La musica celestiale si effondeva assieme all’odore dei gelsomini. Le poltrone affondavano morbide nel pavimento a cirrocumuli. Il tavolino a specchio rifletteva una perfetta riproduzione del sole.
- E’ quasi ora, disse Yeuah, che sapeva sempre tutto e ci teneva a farlo presente ad ogni minima occasione.
Rael e Haziel, che erano rispettivamente addetti al perdono e alla misericordia non riuscivano invece a nascondere il nervosismo.
Tutti abbassarono lo sguardo.
Dio entrò come al solito senza aprire la porta e tuonando.
Nelkel, addetto all’unicità di Dio non riusciva ancora a fare pace con quella che lui chiamava la “fissazione per gli effetti speciali”.
- Tanto lo sanno tutti che è Dio – aveva una volta commentato al massimo dell’esasperazione – non possiamo tutte le volte esagerare... e ora i fiumi di sangue, e ora il mar Rosso spaccato in due. A tutto c’è un limite.
Nitaiah con la sua solita saggezza aveva scosso la testa.
- No, Nelkel, non a Dio.
Tutti sedettero, gli arcangeli stettero un po’ a trafficare con le ali ma alla fine si arresero e infilarono le punte di ciascuna estremità piumata sotto il sedere. Erano riunioni infernali per loro, ma non l’avrebbero mai potuto dire. Solo Dio non sedette, come suo solito preferì aleggiare.
Yeiel, la mano di Dio, dichiarò aperta la seduta e diede lettura all’ordine del giorno. La sua voce risuonava meravigliosa, come quella di tutti gli angeli, ma proprio per questa ragione, in quel raduno non impressionava nessuno.
- L’argomento della presente seduta è la fine del mondo e l’organizzazione del giudizio universale.
Nella sala si levò un brusio, sommesso, angelico, come di flauti carezzati dal vento.
Hamiah, l’angelo della speranza, lanciò un raggio di luce per chiedere la parola.
- Ma non si era detto di aspettare? Non è passato molto dal diluvio e forse l’umanità non ha capito bene...
Un tuono scosse l’aria seguito da un fulmine, ci fu un vortice simile a una tempesta e infine una raggiera di luce azzurra.
Nelkhael sospirò tra le piume.
Yeiel proseguì con decisione:
- Dio ha deciso che non è il caso di continuare, il ritorno sull’investimento è bassissimo e siamo in perdita netta. Gli altri punti all’ordine del giorno sono: gestione del progetto fine del mondo, infine, revisione degli organigrammi celesti.
Azrael, che come al solito si teneva in fondo alla sala, ebbe un brivido. Sapeva perfettamente quello che la revisione degli organigrammi celesti poteva significare per lui, tutti i suoi innumerevoli raggi di luce si misero a tremare per il nervosismo.
- Allora - disse Nitaiah – la prima cosa da decidere e se distruggiamo tutto l’universo o ci limitiamo a una sezione.
Lehiah, sempre clemente, si sentì in dovere di intervenire.
- Direi che non è il caso di farla più grave di quello che è. Limitiamoci alla Terra. Credo che potremmo anche lasciare il sistema solare così come è. E poi... in fondo ci sarebbero le altre specie viventi che non hanno fatto nulla di male. Io credo che potremmo limitarci alla sola umanità.
- Allora possiamo lasciarli fare da soli – sogghignò Azrael – stanno andando benissimo.
Nessuno gli rispose. Tutti conoscevano la posizione delicata di Azrael nella faccenda e, pur simpatizzando con lui, in quel consesso, mentre Dio aleggiava e tutto il resto, non potevano fare altro che tacere.
Yehuiah, che sapeva sempre tutto ci tenne a puntualizzare.
- Si è sempre parlato di fine del mondo e di giudizio universale. Se dovessimo comportarci in modo differente sarebbe poco coerente con la nostra strategia e la nostra vision e ci potrebbe danneggiare molto dal punto di vista dell’immagine.
Vasariah, che era sempre molto attento alla giustizia, si irrigidì.
- A rigore gli uomini, quando parlano di mondo, si riferiscono per lo più alla Terra e quando dicono che una legge è universale intendono dire che si applica all’intera umanità.
- Va bene – tagliò corto Yeiayel, da quelle parti le riunioni sono rapide ed efficienti, diversamente da quello che succede all’Inferno – mettiamo la mozione ai voti.
La votazione durò un frullo d’ali. Tutti gli angeli votarono per limitarsi all’umanità, tutti eccetto Azrael che, come tutti si aspettavano, si astenne.
- Bene, la decisione è messa agli atti.
Dio era restato ad aleggiare tranquillo e non era mai intervenuto nella discussione, segno che la decisione presa gli andava bene. Si poté quindi passare al secondo punto.
- Il secondo punto è il seguente. Riguarda la gestione del progetto.
Hariel, che era il creativo, chiese la parola.
- Vorrei capire una cosa, prima di candidarmi. La fine del mondo viene prima o dopo il giudizio?
Alla domanda di Hariel seguì un lungo silenzio. Era effettivamente una questione che aveva delle enormi conseguenze pratiche e sulla quale nessuno fino adesso era stato chiaro. I vari testi sulla fine del mondo erano restati volutamente ambigui sull’argomento e alcuni autori avevano cercato di distrarre l’attenzione dal punto disseminando qui e lì numeri arcani, bestie e altro.
Vasariah intervenne con la sua solita attenzione all’equità.
- Direi di procedere al giudizio prima della fine del mondo. Questo per varie ragioni, ne cito solo due. La prima è che potrebbe essere, dico potrebbe, che si trovi un tale numero di giusti da rendere superfluo passare alla fase due...
Il fatto che gli angeli non ridono fece sì che a questa dichiarazione di Vasariah non seguisse uno scoppio di ilarità. Ci fu invece un angelico silenzio ed egli poté proseguire.
- In secondo luogo, questo ci consentirebbe di svolgere il giudizio sulla Terra e non dover sfruttare le nostre strutture celesti con un aggravio di spese e un impegno organizzativo, inimmaginabile.
Questa seconda motivazione parve a tutti gli angeli assai ragionevole.
In realtà Chavakhiah, che fra tutti i cherubini, serafini, cori, troni e affini era quello un po’ più incline al riso, cercò di figurarsi come sarebbe potuto essere il giudizio universale fatto sulla Terra. Immaginò stadi gremiti, la 48ma strada di New York, beduini raggiunti nel deserto, donne mentre si facevano botulinare in qualche centro estetico, culturisti in palestra. Ai bambini non pensò, per loro c’era l’ascesa diretta, come prevedeva il regolamento, sarebbe stato tutto molto più semplice.
- Bene, allora di questa fase mi occupo io – disse Hariel che non amava le fasi distruttive dei progetti – se trovassimo qualcuno che si volesse occupare della fase due, cioè della fine dell’umanità...
Tutti gli sguardi si volsero verso Azrael. Azrael era il candidato naturale, ma non si faceva avanti e restava in un angolo senza profferire parola, immobile, le ali cangianti ripiegate sul davanti.
- Beh... – suggerì Vasariah, ci vorrebbe qualcuno con esperienza. Qualcuno che abbia dimestichezza con questo genere di cose.
Alla frase di Vasariah, chiaro invito ad Azrael, seguì l’assoluto silenzio.
Yeiayel intervenne con delicatezza.
- Azrael, credo che Dio avesse in mente te per tutto il progetto. Va bene che Hariel si occupi della prima parte, ma del resto dovresti occuparti tu.
Azrael si levò in piedi. La sua bellezza era tale che gli altri angeli facevano fatica a sostenerne la vista a lungo. Dio non era possibile neanche a loro vederlo e guardarlo, ma Azrael era talmente splendente che si faceva fatica a togliere lo sguardo da lui, allo stesso tempo, era impossibile guardarlo troppo a lungo. Era bello come l’abisso, il vortice e la tempesta. Era l’angelo della morte.
- Se devo occuparmene me ne occuperò.
- Ti sei già occupato di grandi progetti, certo non di questa portata, ma sei l’unico tra noi che può farlo. aggiunse Yeiayel.
- Come intendi organizzarti? – chiese Yeuah, che doveva sempre sapere tutto e cercava di rimanere il meno possibile senza informazioni.
- Me ne occuperò, ho detto. Ma avrò bisogno dell’aiuto di tutti voi.
- Puoi contare su di me – disse Revel, l’angelo soccorritore.
Azrael sorrise. Gli angeli non possono ridere, ma sorridono eccome.
- Grazie Revel, sapevo di poter contare su di te.
Revel e Azrael erano spesso stati in conflitto agli occhi degli uomini. Ma gli angeli vedono le cose in modo diverso. Per gli angeli la morte può essere un modo diverso per andare in aiuto.
- Sarà una cosa dolorosa? chiese Haziel il misericordioso, piuttosto preoccupato.
- Solo se loro lo vorranno.
La risposta di Azrael era enigmatica. Cosa che irritò Yeuah ma divertì Chavakhiah che comprendeva meglio Azrael, essendo la gioia più vicina alla morte di quanto possa esserlo la conoscenza.
- Possiamo ora passare alla revisione degli organigrammi celesti. Ovviamente, con la fine dell’umanità ci sarà una ridistribuzione degli incarichi. E’ possibile che molti di voi siano assegnati ad altri progetti. Naturalmente la riorganizzazione prenderà un po’ di tempo, abbiamo pensato di affidarla a un consulente di provata esperienza...
La sala fu percorsa da un brivido.
- Si tratta come avrete ben capito di Mikael, esperto in riorganizzazioni.
Tutti gli angeli presenti ricordavano l’ultima riorganizzazione del quale si era occupato Mikael. Era stata un disastro che era culminato nello spin-off di Lucifero che aveva fondato l’azienda Inferno che, a quanto se ne poteva sapere, prosperava piuttosto bene, anche grazie a una strategia aggressiva e a un marchio molto più attraente. Nessuno, ovviamente, osò commentare. Gli angeli possono intervenire sui livelli operativi, le strategie, come sempre, sono decise in alto.
Anche sulle varie filiali terrestri c’era da ridire. I franchisor non avevano mai rispettato il contratto, applicando condizioni e prezzi che Dio non aveva mai richiesto, che non erano mai stati in nessun listino e usando strategie commerciali piuttosto dubbie. Dio su questo era sempre stato piuttosto elastico.
- Alla fine tutto sarà sistemato. Pare avesse detto a Yeiayel.
Azrael chiese la parola.
- Troverete il modo di ricollocare anche me?
Il silenzio che seguì fu eloquente, ma Yeiayel si affrettò a dire.
- Azrael, le tue competenze sono molto specialistiche, ma troveremo sicuramente un modo per ricollocarti.
- Bene – aggiunse – la seduta è tolta. Un’ultima cosa: Hariel, ti occupi tu dei questionari di valutazione di fine evento?
- Certamente. Dovrei avere ancora qualche copia di quelli della fine dell’Esodo. Quelli della cacciata dall’Eden sono un po’ datati e poi il campione era ristretto.
- Grazie a tutti. Ci aggiorniamo per una riunione operativa. Vi comunicherò al più presto ora e luogo.

Tutti lasciarono la sala, restò solo Mebahel, l’angelo conservatore. Si guardò attorno e poi abbassò gli occhi al cielo sconsolato:
- Basta poi non voglia ricominciare tutto da capo come al solito!

(Illustrazione di Teresa Guido),