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domenica 5 maggio 2013

Così era scritto


L’avevano vista tutti. Tina si reggeva a malapena in piedi. Si guardò, per un istante, le mani sporche di sangue. Stringeva ancora il coltello col quale aveva colpito (quante coltellate: quattro, dieci, cento?) con inaudita violenza l’uomo che tutti avevano visto chino su di lei per picchiarla, darle pugni. Massacrarla.
Tutti la conoscevano, tutti sapevano di lei all’ospedale dove si era ricoverata un paio di volte, “dopo essere caduta dalle scale”, e al cui pronto soccorso le infermiere la chiamavano per nome; alla stazione dei carabinieri di fronte alla quale aveva spesso sostato, livida, con gli occhi pesti, senza avere il coraggio di entrare.
Tutti conoscevano Tina Lonigro, venticinque anni, quattro di matrimonio assieme ad un uomo brutale e violento. Le donne del quartiere l’additavano compassionevoli.
Tutti sapevano, tutti avevano assistito.
Per questo l’avrebbero assolta.   
Solo sei anni prima, un’eternità, Tina aveva conosciuto Francesco. Il sogno di ogni ragazza. Il più bello del paese, ventidue anni, la macchina  sportiva ultimo modello, un futuro brillante, studiava da avvocato. I suoi occhi scuri trafiggevano, e le donne del paese si sentivano mancare al suo sguardo ironico e scanzonato. Francesco si era accorto di lei e a Tina non era sembrato possibile: era un sogno, lei così insignificante.

Tina insignificante non lo era per niente, alta bruna e slanciata, suscitava rigurgiti ormonali finanche nei più imperturbabili. Persino Don Antonio, il parroco del paese, misogino e ricurvo per l’età, per gli studi e per tutte le volte che si era dovuto piegare in preda ai crampi per sedare l’autoerotismo, si segnava al passaggio di Tina. Una donna così sanguigna, incarnazione del demonio era.
Francesco le era stato presentato ad una festa da Filippo, un amico innamorato di lei da tempo immemorabile. Francesco si era subito appartato con lei, senza neanche una scusa, e aveva cominciato a parlarle a mezza bocca sussurrandole frasi di poco senso che erano esattamente ciò che Tina, che era innamorata di lui da sempre, voleva sentire.
Innamorata da sempre, non era un modo di dire, c’è un archetipo nel cuore di ogni donna, serbato gelosamente, una custodia di senso e emozione, uno scrigno che attende di essere riempito, una forma pronta al gesso caldo di un sembiante. Per Tina era Francesco.
Era cresciuta in un ambiente volgare, tra l’odore aspro della gazzetta dello sport, il lezzo pungente delle pagine rosa e nere, appena stampate e della cenere delle sigarette spente nei piattini; con dinanzi agli occhi l’ombra lattiginosa dei residui dei boccali di birra nel bar paterno.
Francesco era, ai suoi occhi, l’antitesi del mare di fango dal quale voleva evolversi, lei, anfibio grigiastro a guadagnare la luce e la terraferma. Le unghie curate, il sorriso dei denti bianchissimi: Francesco non aveva proferito una sola parola in dialetto. La sua cadenza era dolce, e sapeva canticchiare le parole della canzone inglese in sottofondo. Ogni tanto sottolineava una frase col tono, guardandola fisso negli occhi.

Stavano insieme solo da qualche mese ma Tina sapeva, sentiva, che sarebbe stato per sempre. Francesco nel giro di un anno, un anno e mezzo si sarebbe laureato poi, il tempo del praticantato e avrebbe cominciato a lavorare nello studio del padre. A quel punto si sarebbero sposati, all’inizio avrebbero fatto un po’ di sacrifici, ma poi lei sarebbe stata la moglie del famoso avvocato De Nicola.
Francesco era stato il primo per lei, doveva restare l’unico.
Sua cugina Marina era andata a trovarla un sabato pomeriggio del mese di giugno. Era una giornata precocemente torrida. Tina era seduta sul balcone di casa a prendere il sole, sorseggiando una limonata. Il sapore dello  zucchero le solleticava la lingua. Marina parlava, quasi senza prendere fiato, gli occhi illuminati, i capelli biondi, tirati indietro da un groviglio informe di fermagli, il rossetto scuro sottolineava i movimenti a scatto delle labbra.
- Insomma... non ti dico bugie... pari pari! Lei mi ha detto che avrei passato l’esame di Scienze, ma per quello di Fisica avrei dovuto aspettare il mese di maggio: così è stato! E questo è niente... mi ha detto che mi sarei fidanzata non con un ragazzo del  paese ma con uno di fuori, di ventiquattr’anni col nome che comincia per “Gi”. Beh... non ti dico bugie, dopo due mesi, che manco mi ricordavo più, a momenti... ho conosciuto Giuseppe che, come sai, è di Formia e ci siamo fidanzati... E’ da brivido questa!
Tina spalancò gli occhi, curiosa era curiosa, e poi chissà, lei non si era mai sentita troppo sicura dell’amore di Francesco. Era troppo bello per essere vero, per essere capitato proprio a lei. Poi Marina non era una stupida, tra le sue cugine era l’unica che frequentasse l’Università. Era sempre stata la prima a scuola, quella con i voti più alti. Ora andava spedita, e per giunta ad una facoltà scientifica. Certo, l’esame di Fisica le era andato male. Un errore capita a tutti.
-  Dai, ti ci porto! Ci andiamo venerdì. Sarà il mio regalo di compleanno. Lo vedo che ci vuoi venire...
Aveva riso Tina. Ma aveva accettato. Non sapeva che quel pomeriggio di giugno, un pomeriggio odoroso di asfalto bagnato dalla pioggia estiva, avrebbe segnato il resto della sua vita.


Ilejana era un’Armena di circa quarant’anni. I suoi lineamenti erano marcati ed intensi, le sopracciglia scure, due archetti  morbidamente convergenti alla radice del suo naso, un naso affilato che spuntava ad ombreggiare labbra colorate di rossetto carminio.
Da lei si propagava una fragranza intensa ed improbabile, un miscuglio di cedro e citronella che adombrava memorie remote d’insetticidi e di barbieri all’orario di chiusura.
Tina entrò seguendo Marina che sgusciava nel soggiorno di Ilejana sfoderando una familiarità quasi sfacciata. Si rivolse quindi alla donna dandole del tu, cosa che a Tina, che quasi tremava, diede un senso immotivato di gravità.
- Questa è Tina, mi raccomando dille cose belle che se no mi si spaventa...
Marina scoppiò a ridere. Tina la fulminò con lo sguardo.
Ilejana porse a Tina una tazza larga colma di  un liquido scuro, quasi melmoso.
- E’ già zuccherato - disse la donna porgendole la tazza fumante.
- E’ caffè turco - Spiegò Marina con fare saccente.
La donna riprese, guardando Tina fissa negli occhi, inchiodandola con le proprie pupille quasi confuse nell’iride scurissima:
- Lo devi bere, pensando bene a quello che vuoi, lascia appena un fondo. Poi devi rovesciare la tazza sul piattino. Al resto ci penso io.
Quindi, rivolta a Marina, soggiunse:
- Tu devi uscire
Marina sembrò stupita e seccata, ma il tono perentorio le tolse ogni velleità di reazione. Uscì rapidamente dalla stanza.
Tina sorseggiò il liquido dal sapore sgradevole. I grani di caffè non filtrato le graffiavano la gola. Sorseggiò il liquido fino a quando la densità non divenne insopportabile e poi poggiò la tazza rovesciata sul piattino.
Per tutto il tempo aveva pensato solo a Francesco, al loro matrimonio, a se stessa sull’altare col proprio abito bianco, il velo poggiato sui capelli raccolti in un intreccio di fiori, al loro primo bambino...
La fantasticheria in cui Tina si era persa svanì, interrotta dalla voce di Ilejana, arrochita da cento sigarette, con un accento ombroso, accento dell’Est, che così spesso Tina aveva ascoltato al telegiornale.
- Nella tua vita vedo un Cancro e un Leone, questi sono buoni per te e ti fanno del bene. 
Tina spalancò gli occhi: suo padre era del Cancro e sua madre del Leone. Entrambi l’adoravano.
- C’è stato un uomo nel tuo passato. Non è buono per te. Uno della Vergine che comincia per “C”. Hai fatto bene a lasciarlo. Ora va tutto bene, quel problema di salute che hai avuto non si presenterà più, tutto a posto. Però, figlia mia, qui ci sta una cosa grossa... una cosa brutta.
Tina trattenne il respiro tutto quello che la donna aveva detto fino a quel punto era vero. Neanche Marina sapeva di Carlo, amico di famiglia, il commercialista del padre, della Vergine, che aveva preso a corteggiarla e che lei, dopo un’iniziale disponibilità, aveva respinto.
Tina, per di più, aveva sofferto a lungo di un fastidioso problema intestinale, che da un po’, effettivamente, non le dava più fastidio.
Infine, nella sua vita era ormai entrato Francesco.
- Ora, da poco, ci sta un uomo dello Scorpione, uno che ti piace veramente e che comincia per “F” - Ilejana fece una pausa - Tu ti sposerai, come tu sogni: ma tuo marito morirà, poco dopo le nozze. Così è scritto, non ci puoi fare niente.
Ilejana guardava nella tazza; le ciglia, irrigidite di mascara nerissimo, sembravano aghi acuminati. Non un’esitazione tradita dalla voce, non un attimo d’incertezza.
-  Come?

- Hai capito bene, bella mia. L’uomo che sposerai morirà. E senza neanche farci  un figlio. Così èscritto. Dipende dal karma. Sai che cosa è il karma? E’ il destino ineluttabile, ciò che siamo chiamati ad apprendere in questa vita, e tu sei stata fatta bella per attrarre l’uomo che vuoi, e il destino vuole che tu provi l’atroce dolore della sua perdita.
Tina si alzò di scatto, le labbra le tremavano.
- Basta! Non ho più voglia di sentire queste stupidaggini! Quanto le devo?
Ilejana sorrise mestamente, lo sguardo grave.
- Mi dispiace assai. Da te non voglio niente.
All’uscita aveva strattonato per un braccio sua cugina che l’aveva guardata come se fosse uscita di senno e insieme si erano dirette verso la macchina, parcheggiata in uno spiazzo, poco distante. La pioggia cadeva sottile. Tina, meccanicamente, si asciugava il viso con le punte delle dita.
Durante il tragitto per il ritorno non aveva detto una sola parola. Era rimasta immobile sul sedile del passeggero stringendo la cintura di sicurezza, che le serrava il petto, con entrambe le mani.

Marina aveva cercato in tutti i modi di capire che cosa fosse successo, Tina si era chiusa in un mutismo impenetrabile. La sera non aveva cenato. Si era fatta negare a Francesco che le aveva telefonato, non aveva voglia di parlare con nessuno, men che meno con lui.
Era andata a letto presto, prestissimo, ed era rimasta immobile sotto le coperte a guardare il soffitto.
Il pensiero che Francesco, diventato suo marito, potesse morire la riempiva di un dolore assoluto. Le sembrava che volessero strapparle un braccio, il cuore, il fegato, le sembrava che volessero toglierle una parte di sé.
Ma soprattutto, la terrorizzava un’idea: se qualunque uomo avesse sposato era destinato a morire, lei sarebbe stata un’assassina. Perché lei sapeva.
Tina immaginava la propria vita in solitudine, si vedeva uguale a tutte le zitelle che conosceva, sospese, per sempre, in un vortice di non esistenza. Vedeva se stessa passare il resto della propria vita dietro il bancone del bar di fronte al municipio, lasciar sfiorire la propria gioventù e avvenenza, ridotta a cercare l’attenzione degli autotrasportatori di passaggio.
Ruppe in un pianto disperato.


Da quella sera, si fece sempre negare a Francesco. Il farlo la lacerava ma le sembrava, ormai, l’unica possibilità. L’unico modo per salvare Francesco e quindi se stessa.Era ridotta ad una larva, non riusciva quasi più a mangiare ed era perseguitata dall’insonnia. Al risveglio dalle poche ore che riusciva a dormire, le sembrava sempre di aver sognato la morte di Francesco, anche se non riusciva a ricordarlo. Ma Francesco non si dava pace.
Fu per questo che Tina ricominciò a dar corda a Carlo.
Carlo era amico di famiglia, da qualche tempo il commercialista di suo  padre, un uomo piacente e benestante, che aveva dieci anni più di lei. Per un certo periodo Tina aveva trovato gradevoli le sue attenzioni. Dopo aver conosciuto Francesco, però, la presenza di Carlo le risultava quasi fastidiosa, insopportabile.
Date le circostanze, le sembrò che la cosa  migliore per far mettere l’anima in pace a Francesco fosse fidanzarsi con Carlo.
Carlo, rispetto a Tina era un uomo navigato e vissuto, ma Tina aveva un asso nella manica: non era innamorata di lui.
Una donna non innamorata può far fare ciò che vuole all’uomo che la desidera. Una donna non innamorata è un essere pericolosamente consapevole del proprio potere.
Carlo era completamente soggiogato da quella ragazzina bizzosa che cambiava idea, apparentemente, nel verso in cui girava il vento, che lo voleva accanto a sé un minuto ed il minuto successivo non voleva neanche sentire la sua voce. Un uomo a cui la donna che desidera non dà neanche un punto di riferimento è un uomo perso.
Tina cominciò ad odiare Carlo: fu una sequela di eventi indistinti e impercettibili. L’odio si era
sedimentato dentro di lei come i sali di calcio in una stalagmite, impercettibilmente, giorno dopo giorno.
Quando Carlo le chiese di sposarlo provò un sentimento simile al trionfo del cacciatore che vede cascare nella trappola la preda facile, cacciata esclusivamente per diletto, anzi, per noia.
La sera in cui Carlo, con la voce rotta dall’emozione, e arrossendo, con l’aria buffa di un bambino timido, che recita in piedi,  sulla sedia del soggiorno, la poesia di Natale, le aveva proposto di diventare sua moglie, era tornata a casa dal ristorante assaporando un trionfo cinico, senza allegria.
Gli avrebbe detto di no, certo, lo avrebbe umiliato, lo avrebbe fatto sentire l’ultimo dei vermi. Sarebbe morto dall’umiliazione. Sarebbe morto... sarebbe morto...
E se fosse morto? Se Carlo fosse morto dopo il matrimonio? Lei sarebbe stata libera, avrebbe potuto cominciare una nuova vita, avrebbe potuto riprendersi Francesco. Certo, sarebbe stato difficile all’inizio farsi perdonare, ma poi lui avrebbe capito lei gli avrebbe spiegato, lui le avrebbe creduto.
In fondo non faceva nulla di male. Tina cominciò a mentire a se stessa, come la maggioranza degli esseri umani quando decidono di fare cose immorali. Era Carlo che insisteva a volerla sposare. In fondo avrebbe avuto ciò che voleva, lui sapeva che lei non lo amava. Sarebbe stato felice, avrebbe ottenuto quello che voleva, ogni cosa ha il suo prezzo, no? E se Ilejana si fosse sbagliata? In fondo tra i due, era lei quella che ci perdeva di più. Era tutto basato su di una macchia sul fondo di una tazza di caffè. Una probabilità magari remota.
Tina non avrebbe mai potuto rischiare di essere la causa, seppur indiretta, della morte di Francesco. Ma con Carlo era un’altra cosa. L’avrebbe sposato e se poi la predizione si fosse avverata, bene (Tina ebbe, suo malgrado un brivido) se non si fosse avverata... pazienza, avrebbe divorziato e sarebbe stata libera a quel punto, comunque.
Per la prima volta, dopo mesi, dormì serenamente. Il giorno dopo disse di sì a Carlo ed annunciò al resto della famiglia che lo avrebbe sposato la domenica successiva, durante il pranzo.
Il padre era entusiasta, sua madre la guardò intensamente e non disse nulla. Nel pomeriggio si affacciò nella stanza di sua figlia che leggeva  una rivista, sdraiata sul letto.
- Tu hai qualcosa in testa – le disse - Non so che cos’è ma so che non mi piace. Ami ancora Francesco e per te Carlo non è nessuno. Che vuoi fare?
- Ma che dici mamma? Sono felice e basta. Carlo è l’uomo giusto per il matrimonio.
Tina rispose continuando a tenere gli occhi sulla rivista mentre cercava di controllare il tremito delle mani. Non aveva mentito.

Il matrimonio fu semplice e organizzato rapidamente: entrambi gli sposi lo desideravano. Tina aveva scelto un appartamento non lontano dallo studio del padre di Francesco. Non si poteva mai sapere, un domani...
Dopo il matrimonio, la donna che Carlo si trovò accanto non era affatto differente da quella che aveva visto durante la loro lunga frequentazione e breve fidanzamento.
Una giovane moglie bella e sensuale, dai modi cortesi, che si trasformava in una statua di ghiaccio quando lui le si avvicinava per toccarla, abbracciarla o baciarla. Questo esasperava il desiderio di Carlo che si era, col tempo, abituato a fare sesso con un manichino morbido e consenziente.
Tina faceva la moglie e aspettava. All’inizio sobbalzava ogni volta allo squillo del telefono e rispondeva trepida, pensando che sarebbe stata la volta buona.
Poi, piano piano la sua speranza si era affievolita. Il tempo passava.
Passava le giornate in casa, o dal parrucchiere e dall’estetista, voleva essere bella per Francesco, voleva renderle impossibile resisterle quando lei si fosse presentata a lui.
Dopo due anni di matrimonio la presenza di Carlo era diventata quasi esasperante, le dava fastidio tutto di lui, dalla maniera in cui si allacciava le scarpe la mattina, al dopobarba che usava. Trovava  intollerabile il  modo in cui lui si portava il cibo alla bocca e il gesto col quale usava la salvietta per pulirsi le labbra.
Era disgustata dal trovare l’asse del water sollevato quando lui usciva dal bagno e le strisce del dentifricio nel lavabo dopo che si era lavato i denti.

Dopo due anni e mezzo di matrimonio scoprì di essere rimasta incinta. All’inizio aveva sperato in un banale ritardo, ma poi si era accorta con orrore che si trattava di  una gravidanza.
Quando si era accorta delle due barrette rivelatrici, sull’asticella del test, era stata presa da un attacco isterico, aveva cominciato ad urlare,  graffiarsi e darsi pugni sulla pancia.
Ricordava bene le parole di Ilejana:
L’uomo che sposerai morirà. E senza neanche farci  un figlio”. E ora, questa gravidanza. Pensò al figlio che portava dentro di sé: figlio suo e di Carlo. Le parve una mostruosità, che dei mostri alieni l’avessero invasa e la stessero divorando dall’interno.
Raccontò a Carlo che doveva andare a trovare Marina, per qualche giorno. A Marina chiese di reggerle il gioco, le disse che voleva fare una piccola plastica al seno e che non voleva che Carlo ne sapesse nulla.
L’interruzione di gravidanza non fu difficile, era una donna molto giovane e si riprese in fretta. Al ritorno  a casa trovò Carlo ad aspettarla inquieto.
- Dove sei stata?
- Da Marina, te l’ho detto.
- Stai mentendo
- Non mento, lo sai.
Carlo la vide bellissima, altera e pallida. Sua moglie, davanti a lui, come nel suo letto tutte le notti: intima e irraggiungibile.
La prese per un polso e la colpì in pieno viso con uno schiaffo. Tina vacillò sotto il colpo ma non disse nulla, girò sui tacchi e andò a chiudersi in camera da letto.
Carlo passò tutta la notte dietro alla porta a supplicarla di farlo entrare. La mattina dopo Tina aprì la porta della stanza da letto, perfettamente truccata e pronta per uscire, passò davanti a Carlo sdraiato sul divano senza dire una parola.

La vita matrimoniale era ripresa normalmente. Tina prendeva la pillola di nascosto. Carlo insisteva per fare controlli per la sterilità ma Tina ribatteva che lei era talmente giovane che  non era il caso di darsi pensiero, e ad ogni modo era presto, per il momento potevano godersi la vita.
Carlo annuiva anche se non gli era chiarissimo a quale tipo di piaceri Tina facesse riferimento. La presenza di Tina in casa era carica di degnazione, lui sentiva che, in qualche modo, il solo fatto che sua moglie fosse lì, accanto a lui, fosse per lei uno sforzo e per lui un privilegio.
La telefonata decisiva Tina la ricevette una mattina di febbraio, la voce era quella di Filippo, il suo vecchio amico, ancora innamorato di lei.
- Come va?
- Tutto bene – rispose Tina, meccanicamente – e tu?
- Bene anch’io. E Carlo?
- Bene anche lui: Filippo, devi dirmi qualcosa?
Tina conosceva Filippo e l’inizio telefonata così formale, era sospetto.
- Indovina chi si è fidanzato?
Tina aveva indovinato subito, forse ancor prima della domanda, la risposta. Fece l’indifferente. Mostrò di ricordare la storia tra lei e Francesco come una storia tra ragazzini. Il cuore le martellava nelle orecchie e non vedeva l’ora di troncare la conversazione.
Non appena ebbe riagganciato, Tina corse al bagno a vomitare. Si era buttata in ginocchio, aggrappata al bidet, e singhiozzava.
Francesco non la stava aspettando. Questo rendeva tutto molto più complicato. Doveva sbrigarsi prima che fosse troppo tardi, si era appena fidanzato, era ancora in tempo. Che aspettava Carlo a morire? Carlo doveva morire!!!
Davanti a lei sfilarono le immagini del suo fidanzamento con Carlo, del suo matrimonio, di tutte le volte che Carlo l’aveva toccata e lei aveva sopportato tutto persino che lui l’avesse picchiata... solo per salvare la vita di Francesco!
Si rialzò e si sciacquò il viso, sollevò lo sguardo e rimase qualche istante a guardare la propria immagine allo specchio. Si diresse in soggiorno. Prese un posacenere pesante dalla mensola del camino e cominciò a colpirsi. Resisteva al dolore mordendosi le labbra.
Quando fu sufficientemente tumefatta, si precipitò al pronto soccorso. Disse che era cascata dalle scale.
Non le credettero.
Carlo invece le credette, la accarezzò e le disse che doveva stare attenta, che si strapazzava troppo. Tina cominciò ad urlare, che era stufa di fare tutto lei, di stare sempre sola, che lui era un egoista.
Anche Carlo cominciò ad urlare per calmarla.
Il giorno dopo Tina si fece vedere in giro nel quartiere, tumefatta e zoppicante. A chi le chiedeva che cosa fosse successo, rispondeva, abbassando, lo sguardo, che era caduta dalle scale.
Ma nessuno le credeva.
Tina aveva imparato come farsi grosse ecchimosi senza sentire troppo male, si era anche buttata dalle scale veramente, un paio di volte, rischiando di spezzarsi una gamba.
A Carlo aveva detto di essere in cura da un neurologo per disturbi dei centri dell’equilibrio e della deambulazione. Suo marito, preoccupato, si era offerto di accompagnarla dal medico; Tina aveva cominciato ad urlare che voleva occuparsi lei di se stessa, e che era stanca della sua sfiducia.
I medici del pronto soccorso ormai la conoscevano. Le infermiere la accudivano amorevolmente e lanciavano ogni sorta di maleficio contro quei bastardi degli uomini pronti ad approfittare di una giovane donna inerme.
Qualche volta, la sera, Tina camminava dalle parti della stazione dei carabinieri e restava per qualche minuto sul marciapiede di fronte, con la testa bassa, alzando solo gli occhi, ogni tanto, in un guizzo selvaggio, finché qualcuno non la notava, e allora andava via.
Se lei e suo marito uscivano insieme, Tina si teneva leggermente indietro a Carlo, con lo sguardo basso. Carlo finiva per spazientirsi e la prendeva per un braccio, insofferente, per farla avvicinare.
Lei gli gettava un’occhiata inquieta e riprendeva a camminare aggrappata al suo braccio, talvolta vacillante, come se le gambe non la reggessero.
Spesso la sera li udivano litigare. Soprattutto era chiara la voce di Tina che urlava disperata. Poi la sentivano singhiozzare dalla finestra del bagno.
Si era confidata con la moglie del macellaio del quartiere, che le portava la carne a domicilio, perché spesso Tina si sentiva troppo debole per uscire: Carlo era un uomo meraviglioso ma esasperato perché desiderava disperatamente un figlio e lei non riusciva a darglielo. Lei era anche rimasta incinta, una volta, ma poi, era cascata dalle scale, quella scalinata maledetta, così ripida... e aveva perso il bambino.
Tina era scoppiata in un pianto sommesso e disperato. La moglie del macellaio aveva capito. Tutti quelli del quartiere avevano capito. Che brutta situazione. Bisognava convincere Tina a denunciare quel mostro del marito, ma lei era troppo innamorata, si vedeva.
La figlia del farmacista, Luisa, che si stava laureando in Psicologia, l’aveva detto, si trattava di un caso chiaro di “Sindrome di Stoccolma”: una simbiosi patologica tra vittima e carnefice.

Era un sabato all’ora di pranzo, il quartiere era calmo. Molti negozianti erano nel bar a mangiare un panino in fretta.
Tina aspettava il rientro di Carlo, seduta al tavolo della cucina, si era colpita più volte con del ghiaccio avvolto in uno strofinaccio, poi con il coltello si era fatta delle piccole ferite e si era sparsa il sangue sul collo, sul viso e sulle mani.
Carlo era rientrato per il pranzo e vedendola era rimasto senza parole.
- Ma... ma che hai fatto?
Tina aveva preso ad urlare:
- Che ho fatto? Che hai fatto tu! Guarda come mi hai ridotta... sei un maniaco, sei un pazzo...
- Tina calmati, calmati...
- Non mi toccare! - lei aveva continuato ad urlare - non toccarmi mai più o mi ammazzo!
Tina aveva il coltello tra le mani, cominciò a correre verso le scale, inseguita da suo marito.
- Tina, fermati... fermati!
Tina era ormai per strada:
- Aiuto! Aiuto, mi ammazza!
Carlo la raggiunse la prese per i polsi. Lei si gettò in terra trascinandolo con sé e continuando a urlare:
- Aiuto! Aiuto...
Mentre Carlo tentava di immobilizzarla, Tina riuscì a divincolarsi e a colpirlo prima ad un fianco e poi all’addome. Continuò a scagliarsi con ferocia, anche sul corpo ormai immobile, col sangue che le schizzava sul viso, sugli abiti, che le inzuppava le mani.
Qualcuno l’aveva infine afferrata per le spalle, un’altra mano decisa, le aveva preso saldamente il polso e le aveva tolto dalle mani il coltello da cucina.
La moglie del macellaio, le avvolse le spalle con qualcosa, forse un asciugamano.
- Coraggio signora, è tutto finito.
Tina si sollevò da terra barcollando e guardò la signora accanto a sé e il cadavere ai propri piedi. Sì, è finita. Pensò. Tutti hanno visto tutto. Tutti sanno.
Lasciò andare il coltello, che cadde, senza rumore, nella pozza rossastra.


martedì 5 marzo 2013

Il Creatore di Incubi



Il serpente grigio si muoveva sul pavimento facendosi strada tra migliaia di tarantole pelose che si rincorrevano impazzite. Il tanfo di sangue rappreso era quasi insopportabile. Joannes sapeva che se avesse tentato di uscire da quella stanza avrebbe trovato lei, con gli occhi ancora rossi e l’ascia grondante e l’avrebbe sentita emettere l’insopportabile urlo disumano.

L’unica salvezza era arrampicarsi sulla parete. Nella penombra arretrò, fino a quando non tocco una sporgenza fredda. Si voltò per tentare di trovare un appiglio sul quale muoversi. Istintivamente si trasse indietro. La parete era costellata di corpi umani in decomposizione, trafitti con dei pali d’acciaio che li fissavano al muro in un macabro disegno.
Decise di arrampicarsi ugualmente per arrivare alla piccola finestra in alto. Doveva muoversi velocemente, i corpi si sfaldavano sotto le sue mani e i suoi piedi e il tanfo era insopportabile, ma era l’unica via di uscita.
Fu allora che Merig lo svegliò.
- Allora Joannes?
Joannes ansimava, coperto di sudore, il cuore gli rimbalzava nel petto. Era un uomo piccolo, magro, ma con una grande energia fisica. I piccoli occhi azzurri erano ancora sbarrati per il terrore.
- Joannes, non abbiamo tutta la giornata. L’incontro con l’Inquisitore Capo è tra meno di un’ora!
Merig lo guardò ancora e non trattenne un sorriso di soddisfazione. Gli occhi marroni allungati si distesero a sottolinearne l’espressione. I lunghi capelli scivolavano ai lati del viso del Capo Torturatore, rendendo meno evidente il naso affilato e nascondendo le cicatrici che i ribelli gli avevano fatto anni prima, in un’invasione a sorpresa della sua casa, quando aveva da poco acquisito il titolo di Capo dei Torturatori di Stato. Una carica ambita e prestigiosa che lui aveva conquistato con sangue e sudore. Non suoi, ma questo era un dettaglio.

- A ogni modo direi che funziona, a giudicare dal tuo stato.
- Dovevamo fare la sperimentazione sui prigionieri, si era detto…
- Hai ragione, ma l’Inquisitore aveva fretta e poi mi fido di più di te. Quei bastardi magari ti dicono che sono stati malissimo e invece non è vero.
- Non possiamo fidarci di nessuno, concluse Joannes sconsolato.
Joannes lavorava con Merig da molto tempo, ma si era appassionato al suo compito di assistente al torturatore capo.
Il loro lavoro era selezionare gli strumenti di tortura più crudeli e raffinati da infliggere ai condannati per costringerli a parlare o, semplicemente, per rendere la pena più dura. Era un lavoro rischioso e anche doloroso alle volte. Le torture mentali, per esempio, qualche volta dovevano essere sperimentate direttamente su di lui, proprio per evitare che una cavia “fingesse” il dolore per far approvare uno strumento non sufficientemente efferato.
Il creatore di incubi sembrava perfetto. Generava un campo magnetico che interferiva con le onde cerebrali e produceva un’alternazione della fase REM del sonno. Tutte le persone che si addormentavano nel raggio d’azione della macchina avevano fasi REM prolungate, rispetto a un normale ciclo del sonno e, cosa ancora più interessante, popolate di incubi spaventosi, che attivavano ogni modalità sensoriale. Nei sogni si provava dolore fisico, si sentivano gli odori, era tutto come fosse vero.
L'inventore della macchina era Eren Fenter, uno studioso timido e modesto che aveva fatto la scoperta per puro caso mentre faceva una ricerca sui disturbi del sonno. Uomo riccioluto e paffuto, desiderava solo un’esistenza pacifica e una vecchiaia serena.
Aveva sperimentato la macchina su di sé e poi su un campione di volontari; i risultati erano stati terribili, alcuni di loro avevano avuto talmente paura che per mesi dopo avevano faticato ad addormentarsi. Uno aveva tentato il suicidio.
Eren stava per accantonare la macchina come completamente inutile, quando sua moglie, sempre alla ricerca di fonti di guadagno aggiuntivo per il marito, che riteneva un perfetto inetto dal punto di vista pratico, gli suggerì di proporla al Capo Torturatore.
Eren era riluttante, era un uomo di scienza che lavorava per il benessere dell’umanità e non per creare macchine per fare del male. Sua moglie vinse la sua resistenza con un martellamento continuo inframmezzato da: in fondo la nostra società funziona così. Chi sei tu per giudicare il nostro sistema di controllo? E a nostro figlio non pensi? Avrei dovuto sposare Ansel…
Il Capo Torturatore aveva esaminato il macchinario con interesse. Poi si era convinto, nessuno aveva avuto delle buone idee per torture mentali ultimamente.
Merig Eden muoveva le mani sul macchinario. Il Capo Inquisitore sarebbe stato soddisfatto. La prova generale del macchinario di tortura stava per iniziare, su un’intera camerata di prigionieri politici a cui era stato somministrato un blando sonnifero.
Anche Joannes era emozionato. Era sempre così quando si provava un nuovo strumento. Per sicurezza, i prigionieri erano stati legati al letto. Uomini e donne pallidi, emaciati, con segni di ferite, alcune non rimarginate sul viso e sul corpo. Erano ribelli, dissidenti che non volevano accettare le regole dello stato, la suddivisione in classi, che cercavano di diffondere la cultura, di stimolare la mente critica.
- Siamo pronti, disse Joannes, con un sospiro.
- Si dia inizio allora, l’Inquisitore Capo aveva pronunciato la frase in tono divertito e aveva guardato con sufficienza la camerata che si stendeva di fronte a loro. Una camerata, buia, silenziosa, dalle mura scrostate, che sembrava aver conservato memoria di ogni urlo, di ogni goccia di sangue.
- Non capisco, Merig guardò a lungo il macchinario, avrebbe dovuto funzionare e invece non aveva funzionato. I prigionieri si erano svegliati normalmente, dopo poco, guardandosi intorno spaventati come al solito, ma senza alcun segno di terrore, nessun alterazione fisica, né tachicardia, né sudore.
- Neanche io, rispose l’Inquisitore Capo – e non amo perdere tempo.
Il tono dell’Inquisitore era stato terribile. Merig sapeva bene che non era il caso di provocare la sua ira. Abbassò la testa.
- Cercheremo di capire che è successo e poi torneremo da lei.
- Dobbiamo riprovare la macchina.
A questa frase Joannes rabbrividì.
- Dobbiamo proprio?
- La proverò io Joannes, questa volta non voglio proprio rischiare.
Nonostante la velata critica Joannes tirò un sospiro di sollievo.
Merig si sdraiò sul letto.
- Aspetta che io mi sia addormentato e poi attiva la macchina.
Era molto agitato, il sonno non arrivava. Faceva fatica, si girava e rigirava sul letto sperimentale, sotto lo sguardo preoccupato di Joannes. A un certo punto sentì un rumore secco alla porta.
- E adesso che diamine succede, Joannes?
Joannes si voltò verso la porta dello studio che si spalancò. Dalla porta iniziarono ad entrare a uno a uno degli uomini magri, che trascinavano i passi, gli abiti sporchi di sangue rappreso ed emanavano un tanfo insopportabile. I loro piedi nudi lasciavano una scia di sangue. Avevano in mano delle asce, delle pinze, elettrodi, corde, bottiglie di acido. Qualcuno di loro esibiva dei denti di acciaio affilati. Si avventarono su Joannes per immobilizzarlo e poi si avvicinarono al letto su cui giaceva Merig, paralizzato dalla paura.
Li conosceva, li riconosceva, erano uomini che lui aveva fatto torturare nelle cantine della prigione, uomini cui aveva fatto sperimentare ogni genere di sofferenza. Erano evasi e dovevano essere venuti a vendicarsi, come i ribelli tanti anni prima. Merig tentò di scappare ma non riuscì a muoversi. In un attimo gli furono sopra. Riconobbe Ater, l’uomo a cui aveva fatto cavare un occhio qualche anno prima, aveva una pinza in mano e si stava avvicinando.
Eren Fenter era tornato a casa sereno. Il campo di disturbo magnetico aveva neutralizzato l’effetto del generatore di incubi. Non era stato difficile. Le pareti della camerata erano spesse, ma non abbastanza per fermare le onde del suo apparecchio per le interferenze. Così la prova era fallita e il suo macchinario non sarebbe stato utilizzato per torturare delle vittime innocenti.
Non avrebbe potuto sopportare di passare alla storia come l’inventore del “creatore di incubi”, preferiva restare oscuro. E poi, era già stato pagato.

Il medico scosse la testa.
- Mi spiace Joannes. E’ in coma irreversibile.
- Cioè…
- Non si sveglierà mai più, resterà così fino alla morte.
- Quindi anche per molti anni…
- Certo, Merig è un uomo robusto. Le nostre leggi prevedono che venga tenuto in vita, casomai venga fuori una qualche cura. Ma nel suo caso, non ci sono molte speranze. Mi spiace.
- Era come un padre per me…
- Capisco. Si faccia forza. E poi, credo che ora il posto di Capo Torturatore sia suo.
Joannes sorrise soddisfatto per un istante. Poi si voltò a guardare Merig. Il viso contratto, non sembrava in coma. Ma non si sarebbe più svegliato.
Merig Eden sarebbe rimasto così, incastrato nel suo ultimo sogno.

Fino alla morte.