giovedì 11 ottobre 2012

Storie di ieri - Nenè


“Vieni a giocare, Nené?”,  “Vin c’ nuj…”, Vieni con noi.
Nenè teneva la rezza, la leggera tenda di tela bianca davanti all’uscio di casa, sollevata con una mano, gli occhi fissi sul gruppo delle compagne senza dire una parola, arrossendo.
“No, non iusc…”. Alla fine riuscì a dire. Non oggi. Rosetta fece spallucce e si allontanò correndo, seguita dalle altre. Solo Teresa rimase un attimo sospesa con la mano protesa davanti a sé in un vano gesto d’offerta.
Nenè scosse il capo sorridendo mesta. “va’, va’...”. Ed anche Teresa alla fine corse via, le calzettine corte bianche sfilavano un passo dietro l’altro in una nebbia di polvere bianca.
Nenè restò a guardarle ancora un attimo pensando che sembravano farfalle, o foglie d’autunno, quando il vento le fa girare.
- Arrivo Ma’ - gridò verso il buio all’interno della casa e rientrò.
Lucia non girò neanche la testa al rumore dei suoi passi. Piegata in due sul forno da pulire le indicò lo straccio. Nené lo prese e silenziosamente riprese a sfregare mattonella dopo mattonella il pavimento logoro.
Era il suo ultimo anno di scuola, lei lo sapeva. Aveva dodici anni e non avrebbe continuato a studiare. I suoi genitori avevano fatto un grande sacrificio a mandarla alle elementari, anche se con due anni di ritardo.
Sapeva leggere e scrivere ora, però, faceva addizioni e sottrazioni su quaderni impeccabili che dopo un po’ di tempo avevano un odore di legume secco.
Le sfuggì una lacrima che asciugò rapida col dorso della mano, come fosse sudore. Poi, con un gesto naturale, posò lo straccio, asciugò le palme delle mani strofinandole con forza sul grembiule che le pendeva sulle cosce e annodò le trecce pesanti dietro la nuca.
Si rivedeva in classe, le ginocchia a malapena contenute nel banco troppo piccolo per lei. Non le importava, anche se dopo un po’ le gambe le facevano male e qualche volta la polvere del gesso la faceva starnutire.
“Comme sei alta”… le dicevano tutti. Più alta di molte maestre, a momenti del direttore della scuola. Gli occhi bassi, Nené si incurvava, si appiattiva, proprio lei che avrebbe voluto sparire dalla faccia della terra, che si sarebbe voluta dissolvere nell’aria se appena qualcuno la guardava, era costretta a svettare come una bandiera in una parata militare.
Sembrava grande, più grande, e si sentiva ridicola quando voleva giocare con le altre bimbe che sovrastava di una testa.
Solo per mammà era piccola. Mammà non era il tipo da carezze o abbracci, ma quando erano sole, e mammà poteva fingere di dormire di fronte al braciere, anche Nenè fingeva di addormentarsi con la testa sulle sue ginocchia. Le dita di mammà, dure e nodose, carezzavano la nuca di Nenè, solo qualche istante, a Nenè bastava.
Ricordava ancora il primo giorno di scuola, c’era una certa mestizia nella classe, il ritratto del re dietro la scrivania del maestro era l’unico addobbo dell’aula, per il resto disadorna. I banchi di legno scuro, robusti, erano ancora adatti a contenerla. A 8 anni era alta solo come una bimba di 11.
Il maestro aveva sollevato lo sguardo dal registro all’improvviso, come se solo allora si fosse accorto della presenza dei bambini. Si era lisciato i baffi ed aveva assunto un’aria austera. Si era poi drizzato sulla sedia e aveva cominciato a parlare in Italiano, cosa che normalmente intimidiva, soprattutto dei bambini così piccoli. “Dunque, adesso chiamerò i vostri nomi, prima il cognome e poi il nome, e voi dovete alzare la mano e dovete dire “presente!” e aveva cominciato l’appello:
“Ammassari Nunzio, Barbati Maria…”
A Nenè sembrava la stessa cantilena del rosario solo che invece dei Santi c’erano i cognomi e invece di “Ora pro nobis”, c’era “presente!”.
“Santamaria Eugenia”… Nenè si guardò intorno, Eugenia era il suo nome, ma Santamaria non era il suo cognome. Suo padre si chiamava Lopriore Nicola.  Le bambine in classe erano solo 10 e nessuna di loro si chiamava Eugenia. Teresa, seduta al banco accanto a lei le sussurrò, “Nenè, sì tu!”. Nenè alzò la mano riluttante. Se avesse avuto il coraggio avrebbe detto al maestro che il cognome era sbagliato, ma disse solo “presente”.
Il maestro continuò, “Quando vi rivolgete a me mi dovete chiamare “Maestro”. Dovrete obbedirmi sempre. Quando siamo in classe io conto più dei vostri genitori. Quando vi assenterete…”
Tutta la scolaresca ascoltava col fiato sospeso. Matteo, in ultima fila aveva quattro dita della mano nel colletto e sembrava si sentisse soffocare, Tonino, si tormentava la crosticina che si era formata sul suo ginocchio giocando al “Cazz cavell sott” il pomeriggio precedente. Al suo turno era saltato con furore con entrambe le mani sulla schiena di Nardino che era stramazzato sotto il peso. Erano finiti entrambi nella polvere, sul pietrisco appuntito.
Nenè restò in silenzio per tutto il resto della mattinata. Mentre il maestro spiegava che cos’era la scuola e quali erano i loro doveri, gli orari, la ricreazione e tutto il resto.
Poi spiegò loro che cosa avrebbero dovuto comprare, i quaderni, i libri, le matite, la carta assorbente. Mise tutto sulla scrivania per farlo guardare ai bambini che non avrebbero saputo come scrivere l’elenco, così come non avrebbero saputo farlo molti dei loro genitori.
La campanella della fine delle lezioni echeggiò stridula nei corridoi. “Ora dai primi banchi mettetevi in fila per due. Andremo insieme verso l’uscita”. I ragazzi si accalcarono intorno alla porta dandosi spallate.
Il maestro ne afferrò due per le spalle e li mise fianco a fianco. E fece lo stesso con tutti gli altri finché non vi fu una doppia fila. I bimbi erano ancora incerti sul da farsi.
Il maestro spazzò la fila con lo sguardo. Poi si mise davanti alla piccola coda dicendo, sussiegoso: “E ora, venite dietro di me”.
Giunti sul piazzale davanti alla scuola il maestro annunciò “ora potete andare”.
Come se delle funi invisibili si fossero spezzate la fila dei ragazzi esplose in varie direzioni, correndo, saltellando, piroettando.
C’erano delle signore che aspettavano fuori, i lunghi vestiti scuri o fiorati, i capelli raccolti in crocchie, in code tese, i bambini in braccio. Qualche sorella maggiore con le gonne già lunghe. E Lucia.
Nenè si avvicinò a Lucia con circospezione, come se il silenzio fosse divenuto ad un tratto un dono fragile e qualunque suono, persino un movimento brusco, avrebbe potuto infrangerlo per sempre.
Si avviarono verso casa, Lucia davanti e Nenè appena un po’ indietro.
“Apparecchia Nenè”.
“Ma’, oggi il maestro ha chiamato tutti per nome e cognome e ci ha fatto dire “presente”.
Lucia continuò ad apparecchiare, stese la tovaglia lisa sul tavolo di legno scuro ed apparecchiò la tavola. Piatti e posate consumati dall’uso, relitti di tempi migliori.
“Ma’… il mio cognome è Lopriore?”
Lucia trattenne il respiro. Non ci aveva pensato. Semplicemente non ci aveva pensato.
“No, non è Lopriore. E’ Santamaria.”
“E’ così che ha detto il maestro. Ha detto Santamaria, ma pensavo che si sbagliava”.
“Non si sbagliava Nenè, mo’ mangia. Stasera quando papà va a letto ti spiego tutto”.
Lucia riuscì soltanto a guardare la minestra di ceci che aveva davanti spostandoli da un bordo all’altro del piatto. A fine pranzo con rabbia buttò via il cibo. Non era una donna di pianto, era una donna di rabbia. Schiacciava il dolore sotto il tallone come Maria il serpente.
La sera cenarono in un silenzio più fitto dell’abituale. Nenè cercava di calmare Francesco che stava piangendo, mentre Nicola piccolo finiva la sua porzione di grano e cipolla con lo sguardo corrucciato.
Alla fine della cena tutti “i maschi” andarono a dormire, Nenè e sua madre rimasero a sparecchiare, spazzare e lavare i piatti con l’acqua dei secchi che veniva dal pozzo.
Quando l’ultimo piatto fu asciugato, Lucia si sedette sulla sedia davanti al braciere e fece cenno a Nenè di avvicinarsi.
“Miettite ddù, qui azzecc a me”. Nenè si sistemò accanto alla madre, in ginocchio, la testa appoggiata alla sua coscia, il viso rivolto verso il braciere rifletteva riverberi purpurei nella stanza buia.
“Dobbiamo parlare piano, perché stanno tutti a dormire” Sussurrò Lucia, “Abitavamo a Farignano con papà, ed io era giovane” non si domandava Nenè perché l’imperfetto, Lucia lo usava alla terza persona singolare anche se parlava di se stessa. D’altronde così facevano quasi tutti.
“Ci eravame sposate da poco, ed io ero uscita incinta, sai che vuol dire Nenè?”
Nenè annuì, la piccola nuca balenò un istante tra le trecce scure.  Nenè lo sapeva, erano nati due fratellini dopo di lei, e quando Mammà era uscita incinta di Francesco lei aveva già 5 anni.
“Era il mio primo figlio Nenè, una figlia. In onore a Sant’Anna la chiamai Anna, la chiamavamo Nenè”.
Lucia continuò il racconto lentamente, sottovoce. 
Era autunno, si avvicinava il freddo, non era importante ricordarlo, eppure lo ricordava. Nenè aveva pochi mesi e una mattina molto presto Lucia era stata attanagliata dalla quiete. Senza svegliare Nicola s’era avvicinata alla culla di Nenè. Tutto era calmo e silenzioso, troppo calmo, troppo silenzioso. Lucia si avvicinò per ascoltare il respiro della creatura rannicchiata. Non c’era il respiro.
Lucia ricordava poco di quello che era seguito. Poi le avevano raccontato, di un grido che aveva graffiato la notte, singhiozzi che terminavano in un lamento.
Lucia non raccontava proprio tutto a Nenè, che teneva davanti a sé con la testa sulle sue ginocchia, il riverbero del braciere che illuminava le ciocche sfuggite alle trecce. Le raccontava l’essenziale, come gocce sottili che faceva trapelare dall’oceano rigonfio delle proprie emozioni. I fatti a Nenè, il dolore per sé.
Era diventata un’ombra accanto alla finestra, Nicola non sapeva che dire. Sfilavano spettri davanti alla sua porta:
“se vi serve qualcosa, basta che lo dite, commara Lucia, basta che lo dite”.
Lucia annuiva, ammantata dal dolore. Il dolore per la morte di un figlio è come un piedistallo altissimo su cui nessuno può salire, tutto è distante.
Due sere dopo, no, non era passato tanto tempo, dalla porta entrò una signora alta e snella. Lucia sollevò lo sguardo e la vide meglio. Era giovane, poteva avere poco più di vent’anni ed era vestita come una signora, aveva pure il cappello.
“Buonasera signora Lucia”, disse d’un fiato, come se temesse di essere interrotta, poi, senz’aspettare risposta, domandò:
“mi posso sedere?”
“sedetevi, prego”, rispose Lucia.
“vi ringrazio, siete molto gentile. Sono Rachele Serani”.
Era la sarta più famosa del paese, Lucia lo sapeva, aveva come clienti solo i ricchi possidenti ma nonostante Nicola, il marito di Lucia,  avesse goduto di una discreta fortuna in passato, Lucia non aveva avuto modo di avere a che fare con lei. La guardava e non capiva.
Rachele fece un respiro profondo e si mise la mano sul petto come per impedire al proprio cuore di sbalzare dalla minuta cassa toracica. Nonostante l’altezza e l’eleganza Rachele dava un’impressione di delicatezza, quasi di gracilità. La carnagione diafana si stendeva sottile sulle ossa del viso, gli occhi azzurri erano come spiritati nel viso smagrito e patito. I capelli raccolti in uno chignon alla base della nuca sembravano essere stati appena scompigliati da un vento leggero.
“So quello che vi è successo, commara Lucia, e per questo mi rivolgo come madre, ad una madre”.
Lucia sobbalzò, nulla della figura seduta sulla sedia di legno di fronte a lei le evocava l’idea di una madre. Rachele proseguì.
“Non ho nemmeno il diritto di parlarvi!”. Rachele si nascose il viso tra le mani, mentre le lacrime trattenute le irrigidivano le spalle e le facevano contrarre il petto.
Rachele aveva conosciuto il figlio del più ricco proprietario terriero del paese, un bel ragazzo abituato agli agi e con molto denaro. Lei si era follemente innamorata e aveva ceduto alla sua proposta di una fuga.
Le cose però si erano rivelate assai più difficili del previsto, i genitori avevano rintracciato i transfughi e avevano minacciato lo sventatello di requisirgli tutti i beni dei quali poteva disporre e di privarlo di ogni futura fortuna se non fosse tornato in sé e abbandonato la donna della quale s’era incapricciato.
A Rachele non rimasero che il rimpianto, il pentimento, ed il frutto di quella passione.
“una bambina signora Lucia, che mi è nata qualche mese fa”.
Rachele prese entrambe le mani di Lucia tra le sue. Negli occhi sbarrati tremava una luce di lacrime.
“Voi avete ancora il latte, vero?”
Istintivamente Lucia si portò le mani al seno. S’era dimenticata del dolore dei seni rigonfi in quello più grande della morte della sua bambina. Annuì, “Sì, ancora lo tengo”.
“Io non ne ho commara Lucia, come vedete, a malapena mi reggo in piedi, ma sono venuta da voi perché siete la nostra sola speranza, mia e di Eugenia.
Vi prego, datele il vostro latte, vi prego, commara Lucia, vi compenserò come meglio potrò. Se voi mi terrete la bambina, io potrò riprendere a lavorare e riprendermi io stessa.”. Dopo una pausa aggiunse, con un filo di fiato “Vi potrebbe portare un poco di consolazione”.
Lucia non la stava quasi ad ascoltare. Aveva ancora le mani appoggiate ai lati di ciascuna mammella. Alle parole “datele il vostro latte” un ondata calda le aveva bagnato il seno e aveva ricordato gli attimi preziosi in cui Nenè si attaccava ai suoi capezzoli e lei quasi distratta chiacchierava con una vicina o pensava a quello che avrebbe preparato per Nicola. Mai però perdeva il senso del miracolo che aveva tra le braccia, del pulsare prezioso delle labbra rosee appena appoggiate al capezzolo che cominciavano a suggere con forza. “Come l’ape il nettare da una rosa”. Così le avevano spiegato una volta quand’era ragazzina.
“Portatemela, signorì. E ora scusate”.
Rachele era scivolata oltre la porta rapida e silenziosa. Forse aveva pianto ancora nella strada, scivolando accanto alle porte semichiuse. Dalle case odore di cena, voci di padri, di bambini e di madri. Un mondo semplice, distante.
La mattina dopo, davanti alla porta si presentò una ragazza giovanissima, le gonne lunghe, i capelli raccolti in una coda di cavallo, gli occhi neri e le guance accese. Stretto a sé aveva un fagotto di stoffa color crema.
“Cerco la signora Lucia. Siete voi?”
“Sì, sono io. Datemi qua”, facilmente sfilò dalle braccia della ragazza il morbido e caldo involucro e la borsa che lo accompagnava.
“Ha detto la signora Rachele che ripasso stasera”.
“Come volete”.
Lucia aveva richiuso la porta ed aveva frugato nel fagottino con l’indice ed il medio. Dai pizzi bianchi era emerso un viso tondo e pallido, un naso puntuto e un labbro superiore leggermente sporgente sulla bocca rosea.
Istintivamente l’aveva attaccata al seno. Dopo l’aveva cullata in silenzio, solo ogni tanto mormorando, “bella, bella della mamma sua, bella...”
La piccola Eugenia era immersa in trine delicate. Le piccole mani si indovinavano affusolate nelle giunture delle dita. Dall’involucro tiepido di levava odore di vaniglia. Eugenia dormiva e Lucia ristette qualche istante con la bimba tra le braccia ascoltandone il respiro leggero. Attraversò quindi la stanza ed andò verso la culla di Nenè. Con le dita Lucia sfiorò il lenzuolo, la coperta ed il piccolo cuscino e depose Eugenia nella culla. Aprì un pochino le trine e le sistemò meglio il bavaglino. Prese una sedia e le si sedette accanto.
Stette così qualche minuto, poi si alzò, prese la borsa che la ragazza aveva portato. Conteneva fasce, pannolini e tutto l’occorrente per cambiare la bambina.
Nella nebbia dei primi giorni a Lucia non parve neanche di occuparsi di una bambina, le pareva piuttosto di giocare con una bambola di pezza essa stessa madre di pezza in una sorta d’implacabile smarrimento.
La ragazza si presentava ogni mattina con i suoi due fardelli e un’aria annoiata. Lucia li raccoglieva e tratteneva a sé fino a poco prima di cena. Nicola volgeva di tanto in tanto uno sguardo ad Eugenia. Talvolta gli capitava anche di sorriderle, per distrazione, e di sentirsene subito dopo colpevole.
Arrivano dei giorni che si imprimono nella memoria a tradimento, come se il tempo vi avesse scavato la propria orma senza intenzione, l’impronta di un cane su di una colata di cemento. Il sole illuminava la tenda di pizzo di un bianco luminescente, il vento faceva rumori piccoli come di pioggia trattenuta.
Lucia spolverava il pianale di legno dai residui della farina. Nuvole bianche impalpabili si sollevavano in piccole volute di fumo. Si appoggiò le mani ai fianchi ed il contatto con le sue proprie ossa la risospinse indietro nel dolore della memoria.
La vita dei bambini, pensò, è fragile. Piccole bare bianche nel vicolo seguite da una scia di silenzio, ne aveva viste tante, come foglie trascinate dai rivoli d’acqua. Le pareva quasi di non aver nascosto abbastanza bene Nenè prima che l’onda luccicante la portasse via.
Si avvicinò alla porta prima ancora di sentire i colpi sull’uscio. Protese le mani, in un gesto ormai consueto, per prendere Eugenia. La piccola spalancò gli occhi e le sorrise cominciando ad agitare le mani.
“Mi riconosce, Nicola”. Fu l’unica frase che Lucia disse a suo marito quella sera. Nicola non rispose nulla e dopo un breve silenzio si mise a raccontare di un cane magro, che l’aveva seguito quasi fino a casa.

“Prendetela commara Lucia, prendetela voi”. Rachele non piangeva questa volta aveva il volto tirato e gli occhi sbarrati di chi aveva già troppo pianto. “Tenetela voi, non me la fate portare alla ‘Ruota’. Non la posso tenere io”. Rachele era di fronte a lei, l’abito grigio stretto in vita e i capelli raccolti in un nastro di seta. “Almeno le potrò stare accanto, potrò vederla. E poi lo so che le volete bene”
Lucia la guardò, una mano poggiata sulla gonna di cotone l’altra che fingeva di sistemare una forcina nella massa dei capelli rossi.
Eugenia alla “Ruota”, pensò, i capelli tagliati cortissimi e la tristezza di quei grembiuli tutti uguali. La fila per andare alla messa ogni mattina in città, le maestre con i nasi affilati ed i vestiti neri con i colletti bianchi ingrigiti dall’uso.
Strinse più forte a sé la bambina che stava allattando. “Ne devo parlare con Nicola”.
“Come volete, commara Lucia, come volete”. Rachele afferrò le mani di Lucia e vi appoggiò sopra le labbra talmente forte da imprimervi un impronta bianca.

Nicola arrivò la sera, aprì la porta, con il fazzoletto si asciugava il sudore dal collo. Lucia si alzò vedendolo entrare e gli si fece incontro.
“Nicola, la bambina, Eugenia, la teniamo noi, la sarta non la può tenere”. Nicola sedette, le gambe divaricate, le mani sulle ginocchia. Dopo un istante riprese ad asciugarsi il sudore sul collo. Lucia proseguì: “come una figlia nostra”
Nicola si alzò, andò verso il catino dell’acqua. Si voltò, dopo un lungo silenzio.
“Lucia, che hai preparato per cena?”
“La rape, Nico’, le rape”. Quindi gli diede le spalle, per andare verso la cucina. La tristezza, stanca, fece scivolare un sorriso.




domenica 2 settembre 2012

A Terrible Beauty- Taccuino Di Una Settimana On The Road


Lunedì, 1 agosto.

Io parto lo stesso. Quando l’ho detto a mia madre ha sgranato gli occhi e mi ha detto che sono pazza. Ma per mia madre sono pazza qualunque cosa faccia. Sono sempre stata pazza.
Sono partita ugualmente. Ho tutto, la maledetta guida, le cartine di merda, l’itinerario del... Lasciamo perdere. Troppo turpiloquio per un taccuino solo.
E’ triste quando un amore finisce, ma è ancora più triste quando finisce prima delle vacanze. Gli amori dovrebbero finire a settembre quando la città si riempie di nuovo, gli uffici vibrano di vita e le palestre riaprono: Technogym, Acquagym, Kickboxing, GAG, Gurgle e Spatapunf.
Gli amori non dovrebbero finire mai intorno al 25 di luglio. La cosa assume connotati di perversione. Soprattutto mai dovrebbero finire se abbiamo già prenotato l’aereo, a tariffa scontata, scontatissima, la crème del low cost.
Prenotato a inizio febbraio, quattro ore su internet, Ryanair, Virgin, Air Europe, Easyjet, la Giàcisiamoschiantati (quindi la statistica è dalla nostra) airline: otto ore per trovare la migliore combinazione “fly and drive”, mezz’ora a parlare in inglese con una tipa per poi scoprire che era una ragazza di Foggia in stage a Dublino e che avevo perso dieci anni di vita e tre chili di sudore per niente.
Prenotato quando ancora ti amavo e vibravo di emozione al solo pensiero di vederti. E ogni volta che sul cellulare vedevo il tuo nome sussultavo. (I vari stadi dell’amore sul cellulare:  Sean Boschi cell., Sean B. ufficio, Sean casa, Mylove cell pers. Cancella tutto. Cancella memoria agenda. Cambio numero - guai a te se mi chiami.).
Prenotato quando credevo che sarebbe durata per sempre, lo so che ci conoscevamo da poco, ma c’era un feeling. E poi mi piacevi da morire. Accento nordico, aria spersa.
Andiamo in Irlanda, ti voglio far vedere dove sono cresciuto, ti faccio conoscere i miei amici. Ad agosto le giornate sono lunghe, a Galway i gabbiani grigi si gettano nell’acqua color giada, il cielo alle dieci di sera è bianco e lo stridore dei gabbiani riempie l’aria, tanto che ti viene da piangere e vorresti ormeggiare l’anima accanto ad un due alberi. Prenotato e pagato con la mia carta di credito.....

giovedì 23 agosto 2012

La poesia

Per apprezzare meglio una poesia devi avere qualcuno a cui mostrarla per la prima volta. Chi ama la poesia è felice di incontrare qualcuno che non la conosce a cui poterla raccontare, su una sedia di fronte al mare, seduti in un letto o in una sera come tante. Alle volte dura poco, ma non importa. In una vita umana l'eternità appartiene a pochi istanti, ma sono gli istanti che giustificano l'esistenza.

lunedì 16 luglio 2012

5 minuti dopo


Ada si guardò allo specchio ancora una volta. Poi scrutò nuovamente il display del Pierre Bonnet che Marco le aveva regalato per il suo compleanno. Bello, lineare, preciso.
Marco era in ritardo.
Lo aveva chiamato due volte al cellulare che era risultato spento.
Si stirò ancora una volta il tubino nero sulle gambe abbronzate. Era una giornata di luglio torrida, ma lei era perfetta. Perfetto lo chignon appuntato sulla nuca, perfette le unghie, laccate, perfetti i pochi gioielli metallici e squadrati.
La baby sitter sul divano la osservava di sottecchi, ad Ada parve, con imbarazzo. Era quasi un’ora che Ada era pronta e di Marco non c’era traccia. L’ennesimo ritardo ma, di solito, avvertiva.
Il rumore secco delle chiavi nella serratura la fece voltare di scatto.
Marco apparve sulla soglia, trafelato.
- Scusami, il cellulare si era scaricato, avevo dimenticato il caricabatterie…
- Sbrigati, ci stanno aspettando
- Hai avvisato che siamo in ritardo?
- Certo.
- Devo fare una doccia…
- Una doccia? Ma sai che ora è?
- Ci metto 5 minuti.
Marco era già sparito in bagno.
Ada era rimasta a guardare le chiavi della macchina e il telefonino poggiati sul tavolo. Lo stesso telefonino nel quale più di un anno prima aveva scoperto le prove del tradimento di Marco.
Non gli aveva detto nulla. Ce la faremo, aveva pensato. Lo aveva perdonato, senza dirglielo.
Ma non andava meglio. Lei lo sapeva. Erano sopravvissuti al loro amore, al loro rapporto, al loro matrimonio. O forse no, era il loro matrimonio che era sopravvissuto a loro.
Marco apparve, 5 minuti dopo. Pantaloni leggeri, camicia di lino, capelli bagnati.

Quando furono in macchina Ada lo guardò a lungo.
- Che c’è? Chiese Marco sorridendo.
- Non farlo più.
- Fare che cosa? Da quando...Lei lo interruppe rabbiosa:
- Fai quello che vuoi ma rispettami, rispetta gli appuntamenti, i patti. Il contratto.
Ada non sapeva più che stava dicendo.
L’ultima frase quasi la sputò sul parabrezza.
- Salviamo almeno le apparenze. E' tutto ciò che resta.
Marco accese la radio. Il resto del viaggio lo avrebbero fatto in silenzio.

sabato 7 luglio 2012

GIUDIZIO UNIVERSALE


Nella sala si respirava un’atmosfera tesa. L’ordine del giorno era chiaro, Mebel, impeccabile, aveva organizzato tutto con precisione, come suo solito. La musica celestiale si effondeva assieme all’odore dei gelsomini. Le poltrone affondavano morbide nel pavimento a cirrocumuli. Il tavolino a specchio rifletteva una perfetta riproduzione del sole.
- E’ quasi ora, disse Yeuah, che sapeva sempre tutto e ci teneva a farlo presente ad ogni minima occasione.
Rael e Haziel, che erano rispettivamente addetti al perdono e alla misericordia non riuscivano invece a nascondere il nervosismo.
Tutti abbassarono lo sguardo.
Dio entrò come al solito senza aprire la porta e tuonando.
Nelkel, addetto all’unicità di Dio non riusciva ancora a fare pace con quella che lui chiamava la “fissazione per gli effetti speciali”.
- Tanto lo sanno tutti che è Dio – aveva una volta commentato al massimo dell’esasperazione – non possiamo tutte le volte esagerare... e ora i fiumi di sangue, e ora il mar Rosso spaccato in due. A tutto c’è un limite.
Nitaiah con la sua solita saggezza aveva scosso la testa.
- No, Nelkel, non a Dio.
Tutti sedettero, gli arcangeli stettero un po’ a trafficare con le ali ma alla fine si arresero e infilarono le punte di ciascuna estremità piumata sotto il sedere. Erano riunioni infernali per loro, ma non l’avrebbero mai potuto dire. Solo Dio non sedette, come suo solito preferì aleggiare.
Yeiel, la mano di Dio, dichiarò aperta la seduta e diede lettura all’ordine del giorno. La sua voce risuonava meravigliosa, come quella di tutti gli angeli, ma proprio per questa ragione, in quel raduno non impressionava nessuno.
- L’argomento della presente seduta è la fine del mondo e l’organizzazione del giudizio universale.
Nella sala si levò un brusio, sommesso, angelico, come di flauti carezzati dal vento.
Hamiah, l’angelo della speranza, lanciò un raggio di luce per chiedere la parola.
- Ma non si era detto di aspettare? Non è passato molto dal diluvio e forse l’umanità non ha capito bene...
Un tuono scosse l’aria seguito da un fulmine, ci fu un vortice simile a una tempesta e infine una raggiera di luce azzurra.
Nelkhael sospirò tra le piume.
Yeiel proseguì con decisione:
- Dio ha deciso che non è il caso di continuare, il ritorno sull’investimento è bassissimo e siamo in perdita netta. Gli altri punti all’ordine del giorno sono: gestione del progetto fine del mondo, infine, revisione degli organigrammi celesti.
Azrael, che come al solito si teneva in fondo alla sala, ebbe un brivido. Sapeva perfettamente quello che la revisione degli organigrammi celesti poteva significare per lui, tutti i suoi innumerevoli raggi di luce si misero a tremare per il nervosismo.
- Allora - disse Nitaiah – la prima cosa da decidere e se distruggiamo tutto l’universo o ci limitiamo a una sezione.
Lehiah, sempre clemente, si sentì in dovere di intervenire.
- Direi che non è il caso di farla più grave di quello che è. Limitiamoci alla Terra. Credo che potremmo anche lasciare il sistema solare così come è. E poi... in fondo ci sarebbero le altre specie viventi che non hanno fatto nulla di male. Io credo che potremmo limitarci alla sola umanità.
- Allora possiamo lasciarli fare da soli – sogghignò Azrael – stanno andando benissimo.
Nessuno gli rispose. Tutti conoscevano la posizione delicata di Azrael nella faccenda e, pur simpatizzando con lui, in quel consesso, mentre Dio aleggiava e tutto il resto, non potevano fare altro che tacere.
Yehuiah, che sapeva sempre tutto ci tenne a puntualizzare.
- Si è sempre parlato di fine del mondo e di giudizio universale. Se dovessimo comportarci in modo differente sarebbe poco coerente con la nostra strategia e la nostra vision e ci potrebbe danneggiare molto dal punto di vista dell’immagine.
Vasariah, che era sempre molto attento alla giustizia, si irrigidì.
- A rigore gli uomini, quando parlano di mondo, si riferiscono per lo più alla Terra e quando dicono che una legge è universale intendono dire che si applica all’intera umanità.
- Va bene – tagliò corto Yeiayel, da quelle parti le riunioni sono rapide ed efficienti, diversamente da quello che succede all’Inferno – mettiamo la mozione ai voti.
La votazione durò un frullo d’ali. Tutti gli angeli votarono per limitarsi all’umanità, tutti eccetto Azrael che, come tutti si aspettavano, si astenne.
- Bene, la decisione è messa agli atti.
Dio era restato ad aleggiare tranquillo e non era mai intervenuto nella discussione, segno che la decisione presa gli andava bene. Si poté quindi passare al secondo punto.
- Il secondo punto è il seguente. Riguarda la gestione del progetto.
Hariel, che era il creativo, chiese la parola.
- Vorrei capire una cosa, prima di candidarmi. La fine del mondo viene prima o dopo il giudizio?
Alla domanda di Hariel seguì un lungo silenzio. Era effettivamente una questione che aveva delle enormi conseguenze pratiche e sulla quale nessuno fino adesso era stato chiaro. I vari testi sulla fine del mondo erano restati volutamente ambigui sull’argomento e alcuni autori avevano cercato di distrarre l’attenzione dal punto disseminando qui e lì numeri arcani, bestie e altro.
Vasariah intervenne con la sua solita attenzione all’equità.
- Direi di procedere al giudizio prima della fine del mondo. Questo per varie ragioni, ne cito solo due. La prima è che potrebbe essere, dico potrebbe, che si trovi un tale numero di giusti da rendere superfluo passare alla fase due...
Il fatto che gli angeli non ridono fece sì che a questa dichiarazione di Vasariah non seguisse uno scoppio di ilarità. Ci fu invece un angelico silenzio ed egli poté proseguire.
- In secondo luogo, questo ci consentirebbe di svolgere il giudizio sulla Terra e non dover sfruttare le nostre strutture celesti con un aggravio di spese e un impegno organizzativo, inimmaginabile.
Questa seconda motivazione parve a tutti gli angeli assai ragionevole.
In realtà Chavakhiah, che fra tutti i cherubini, serafini, cori, troni e affini era quello un po’ più incline al riso, cercò di figurarsi come sarebbe potuto essere il giudizio universale fatto sulla Terra. Immaginò stadi gremiti, la 48ma strada di New York, beduini raggiunti nel deserto, donne mentre si facevano botulinare in qualche centro estetico, culturisti in palestra. Ai bambini non pensò, per loro c’era l’ascesa diretta, come prevedeva il regolamento, sarebbe stato tutto molto più semplice.
- Bene, allora di questa fase mi occupo io – disse Hariel che non amava le fasi distruttive dei progetti – se trovassimo qualcuno che si volesse occupare della fase due, cioè della fine dell’umanità...
Tutti gli sguardi si volsero verso Azrael. Azrael era il candidato naturale, ma non si faceva avanti e restava in un angolo senza profferire parola, immobile, le ali cangianti ripiegate sul davanti.
- Beh... – suggerì Vasariah, ci vorrebbe qualcuno con esperienza. Qualcuno che abbia dimestichezza con questo genere di cose.
Alla frase di Vasariah, chiaro invito ad Azrael, seguì l’assoluto silenzio.
Yeiayel intervenne con delicatezza.
- Azrael, credo che Dio avesse in mente te per tutto il progetto. Va bene che Hariel si occupi della prima parte, ma del resto dovresti occuparti tu.
Azrael si levò in piedi. La sua bellezza era tale che gli altri angeli facevano fatica a sostenerne la vista a lungo. Dio non era possibile neanche a loro vederlo e guardarlo, ma Azrael era talmente splendente che si faceva fatica a togliere lo sguardo da lui, allo stesso tempo, era impossibile guardarlo troppo a lungo. Era bello come l’abisso, il vortice e la tempesta. Era l’angelo della morte.
- Se devo occuparmene me ne occuperò.
- Ti sei già occupato di grandi progetti, certo non di questa portata, ma sei l’unico tra noi che può farlo. aggiunse Yeiayel.
- Come intendi organizzarti? – chiese Yeuah, che doveva sempre sapere tutto e cercava di rimanere il meno possibile senza informazioni.
- Me ne occuperò, ho detto. Ma avrò bisogno dell’aiuto di tutti voi.
- Puoi contare su di me – disse Revel, l’angelo soccorritore.
Azrael sorrise. Gli angeli non possono ridere, ma sorridono eccome.
- Grazie Revel, sapevo di poter contare su di te.
Revel e Azrael erano spesso stati in conflitto agli occhi degli uomini. Ma gli angeli vedono le cose in modo diverso. Per gli angeli la morte può essere un modo diverso per andare in aiuto.
- Sarà una cosa dolorosa? chiese Haziel il misericordioso, piuttosto preoccupato.
- Solo se loro lo vorranno.
La risposta di Azrael era enigmatica. Cosa che irritò Yeuah ma divertì Chavakhiah che comprendeva meglio Azrael, essendo la gioia più vicina alla morte di quanto possa esserlo la conoscenza.
- Possiamo ora passare alla revisione degli organigrammi celesti. Ovviamente, con la fine dell’umanità ci sarà una ridistribuzione degli incarichi. E’ possibile che molti di voi siano assegnati ad altri progetti. Naturalmente la riorganizzazione prenderà un po’ di tempo, abbiamo pensato di affidarla a un consulente di provata esperienza...
La sala fu percorsa da un brivido.
- Si tratta come avrete ben capito di Mikael, esperto in riorganizzazioni.
Tutti gli angeli presenti ricordavano l’ultima riorganizzazione del quale si era occupato Mikael. Era stata un disastro che era culminato nello spin-off di Lucifero che aveva fondato l’azienda Inferno che, a quanto se ne poteva sapere, prosperava piuttosto bene, anche grazie a una strategia aggressiva e a un marchio molto più attraente. Nessuno, ovviamente, osò commentare. Gli angeli possono intervenire sui livelli operativi, le strategie, come sempre, sono decise in alto.
Anche sulle varie filiali terrestri c’era da ridire. I franchisor non avevano mai rispettato il contratto, applicando condizioni e prezzi che Dio non aveva mai richiesto, che non erano mai stati in nessun listino e usando strategie commerciali piuttosto dubbie. Dio su questo era sempre stato piuttosto elastico.
- Alla fine tutto sarà sistemato. Pare avesse detto a Yeiayel.
Azrael chiese la parola.
- Troverete il modo di ricollocare anche me?
Il silenzio che seguì fu eloquente, ma Yeiayel si affrettò a dire.
- Azrael, le tue competenze sono molto specialistiche, ma troveremo sicuramente un modo per ricollocarti.
- Bene – aggiunse – la seduta è tolta. Un’ultima cosa: Hariel, ti occupi tu dei questionari di valutazione di fine evento?
- Certamente. Dovrei avere ancora qualche copia di quelli della fine dell’Esodo. Quelli della cacciata dall’Eden sono un po’ datati e poi il campione era ristretto.
- Grazie a tutti. Ci aggiorniamo per una riunione operativa. Vi comunicherò al più presto ora e luogo.

Tutti lasciarono la sala, restò solo Mebahel, l’angelo conservatore. Si guardò attorno e poi abbassò gli occhi al cielo sconsolato:
- Basta poi non voglia ricominciare tutto da capo come al solito!

(Illustrazione di Teresa Guido),


giovedì 5 luglio 2012

L'ultima stanza di Franco


La voce di suo figlio arriva da lontano. Eppure è lì, accanto al letto. La voce è remota, un sussurro. “Non devi avere paura, papà” dice la voce. “E’ solo un passaggio”.
Franco sa che è un passaggio. Ma dove, dove sta andando, vorrebbe sapere. Certo che ha paura. Tutti hanno paura della morte. Ma suo figlio ha conosciuto poco la paura. E chi conosce poco la paura, pensa Franco, non conosce la vita.
Eppure Franco gliene aveva parlato. Vorrebbe chiedergli se lo ricorda. Lo sforzo rende tesa la linea delle sue labbra. Il viso pallido sul cuscino sembra appena animato. Ti ricordi? Vorrebbe dire, prendere il braccio di suo figlio e scuoterlo forte, come non ha mai fatto, non ha tempo per le buone maniere. Era nato che c’era la guerra, non era come adesso. La gente non faceva i cortei per protestare contro le bombe su di un paese di cui non sapeva neanche pronunciare il nome. Ricorda, aveva tre anni. La signora Ninetta aveva mandato suo figlio Tonino alla guerra senza dire nulla, senza sapere perché. Lo aveva salutato sulla soglia con gli occhi asciutti, come una madre spartana, senza rendersene conto. Tonino l’aveva guardata in un silenzio stordito. Franco spiava la scena da dietro le gambe di sua madre che stava immobile sulla soglia. Ricordava ancora l’odore di umido che veniva dalla porta aperta dello scantinato. Lo sguardo di Tonino, per molto tempo, a Franco era parso di rivederlo negli occhi delle teste dei vitelli esposte sui banchi della macelleria del paese. 
Il paese aveva le strade bianche, c’era sempre polvere dappertutto. A settembre l’odore del mosto riempiva le strade. Gli uomini ridevano agli angoli della piazza accanto agli alberi striminziti. I bambini erano mucchi rumorosi che si contraevano e si sparpagliavano come cellule di un cuore pulsante. Le commare sedute fuori dalle porte con le loro gambe gonfie o rinsecchite si lamentavano del tempo, potevano essere nuvole o anni.
Lo aveva fatto studiare, pensa Franco, e suo figlio alle superiori non ci voleva andare. Franco aveva fatto la quinta e poi aveva dovuto mettersi a lavorare. Il figlio del dottore, il figlio del farmacista, il nipote dell’arciprete che erano in classe con lui continuavano ad andare  a scuola. Gli sembrava che gli lanciassero occhiate irridenti.
Da bambino aveva pianto molto, di vergogna e di rabbia, quando aveva dovuto cominciare a mettersi a vendere, ambulante, vestiti e calze nei mercati di paese. Aveva pianto per la paura, tornando a casa di sera, con la bici carica, al buio delle strade che tagliavano i campi. Alla voce delle cicale e dei grilli si mescolavano sussurri sconosciuti nella notte che pullulava di fantasmi senza nome. Passando davanti al cimitero del paese, Franco vedeva ombre muoversi al di là della cancellata, e quando la luce della luna copriva il cielo di un manto appena azzurro, si costringeva a guardare da un’altra parte perché le ombre si facevano più grandi, profonde, minacciose. Franco aveva imparato presto, però, che quando si ha paura piangere è la cosa sbagliata perché le lacrime annebbiano gli occhi.
Gli era stato utile non piangere, fuggendo da un campo di concentramento in Grecia. Ricordava il suo compagno grande e grosso “un colosso!” diceva col suo sorriso scintillante che, invece, si era messo a singhiozzare. “E io lo trascinai via…” diceva.
I figli immaginavano, facendo un collage mentale delle foto degli album di famiglia, racconti della madre, della nonna, il padre magrissimo, tutto nervi e muscoli, trascinare quel compagno stremato fuori dal recinto del campo. “Lo abbracciai e ci separammo”, raccontava e gli occhi verdi, ormai circondati da rughe sottili, gli brillavano di commozione. Aggiungeva dopo una pausa, tra sé e sé, “chissà che fine ha fatto?”. Anche in quell’occasione aveva provato paura. Come un animale braccato era corso nella campagna. Alla luce della luna gli era sembrato di ritrovarsi davanti al cancello del cimitero del paese. Si era appiattito in un fossato che affiancava la strada quando aveva sentito arrivare una camionetta. Tutte le ossa gli facevano male e cominciava a sentire i crampi della fame. Quando la camionetta si era allontanata il campo era diventato silenzioso. Nella penombra le orme contorte degli olivi, ondeggiavano. Quando trovò la forza di muoversi, strisciando lentamente, ogni movimento pareva echeggiasse per miglia in lontananza. Era quasi l’alba quando arrivò alla casa, tutti dormivano, ne poteva sentire il respiro. Con la mano cercò la pistola che era riuscito a rubare prima di fuggire e provò ad estrarla. Era abbastanza facile, un movimento rapido. Si avvicinò alla porta e tentò di forzarla senza fare rumore. La porta si aprì con una specie di lamento. Non c’era nessuno, un tavolo di legno e quattro sedie al centro della stanza. Su di un mobile appoggiato alla parete un brocca piena d’acqua. Aveva la bocca secca. Afferrò la brocca e bevve d’un fiato. Sentì dei passi rapidi dietro la porta e tirò fuori l’arma prima di appiattirsi contro la parete. Era un bambino, poteva avere quattro anni. Si voltò verso di lui e lo guardò con stupore. Franco gli fece cenno di non fare rumore. Il bambino aveva l’aria seria, compunta. Si avvicinò al mobile addossato alla parete e lo aprì, tirò fuori una  pagnotta piatta e larga e gliela porse. Franco la prese, il sorriso gli costava fatica. Poi si girò verso la porta e uscì nella luce del mattino.
Non era stato sempre così facile. Aveva rubato le uova dai pollai, il cibo dalle ciotole dei cani. Qualche volta era riuscito a dormire in un letto e a lavarsi, circondato da ospiti silenziosi. Non riusciva a capire i loro pensieri. Gli piaceva immaginare che, in qualche modo, gli fossero grati di essere italiano. Si era chiesto se dietro la facciata della gratitudine non si nascondesse la paura per il suo viso scavato e la sua pistola. Prima di addormentarsi sentiva ancora la tensione in tutto il corpo, ogni rumore lo riempiva di inquietudine. Si ripeteva che il nemico era comune e confortato da questo pensiero riusciva a scivolare nel sonno.
Sulla nave che lo aveva riportato a casa aveva impresso nei propri occhi ogni sguardo che aveva incontrato, in ognuno aveva trovato, senza neanche cercarlo, un’immagine familiare. Il suo era rivolto alla terra che stava lasciando e non a quella in cui stava tornando. Pensò ad Ulisse e alle sirene.
Adesso, accanto al suo letto, suo figlio Domenico sussurra “E’ solo un passaggio”. E che ne sai tu, vorrebbe dirgli ancora, se solo ce la facesse. Gli fa rabbia essere immobile, la voce che non esce. Vorrebbe chiedergli che cosa ha capito di lui, dell’uomo che è suo padre, che cosa ha capito di se stesso. Se ha trovato le risposte alle domande che faceva quando era piccolo. Franco gli chiedeva che voleva fare da grande e Domenico rispondeva “il dottore”. E neanche allora Franco capiva. Gli sarebbe piaciuto che a otto anni ancora rispondesse che voleva diventare pilota di aerei, musicista, pittore. Domenico aveva gli occhi calmi e lo guardava perplesso. Da appena nato, già era perplesso, sapeva sempre perché le cose non si dovevano fare. Domenico aveva vissuto per esclusione.
Franco è colpito di nuovo da un ricordo, da un’immagine: dopo la guerra era come se tutti avessero davanti agli occhi una tela bianca. Quando era potuto tornare in Italia, come un uomo libero ed era rientrato al paese, ancora più magro, ancora più selvatico, aveva guardato le strade piene di sole e aveva pensato che nulla era più bello che poter usare di nuovo tutti i sensi. Voleva fare l’amore, fare l’amore subito. Voleva una donna bella da baciare e da toccare, che odorasse di terra e di acqua. Una donna col profumo nei capelli. E fu allora che vide lei. Profumava di primavera ma era fatta di spighe mature. “Come sei cresciuta” le disse. La ricordava una bambina, con le calze di cotone. Lei aveva sollevato un attimo gli occhi azzurri e li aveva riabbassati in fretta arrossendo. “Siete tornato”, gli aveva detto in un soffio. Aveva sorriso lievemente e le labbra carnose avevano scoperto i suoi denti appena irregolari. Lui aveva proteso la mano per toccarla.  Lei si era ritratta con un sussulto, stupita, spaventata. Dallo stomaco viene l’amore, pensò Franco. Non è che ci avesse ragionato sopra.
“Non è per te” gli aveva detto sua madre, con durezza, “Ma tanto sei capatosta e non cambi idea manco se ti uccidono”. Franco era innamorato, certamente a modo suo, ma follemente. Lei era davvero bella e aveva un nome da principessa. Aurora. Lui le raccontava le sue storie e lei rideva divertita. Nessuna era come lei. Le strade si fermavano quando lei camminava. Sembrava che anche il vento trattenesse il respiro.
E’ ancora innamorato Franco, nel letto d’ospedale, con il figlio accanto. E quando si è innamorati non si può non aver paura di andare via, non si può non avere il desiderio di restare. Ma tu che ne sai. Gli vorrebbe dire. Eppure vorrebbe che Domenico sapesse: era stato mai innamorato lui? Domenico aveva sposato la donna giusta, la sua strada era dritta come il binario di un tram. Si fosse affacciato un attimo dal finestrino anche solo per salutare, un momento. E invece, Franco lo vedeva dai suoi occhi che suo figlio pensava che fosse un pazzo invecchiato senza essere cresciuto. Qualche volta gli aveva concesso compassione, mai comprensione.
Franco ci è nato con la paura e ci è cresciuto, aveva vissuto a testa bassa. Quando aveva perso il lavoro, neanche il tempo di bestemmiare, era andato avanti. Quando sua figlia era rimasta incinta a diciannove anni l’aveva guardata con tenerezza, allibito dalla paura che vedeva nei suoi occhi. Non sapeva che dire, aveva solo fretta che finisse il silenzio. Per cui ne era venuta fuori una carezza goffa e una frase farfugliata.
Si accorge adesso che ha vissuto di corsa. Solo qualche volta l’impotenza e la disperazione gli hanno lasciato tempo. La paura gli aveva sempre messo fretta.
Sente la mano di suo figlio Domenico posarsi sulla sua. Hai sete papà? Chiede. Ha la voce rotta dal pianto. Allora me ne sto proprio andando, pensa Franco. Non piangere Domenico, vorrebbe dirgli. Franco, davanti agli altri, non aveva mai pianto. Il silenzio ora è assoluto.
Vorrebbe dire a suo figlio che ha paura, è vero. Vorrebbe dirgli che ha paura di morire ma che se ci pensa bene, più che paura, è rabbia che sia già tutto finito. E non gli basta ancora. Crede che non sarebbe bastato mai. E’ che Franco ha un’avidità della vita che suo figlio non conosce, vuole mangiare ancora, bere ancora, sentire ancora il caldo dell’estate, l’odore dell’inverno sulla pelle della gente, quando la gente rientra, che ha un odore frizzante, quando fuori fa proprio freddo. Invece in questo momento Franco ha più paura per Domenico, di non lasciargli niente. No, non i soldi, di quelli suo figlio non ha bisogno. E’ che sente che Domenico si è arreso e allora vuol dire che non gli ha lasciato niente. Se potesse lasciargli la fame di vita che è tutta sua e che invece si porta via con sé… Franco ha paura di morire e suo figlio resta, con la sua paura di vivere. Gli potesse regalare questo con la sua morte, il senso di quello che resta.

“Non avere paura papà, è un passaggio”, continua a dire Domenico. La voce gli trema. Si alza dalla sedia accanto al letto per andare a fumare una sigaretta in corridoio. Si avvicina ad una finestra aperta e guarda fuori alla luce della fine dell’estate, alla luce calda dorata dei tramonti di settembre. Il fumo della sigaretta annebbia l’immagine o forse sta ancora piangendo. Gli pare di non avere mai smesso e non ricorda più quando ha cominciato. Suo padre gli manca. Non perché stia morendo. E’ come se suo padre gli fosse sempre mancato dentro. Perché? D’un tratto capisce che suo padre non ha chiesto mai perché, ha vissuto e basta.
Domenico guarda il tramonto, ogni tanto si asciuga gli occhiali.


giovedì 21 giugno 2012

Panta Rei



I piedi toccavano la terra soffice e l’erba umida. Il rumore del vento tra le foglie faceva scivolare sulle sue spalle gli odori di una stanca primavera.
Era una donna bella, alta, ben tornita, dal corpo atletico. I lineamenti le davano un’aria esotica senza renderla estranea, perfetta senza alcuna freddezza.
Sedette per terra, raccogliendo le ginocchia tra le braccia, consapevole di essere osservata, un piccolo gruppo di persone la fissava, al di là del fiume. Ad Anna però non importava, per lei era importante guardare, conoscere, capire.
Aveva fatto un buon lavoro, anche questa volta, lo sapeva. Erano in pochi a fare il suo  mestiere e lei era la migliore. La Terra era stata sconvolta da così tanti cataclismi dovuti a dissesti idrogeologici che ormai il potere era in mano a un pugno di architetti ambientali. Il loro compito era curare la terra ferita, riportare l’equilibrio dove l’uomo l’aveva sconvolto, rimettere ordine nel caos.
In particolare, Anna si occupava del corso dei fiumi, si era specializzata nel comprendere quale fosse l’alveo che preservava meglio l’ambiente, irrigando le zone più fertili e in modo da preservare o ristabilire l’equilibro tra il terreno e le acque.
In gergo venivano chiamati “Rivisti”. Progettavano le nuove rive dei corsi d’acqua, e Anna era una di loro. Non c’era territorio sul quale non dessero il loro parere su come i le acque dovessero scorrere, su quale disegno del lago fosse più propizio alla vita dentro e fuori dall’acqua.
Anna era felice del proprio lavoro, era apprezzata, riconosciuta, rispettata.
Amava i fiumi, la facevano pensare alla vita. Fanno fluire le cose, dal fiume puoi prendere, dal fiume puoi dare, col fiume puoi arrivare o andare. Puoi accettare che ti porti dove vuole, o remare contro corrente fino a morire.
E lei poteva cambiarne il cammino, era come cambiare il corso di una vita.
Sorrise al pensiero.
Pensò a sua madre, un’intera esistenza spesa a lamentarsi di come avrebbe voluto che fossero le cose, di come ciò che voleva le fosse negato. Forse modellare le coste rocciose era più facile che tirare fuori le persone dai pantani nei quali si infilavano. Scosse la testa rialzandosi.
Domani, pensò, c’è un altro fiume.

giovedì 8 marzo 2012

5 minuti


Il maledetto armadietto stava di nuovo crollando.
- Marco!
Il suo urlo si sovrappose al rumore degli scaffali che cedevano. Marco arrivò ansimando. Appoggiò entrambe le mani alla cornice dell’armadio per puntellarlo. Poi aprì lentamente una delle ante che pendeva, attaccata solo con una cerniera per constatare i danni.
- Bisogna prendere un nuovo armadietto, non possiamo andare avanti così uno di questi giorni uno di noi ci resta sotto... vai a prendere la cassetta degli attrezzi...
Il cuore le batteva forte. Si era molto spaventata.
Ada si allontanò verso la cucina. Il cellulare di Marco era lì, appoggiato sul tavolo, il display si era improvvisamente spento.
Senza sapere neanche perché si avvicinò al telefono e spinse il tasto per riattivare lo schermo. Senza quasi volerlo, lesse i due SMS che erano sullo schermo, uno con sfondo bianco, ricevuto, uno con sfondo verde, inviato:
“Non resisto fino a domani mattina, voglio vederti ora, inventa una scusa... Ti amo.”
“Amore, non so se ce la faccio, sono sotto sequestro per i soliti lavoretti di casa, sai che gioia :-(. Ti bacio tutta, ti chiamo dopo.”
Il cuore prese a batterle all’impazzata. Marco, un’altra donna. Cercò spiegazioni alternative, forse una collega che si era presa una cotta. Guardò il mittente del messaggio, il numero era salvato con il nome di un negozio. Fece scorrere il display per vedere messaggi precedenti, ma non c’era altro. Marco doveva averli cancellati.
Si guardò intorno, la sua casa, il divano dove lei e Marco vedevano i film con i loro due bambini. Le foto delle loro vacanze, il quadro che lei desiderava tanto che lui le aveva regalato per il suo ultimo compleanno. Nelle orecchie aveva solo il battito del suo cuore, la bocca secca e le gambe le tremavano.
Pensò a Bianca, la sua amica che si era separata da poco. La tristezza di vederla sola con la sua bambina alle feste degli amici di scuola, le discussioni squallide sugli alimenti che le aveva raccontato, i weekend alternati, stare sola di notte nel letto.
Appoggiò nuovamente il telefono sul tavolo, cercando di rimetterlo nella stessa posizione, non aveva sentito Marco arrivarle alle spalle.
- Allora, la cassetta?
La voce di lui si era spenta sull’ultima sillaba. L’aveva guardata, aveva seguito con lo sguardo il suo braccio, fino alla sua mano.
- Vado a prenderla.
Si guardarono negli occhi a lungo.
- Fai presto, se no crolla tutto.
- Sì, faccio presto.
Le gambe le tremavano ancora. Può succedere, poi passa. Passa tutto.

domenica 12 febbraio 2012

Lettera di quando ancora ti amo per quando non ti amerò più

Caro amore mio, ti scrivo oggi che ancora ti amo, una lettera per quando non ti amerò più, perché, in qualche parte di me, avrò nostalgia di questa me stessa che credeva ancora in noi.
La scrivo perché so che rimpiangerai ogni cosa di questo amore che ancora senti e non avrai più. Rimpiangerai il mio sorriso, il mio sguardo e la luce che avevo negli occhi quando ti vedevo. Rimpiangerai le notti passate abbracciati, con i piedi intrecciati fino a farci formicolare le dita,  le nostre piccole intimità perdute di specchi condivisi e porte aperte.
Ti mancherà il tono con il quale rispondevo al telefono quando sapevo che eri tu a chiamare, la dolcezza con la quale ti accoglievo quando era tanto che non ci vedevamo.
Ti mancheranno i piccoli gesti e le carezze mentre mangiavamo, il nostro modo di prenderci in giro e i pomeriggi abbracciati sul divano. Ti mancheranno i piccoli racconti assurdi delle storie che ti fanno tanto ridere, i pensieri e le domande che non verrebbero in mente a nessun altro che a me.
Ti mancherà il modo in cui ti ascolto e solo io ti ascolto, veramente e profondamente, questo mio amarti senza avere bisogno di te che ora ti fa tanta paura. L'abisso della libertà di amare che ora ti dà vertigine, quando sarà lontano e perduto, ti sembrerà, come forse era, la tua ultima occasione per volare.
Ma sarò lontana e non potrai chiamarmi, perché non ti amerò più.