martedì 2 aprile 2013

Capire lo Zen


Vengo qui ogni mattina. Da lontano si vede la palazzina con i muri scrostati.
Mia madre mi ha proibito di avvicinarmi, ma io vengo lo stesso. Posso guardare da lontano.
Ci avevano detto che avremmo avuto  un appartamento, ma non l’abbiamo mai avuto. I picciotti ci hanno fatto capire che era meglio se ce ne stavamo nella nostra vecchia casa con la nonna e la nuova la lasciavamo a loro. A loro che se la sono venduta, anche se non gli apparteneva.

E io vengo qui ogni mattina. Esco di soppiatto, e rientro non visto.
Siamo rimasti nel nostro quartiere, tanto non sarebbe cambiato molto. La gente che è andata a vivere nelle nuove case ha più paura di me.
Io non ne ho tanta. Solo un poco.
Mi hanno spiegato che da grande la paura o ti passa o diventa una parte di te e non la senti più. Per cui io non saprò la differenza.
Una volta alla radio ho sentito che parlavano di Zen. Dicevano che era complicato da definire, che capivi o non capivi d'improvviso, insomma, parlavamo di illuminazione. A un certo punto mi è parso pure che dicessero che se pensavi di aver compreso era sicuro che non avevi compreso, ma che non era vero il contrario. E ho capito che la comprensione dello Zen è un po’ come la paura, non sai mai veramente se ce l’hai.
Però mi domando che c’entra lo Zen con questi palazzi grigi e tristi. Forse non capisco perché ho capito, o forse perché non ho capito.
So solo che la casa allo ZEN non ce la daranno mai.
Ma mi dicono che posso arrivare all’illuminazione con la meditazione.
Così ogni mattina vengo sulla collina, guardo lo ZEN da lontano e medito.
Forse un giorno capirò, anzi non capirò. 
E sarà tutto chiaro.

lunedì 25 marzo 2013

Lei ed io


E’ da te.
Sei sempre stato inopportuno e ipocrita. E ora che non ci sei più, della tua facciata sembra non importarti più nulla.
Eccoci qui, davanti al notaio, le due donne della tua vita. Lei e l’altra.
Io sono sempre restata l’altra. Per decenni, sempre l’altra.
Anche se oramai tutti sapevano, anche se la facciata era incrinata. Ma lei era lei e io ero l’altra.
Lei era quella delle feste comandate, delle vacanze, delle foto di gruppo.
Io quella delle feste in casa, delle fughe improvvise, delle foto… “per favore meglio di no”.
Ma, all'improvviso eccomi su questa strana ribalta. La tua malattia, forse, i mesi in quell’ospedale in cui io venivo a trovarti di nascosto, con la complicità di qualche amico. Ricordo il tuo sorriso pallido.
- Sei sempre bella.
Me lo dicevi quasi con dispiacere, con rabbia.
Non ci guardiamo io e lei.
Il notaio è imbarazzato, forse sa, o forse ha solo capito.
Lei è vestita di chiaro, quasi a rigettare il lutto, io di scuro, quasi a voler sparire, come sempre.
Dopo le formule di rito inizia a leggere i tuoi lasciti. Hai lasciato tutto in ordine come sempre e, alla famiglia, molto di più di quello che serve per campare. Poi sento il mio nome associato a un cospicuo vitalizio: “…per la sincera amicizia dimostrata in tanti anni di solido affetto”.
Sento il vomito salirmi in bocca, un sapore acido. Un pugno allo stomaco. La guardo, lei non mi guarda, è una statua di sale.
Il notaio mi scruta, cercando di capire. A me viene alla memoria una frase di una vecchia commedia napoletana: “I figli non si pagano”.
Mi alzo traballante dalla sedia. Mormoro, tra me e me, certa che in quella stanza sono l’unica in grado di capire:
- L’amore non si paga.
Mi giro, apro la porta e me ne vado.

Fuori l’aria è fresca, la primavera sta carezzando gli alberi.
Mi guardo in una vetrina, non sono più così giovane, ma sono sempre bella. E mi sento meglio.
Il tuo ultimo tradimento muore insieme a te.

sabato 23 marzo 2013

L'amicizia

Le amicizie più belle della mia vita sono nate in modo inaspettato, quasi per caso. Non sono stati colpi di fulmine, passioni improvvise. Sono stati incontri dai quali non mi aspettavo nulla, con persone poco affini, che credevo avrei perso di vista.Sono state come formiche che hanno saputo portare il loro peso con pazienza e dolcezza fino al formicaio. Sono entrate senza essere state invitate, dalla finestra più che dalla porta e sono rimaste nella stanza senza fare rumore, con il solo calore della loro presenza.Sono cresciute col tempo e le attese, non si sono bruciate in affetti sconsiderati, non si sono consumate in gelosie sterili. Restano nella mia vita come ombre luminose, consistenti e leggere.Come orme sulla sabbia che camminano a fianco a fianco e che il mare non potrà cancellare, la presenza di un amico sincero ci affianca senza mai sovrastarci o soffocare. L'unione più vera di amore e libertà.

martedì 5 marzo 2013

Il Creatore di Incubi



Il serpente grigio si muoveva sul pavimento facendosi strada tra migliaia di tarantole pelose che si rincorrevano impazzite. Il tanfo di sangue rappreso era quasi insopportabile. Joannes sapeva che se avesse tentato di uscire da quella stanza avrebbe trovato lei, con gli occhi ancora rossi e l’ascia grondante e l’avrebbe sentita emettere l’insopportabile urlo disumano.

L’unica salvezza era arrampicarsi sulla parete. Nella penombra arretrò, fino a quando non tocco una sporgenza fredda. Si voltò per tentare di trovare un appiglio sul quale muoversi. Istintivamente si trasse indietro. La parete era costellata di corpi umani in decomposizione, trafitti con dei pali d’acciaio che li fissavano al muro in un macabro disegno.
Decise di arrampicarsi ugualmente per arrivare alla piccola finestra in alto. Doveva muoversi velocemente, i corpi si sfaldavano sotto le sue mani e i suoi piedi e il tanfo era insopportabile, ma era l’unica via di uscita.
Fu allora che Merig lo svegliò.
- Allora Joannes?
Joannes ansimava, coperto di sudore, il cuore gli rimbalzava nel petto. Era un uomo piccolo, magro, ma con una grande energia fisica. I piccoli occhi azzurri erano ancora sbarrati per il terrore.
- Joannes, non abbiamo tutta la giornata. L’incontro con l’Inquisitore Capo è tra meno di un’ora!
Merig lo guardò ancora e non trattenne un sorriso di soddisfazione. Gli occhi marroni allungati si distesero a sottolinearne l’espressione. I lunghi capelli scivolavano ai lati del viso del Capo Torturatore, rendendo meno evidente il naso affilato e nascondendo le cicatrici che i ribelli gli avevano fatto anni prima, in un’invasione a sorpresa della sua casa, quando aveva da poco acquisito il titolo di Capo dei Torturatori di Stato. Una carica ambita e prestigiosa che lui aveva conquistato con sangue e sudore. Non suoi, ma questo era un dettaglio.

- A ogni modo direi che funziona, a giudicare dal tuo stato.
- Dovevamo fare la sperimentazione sui prigionieri, si era detto…
- Hai ragione, ma l’Inquisitore aveva fretta e poi mi fido di più di te. Quei bastardi magari ti dicono che sono stati malissimo e invece non è vero.
- Non possiamo fidarci di nessuno, concluse Joannes sconsolato.
Joannes lavorava con Merig da molto tempo, ma si era appassionato al suo compito di assistente al torturatore capo.
Il loro lavoro era selezionare gli strumenti di tortura più crudeli e raffinati da infliggere ai condannati per costringerli a parlare o, semplicemente, per rendere la pena più dura. Era un lavoro rischioso e anche doloroso alle volte. Le torture mentali, per esempio, qualche volta dovevano essere sperimentate direttamente su di lui, proprio per evitare che una cavia “fingesse” il dolore per far approvare uno strumento non sufficientemente efferato.
Il creatore di incubi sembrava perfetto. Generava un campo magnetico che interferiva con le onde cerebrali e produceva un’alternazione della fase REM del sonno. Tutte le persone che si addormentavano nel raggio d’azione della macchina avevano fasi REM prolungate, rispetto a un normale ciclo del sonno e, cosa ancora più interessante, popolate di incubi spaventosi, che attivavano ogni modalità sensoriale. Nei sogni si provava dolore fisico, si sentivano gli odori, era tutto come fosse vero.
L'inventore della macchina era Eren Fenter, uno studioso timido e modesto che aveva fatto la scoperta per puro caso mentre faceva una ricerca sui disturbi del sonno. Uomo riccioluto e paffuto, desiderava solo un’esistenza pacifica e una vecchiaia serena.
Aveva sperimentato la macchina su di sé e poi su un campione di volontari; i risultati erano stati terribili, alcuni di loro avevano avuto talmente paura che per mesi dopo avevano faticato ad addormentarsi. Uno aveva tentato il suicidio.
Eren stava per accantonare la macchina come completamente inutile, quando sua moglie, sempre alla ricerca di fonti di guadagno aggiuntivo per il marito, che riteneva un perfetto inetto dal punto di vista pratico, gli suggerì di proporla al Capo Torturatore.
Eren era riluttante, era un uomo di scienza che lavorava per il benessere dell’umanità e non per creare macchine per fare del male. Sua moglie vinse la sua resistenza con un martellamento continuo inframmezzato da: in fondo la nostra società funziona così. Chi sei tu per giudicare il nostro sistema di controllo? E a nostro figlio non pensi? Avrei dovuto sposare Ansel…
Il Capo Torturatore aveva esaminato il macchinario con interesse. Poi si era convinto, nessuno aveva avuto delle buone idee per torture mentali ultimamente.
Merig Eden muoveva le mani sul macchinario. Il Capo Inquisitore sarebbe stato soddisfatto. La prova generale del macchinario di tortura stava per iniziare, su un’intera camerata di prigionieri politici a cui era stato somministrato un blando sonnifero.
Anche Joannes era emozionato. Era sempre così quando si provava un nuovo strumento. Per sicurezza, i prigionieri erano stati legati al letto. Uomini e donne pallidi, emaciati, con segni di ferite, alcune non rimarginate sul viso e sul corpo. Erano ribelli, dissidenti che non volevano accettare le regole dello stato, la suddivisione in classi, che cercavano di diffondere la cultura, di stimolare la mente critica.
- Siamo pronti, disse Joannes, con un sospiro.
- Si dia inizio allora, l’Inquisitore Capo aveva pronunciato la frase in tono divertito e aveva guardato con sufficienza la camerata che si stendeva di fronte a loro. Una camerata, buia, silenziosa, dalle mura scrostate, che sembrava aver conservato memoria di ogni urlo, di ogni goccia di sangue.
- Non capisco, Merig guardò a lungo il macchinario, avrebbe dovuto funzionare e invece non aveva funzionato. I prigionieri si erano svegliati normalmente, dopo poco, guardandosi intorno spaventati come al solito, ma senza alcun segno di terrore, nessun alterazione fisica, né tachicardia, né sudore.
- Neanche io, rispose l’Inquisitore Capo – e non amo perdere tempo.
Il tono dell’Inquisitore era stato terribile. Merig sapeva bene che non era il caso di provocare la sua ira. Abbassò la testa.
- Cercheremo di capire che è successo e poi torneremo da lei.
- Dobbiamo riprovare la macchina.
A questa frase Joannes rabbrividì.
- Dobbiamo proprio?
- La proverò io Joannes, questa volta non voglio proprio rischiare.
Nonostante la velata critica Joannes tirò un sospiro di sollievo.
Merig si sdraiò sul letto.
- Aspetta che io mi sia addormentato e poi attiva la macchina.
Era molto agitato, il sonno non arrivava. Faceva fatica, si girava e rigirava sul letto sperimentale, sotto lo sguardo preoccupato di Joannes. A un certo punto sentì un rumore secco alla porta.
- E adesso che diamine succede, Joannes?
Joannes si voltò verso la porta dello studio che si spalancò. Dalla porta iniziarono ad entrare a uno a uno degli uomini magri, che trascinavano i passi, gli abiti sporchi di sangue rappreso ed emanavano un tanfo insopportabile. I loro piedi nudi lasciavano una scia di sangue. Avevano in mano delle asce, delle pinze, elettrodi, corde, bottiglie di acido. Qualcuno di loro esibiva dei denti di acciaio affilati. Si avventarono su Joannes per immobilizzarlo e poi si avvicinarono al letto su cui giaceva Merig, paralizzato dalla paura.
Li conosceva, li riconosceva, erano uomini che lui aveva fatto torturare nelle cantine della prigione, uomini cui aveva fatto sperimentare ogni genere di sofferenza. Erano evasi e dovevano essere venuti a vendicarsi, come i ribelli tanti anni prima. Merig tentò di scappare ma non riuscì a muoversi. In un attimo gli furono sopra. Riconobbe Ater, l’uomo a cui aveva fatto cavare un occhio qualche anno prima, aveva una pinza in mano e si stava avvicinando.
Eren Fenter era tornato a casa sereno. Il campo di disturbo magnetico aveva neutralizzato l’effetto del generatore di incubi. Non era stato difficile. Le pareti della camerata erano spesse, ma non abbastanza per fermare le onde del suo apparecchio per le interferenze. Così la prova era fallita e il suo macchinario non sarebbe stato utilizzato per torturare delle vittime innocenti.
Non avrebbe potuto sopportare di passare alla storia come l’inventore del “creatore di incubi”, preferiva restare oscuro. E poi, era già stato pagato.

Il medico scosse la testa.
- Mi spiace Joannes. E’ in coma irreversibile.
- Cioè…
- Non si sveglierà mai più, resterà così fino alla morte.
- Quindi anche per molti anni…
- Certo, Merig è un uomo robusto. Le nostre leggi prevedono che venga tenuto in vita, casomai venga fuori una qualche cura. Ma nel suo caso, non ci sono molte speranze. Mi spiace.
- Era come un padre per me…
- Capisco. Si faccia forza. E poi, credo che ora il posto di Capo Torturatore sia suo.
Joannes sorrise soddisfatto per un istante. Poi si voltò a guardare Merig. Il viso contratto, non sembrava in coma. Ma non si sarebbe più svegliato.
Merig Eden sarebbe rimasto così, incastrato nel suo ultimo sogno.

Fino alla morte.


venerdì 22 febbraio 2013

Dichiarazione di Voto


C’è chi vota per rabbia
Chi vota per protesta
Chi vota per interesse
Chi vota per delusione
Chi volta per illusione
Chi vota per puntiglio
Chi vota per imitazione
Chi vota per dispetto
Chi vota per rivalsa
Chi vota per sfiducia 
Chi vota per dimostrare
Chi vota per urlare
Chi vota per denaro
Chi vota per l’IMU
Chi vota per paura dell’altro.
Io voglio votare per amore
Voglio votare per speranza
Voglio votare per credere
Voglio votare per i miei connazionali. 
Tutti,
Mai contro di loro.
Voglio provare di nuovo la voglia di domani
Di farcela insieme
E qualunque sia l’esito del voto
Cercherò in me il senso di speranza
E la forza di credere nel futuro
Con voi.
Ancora.

mercoledì 20 febbraio 2013

Ipnotismo e programmi elettorali


Giannino sta prendendo in considerazione l'idea di farsi da parte perché ha mentito sul proprio titolo di studio.
Giusto., in un paese normale.
La cosa che mi lascia assai perplessa è che dall'altra parte passano cose infinitamente più gravi (ricordo che la differenza tra essere assolti e la prescrizione del reato, o l'aver cambiato la legge perché una cosa non lo fosse più, è sostanziale).
Per cui uno dice che ha un titolo di studio che non ha e pensa di farsi da parte, gli altri commettono reati a ripetizione, hanno condanne per collusioni con la malavita organizzata, e fanno le vittime che manco Santa Maria Goretti.
Non siamo un paese normale.

Lo so che i miei adorati amici interverranno di nuovo a dire che le mie domande sono inutili. Allora non domando, traggo una conclusione.

Alcuni ipnotisti usano una tecnica, inducono la persona in uno stato confusionale dicendo cose poco comprensibili o incongruenti, tra  una di queste affermazioni e l'altra ci infilano il comando ipnotico, che diventa per il "disgraziato" l'unica certezza a cui aggrapparsi.

Credo che la spiegazione sia questa. Mentre gli altri politici seduti comodamente a gambe accavallate parlano di spread, di fiscal compact, di energie rinnovabili, di responsabilità civile dei magistrati, semplificazione dei modelli organizzativi, altri urlano parolacce dal palco, promettono l'abolizione dell'IMU. la dilazione delle tasse, ecc.

Quindi, mentre i partiti con programmi seri confondono, M5S e PdL danno comandi ipnotici.

Domenica vado a votare con un pendolino, magari qualcuno lo recupero.

domenica 13 gennaio 2013

IMMAGINA CHE SOGNI


Le tende chiare si muovono appena. Entra odore di fresco come la mattina presto. La luce che filtra è ingrigita dalle tettoie.
La bambina è concentrata nel gioco, seduta sul divano, ginocchio contro ginocchio. I capelli lisci e biondi le piovono disordinatamente intorno al viso. Il mento appuntito sorge ogni tanto come tra le cortine di un teatro, un triangolo rosa tra i ciuffi.

I passi della mamma sul parquet somigliano a un mano guantata che bussi.
- Martina, andiamo a fare la doccia. Lei posa il gioco e si lascia scivolare giù dal divano. Cammina lieve anche lei tra i mobili antichi e i tappeti pesanti. La casa è grande, troppo ormai per due persone.
Il pigiamino è un mucchietto informe sul pavimento del bagno. Le mani della sua mamma sono energiche e premurose, un abbraccio e una carezza, vorrebbe fare da sola così fanno metà e metà, la mamma controlla solo che si lavi bene e che abbia sciacquato via tutta la schiuma, tiene la testa bassa e ogni tanto fa un sorriso come se all’improvviso Martina le fosse tornata in mente. E’ persa e spenta come se la stanza di sua figlia le fosse estranea, come se non avesse scelto lei le tende con le grosse balze di georgette, se non avesse costruito con le proprie mani l’impalcatura sulla quale i peluche impeccabili e ordinati si arrampicano. Fa sedere la piccola sul letto e le infila i vestiti come se fosse un manichino in una vetrina. Quasi mai alza lo sguardo a incontrare quello di sua figlia che invece cerca continuamente i suoi occhi.
Un muro d’argento sembra dividerle, uno specchio opaco e impenetrabile mentre l’aria che entra si impregna di rumori e di odori e il giorno matura giallo e pieno.
Oggi Martina va a conoscere la fidanzata di papà. Patrizia, la mamma, non sa perché, ma vuole che la figlia sia ancora più bella, quella figlia che è e sarà sempre parte di tutti e due, il cui nome era stato scelto insieme in un pomeriggio che fuori pioveva e non c’era altro da fare che pensare a un nome che avesse dentro qualcosa di primaverile, un suono tintinnante.
E le pettina i capelli lisci e profumati con un pettine bianco, le ciocche le pendono ai lati del viso. Le fa le trecce e gliele scioglie, le fa i codini e le scioglie anche quelli. Suonano il campanello,
- Una volta tanto è puntuale… La mamma si morde le labbra, non avrebbe voluto dirlo e, chissà perché, anche questo le fa male.
Infila alla bimba il soprabito chiaro e le sistema ancora una volta i capelli intorno al viso, gli occhi, enormi e scuri, proiettano un’ombra, come un lama nei suoi
- Mi raccomando, tesoro.
La bambina scende la rampa di scala passo dopo passo reggendosi al corrimano  e Matteo, il papà è fuori che l’aspetta, altissimo e biondo anche lui e i suoi capelli sono sempre disordinati come se il vento li avesse appena scompigliati e sorride a Martina baciandole le guance rosee e morbide Le tiene la mano, chino verso di lei, quasi girato, come se stesse cospargendole di petali il cammino.
Piove poco, le foglie già disegnano un tenue sentiero autunnale sulla seta scura dell’asfalto. C’è odore di silenzio e i pochi suoni sono trasparenti e vicini. I piccoli piedi sono calzati di chiaro e sembrano perle che rotolano lentamente sotto il soprabito ben abbottonato.
Matteo vuole tenerla per mano  perché ha paura. Ha paura dell’espressione del suo viso. Gli sembra sempre che lei sappia qualcosa che lui non ha mai saputo. Sarà perché mai in lei ha trovato un’ombra di sè. La sua mano è pesante, si deve piegare per sostenerne il peso. Eppure è così piccola che la sua scarpa entra ancora tutta nella mano del suo papà. Cercherà il suo perdono per tutta la vita e sa che mai lo otterrà perché si sente innocente. Vorrebbe essere colpevole per poter essere perdonato. Matteo si avvicina alla macchina, apre lo sportello e adagia la bambina, piccola e pesante, sul sedile posteriore. Lei sempre lo fissa, solo ogni tanto si osserva i bottoncini delle scarpe, quasi allo stesso modo. Lui si siede alla guida e comincia ad andare. Non sa che dire, accende la radio e mette una cassetta dello Zecchino D’Oro che ha comprato apposta. A Martina non piacciono le canzoni per bambini ma non dice niente. Per fare contento il papà sta zitta. Le viene sonno. Sente che le sue palpebre la tirano verso il basso.
Il viaggio in macchina è sempre lungo per lei. Finalmente sono arrivati a un cancello, oltre il cancello c’è un giardino grande pieno di aiuole verde brillante. Entrano e il papà citofona a uno dei campanelli. Qualcuno apre senza chiedere chi è.
L’ascensore scivola in alto e la bimba vede se stessa nel grande specchio illuminato. Quando le porte si aprono, sul pianerottolo appare una donna. E’ diversa dalla mamma, è più tonda, pensa Martina. La mamma ha più spigoli. Il papà la prende in braccio con una specie di gemito. Questa è Martina dice, Martina, questa è Gloria. Gloria scopre orizzontalmente i denti. E’ vestita di chiaro. Entra, dice alla bambina, dammi il cappottino. L’appartamento è chiaro e lineare non ci sono addobbi, né soprammobili. C’è una musica che si diffonde e sembra provenire dalle lampade gialline attaccate al muro. Sicuramente mi offrirà un biscotto, pensa la bambina, o caramelle. Fanno sempre così. Speriamo ci sia un gatto. Vuoi un dolce? Quasi c’ero, pensa la bambina. E di gatti neanche l’ombra. Hai un gatto? Gloria sgrana gli occhi, no, non ce l’ha un gatto. Martina non pensa di aver fatto una domanda così strana. Va a sedersi sul divano chiaro con grossi fiori. Il papà le toglie il soprabito e lei ora vorrebbe dormire, dato che un gatto non c’è e veramente non saprebbe che fare.
La piccola sta per addormentarsi. Matteo la lascia addormentare. Dovrebbe dire o fare qualcosa ma non sa neanche perché è lì. Gli sembrava solo che fosse giusto mettere insieme le parti importanti della sua vita.
Martina si è assopita. Lui è un po’ geloso dei suoi sogni ma non le dirà mai nulla di questo. E’ incantato, la luce della finestra accende i suoi capelli e scivola sul suo abitino a fiori. E’ un momento perfetto, sono soli nella stanza e lui si sente forte e potrebbe difenderla da tutto il mondo.
Il momento lirico, quasi eroico, viene interrotto dalla musica irritante del telefonino. E’ la mamma. La piccola dorme e lui si sente un po’ in colpa a dirlo e non sa perché. E’ sollevato quando sua figlia si sveglia all’improvviso e allunga il braccio verso il papà, condiscendente. Sì mamma, va bene… sì glielo dico. Ho detto sì… Ciao… Anch’io... Anche tu… Si stiracchia sul divano, come un gatto. Mamma dice che devi farmi i codini. Lui annuisce. Gloria, hai qualcosa per fare i codini? Gloria ha un espressione come quello del gatto.
Il soprabito chiaro le viene nuovamente infilato. Martina aspetta paziente che anche gli altri siano pronti a uscire. Entrano nell’auto tutti e tre e la bambina si abbandona con un sospiro sul sedile posteriore, pensa che se piovesse potrebbe fare disegni sui vetri ma neanche piove.
- Mi scappa la cacca. dice .
- Siamo arrivati. Risponde il papà.
- Posso telefonare a mamma per dirle che mi scappa la cacca? Il papà ridacchia. Gloria anche. Poi, davanti alla porta del bagno di un ristorante, ridacchiano tutti.
Martina sospira. E il papà la porta in bagno. Le spiega come deve fare per non appoggiarsi e lei lo guarda cupa. Gloria gli ha dato delle salviettine umide e lui non sa bene che farci. A un certo punto la bambina strilla papàaaaaa e lui corre con le salviettine. Allunga il braccio verso di lui con un atteggiamento di sufficienza. Arrivo subito, gli dice. Esce dopo qualche minuto perfetta e profumata. Il papà le porge il soprabito.
- Non voglio metterlo, ho caldo. Protesta Martina. E corre fuori dal ristorante, nella strada grigia e bianca. Cammina in silenzio tra il papà e Gloria fino alla piazza del paese. Passano davanti a bancarelle e chioschi. C’è qualche pittore che dipinge il porto, qualcun altro che tenta ritratti. Sei contenta che siamo venuti alla festa? La bimba annuisce. Le piacciono i colori e gli odori. Qualche venditore la chiama “signorina” e la invita ad avvicinarsi.
I pittori si immergono nei paesaggi e dipingono, i passanti osservano i pittori dipingere, qualche volta anche i pittori contemplano i passanti che ridono, si abbracciano o giocano con i loro cani. Martina si sente sollevare e appoggiare su di una sedia. Il papà ha gli occhi che gli brillano. Davanti a lei c’è un uomo con un cappello e un pennello. Vuoi farti un ritratto Martina? La bambina annuisce. Poi si appoggia al muro. E’ stanca di camminare, il grande parasole bianco le fa ombra, il pittore ha la pelle scura ed è molto serio, vorrebbe chiedergli della sua pelle: perché è così diversa dalla sua pelle bionda, perché le mani sono così grandi, perché le unghie sono rosa. Se conosce Albert, l’uomo che fa le pulizie a casa, anche lui scuro, ma con gli occhi più grandi.
Il pittore però non parla. Ogni tanto i suoi occhi si sollevano dalla tela e si spalancano, come in un lampo improvviso che fa balenare le orbite degli occhi tra il bruno della pelle e l’ombra. Il mare e i gabbiani, una carezza e un urlo. Sente l’odore delle barche che dondolano sulle piccole onde del porto. Martina non vorrebbe avere i codini ma ce li ha, tutti i bambini che passano le sembrano più contenti di lei, più allegri.
Matteo e Gloria ammirano il ritratto che il pittore sta cominciando a spennellare sulla tela. Poi si mettono a chiacchierare seduti ai bordi di un muretto quasi di fronte alla piccola. Martina li osserva con la coda dell’occhio per non girare la testa, come se li spiasse. Guarda me, dice il pittore, e sorride. E’ la prima volta che il pittore sorride. Il suo viso è così scuro che nell’ombra, sotto la visiera del berretto, è difficile distinguere i lineamenti. La bimba abbassa gli occhi e si sente arrossire, è l’unico sorriso che le sembra di vedere nella giornata, davanti a lei gli alberi delle imbarcazioni sono una selva di legno bianco e lucido.
Il papà fiero prende il disegno finito e lo mostra alla bambina. Tu sei più bella però, le dice, in questo ritratto sembri arrabbiata. A Martina non piace il ritratto, poi ha il terrore che i suoi codini restino lì per sempre, quelle ridicole protuberanze gialle che la fanno sembrare un orso di pezza. Ho fame, dice. Vuoi un gelato? Vorrei una pizza.
Si siedono al tavolino di un bar di fianco al porto. Al tavolo silenzioso arrivano frasi dai tavoli vicini, risate. E’ seduta, con i piedi che un po’ penzolano e il papà che le spia ogni movimento. Attenta, attenta. Non mangiare troppo in fretta. Sbrigati che si fredda. Vuoi bere?
Un cane nero si affaccia alla finestra del ristorante con i suoi occhi splendenti, guarda proprio lei, non il suo piatto, né le sue mani. A Martina piacerebbe giocare con lui. Ma è sporco, e chissà di chi è.

Dopo la pizza e il succo di pera tutti e tre fanno una passeggiata fino alla spiaggia. Martina vede un uomo e una donna che scivolano pedalando sulla sabbia e sembrano leggeri e felici. Forse perché non hanno bambini, pensa. Deve essere così. I bambini sono un impegno, un peso. Se vuoi uscire devi sempre trovarti qualcuno che te li tenga. Forse, papà e mamma si sono divisi per questo, così uno può tenere lei mentre l’altro può uscire e fare quello che vuole. Il papà è curvo come sotto un soffitto troppo basso, come se il cielo lo schiacciasse.
L’uomo in bici si ferma e anche la donna si ferma, insieme indicano qualcosa aldilà dell’orizzonte. Martina si solleva sulle punte ma non vede nulla. La sabbia le gratta le piante dei piedini ed il tallone diventa sempre più pesante. E’ almeno un passo indietro, il papà ogni tanto si volta e rallenta. Martina è talmente stanca che non vuole neanche più lamentarsi.Al ritorno nella macchina, la radio è accesa, ci sono le canzoni facili, che alla radio danno spesso. Papà e Gloria parlano della festa del paese, dei ritratti e delle barche e ogni tanto si girano “è vero?” le chiedono. 
Suonano alla porta e la mamma apre. E’ bella e profumata, elegante come se stesse per uscire. Scruta Martina, sospettosa. Ha mangiato? Ha dormito? Che è successo alle sue scarpe? E quelli ti sembrano codini?
Martina si leva il soprabito e lo butta su una sedia, poi si siede sul divano a sfogliare un fumetto. Quando rimangono sole, la mamma le prepara la cena nei soliti piatti a papaveri e oche. Cenano e mamma fa domande su ristoranti, bancarelle e oggetti. Sua figlia non le dice del ritratto. Non le dice della casa di Gloria.
Dopo il bagno la piccola è a letto, le lenzuola profumano di vaniglia come i cassetti della mamma. La sente parlare al telefono, deve essere la zia. E’ arrabbiata, la voce le trema. Fa domande di continuo ma non aspetta mai la risposta. Fortuna che la bambina ancora non capisce, dice.
Martina serra gli occhi, vuole dormire presto e scivolare via. La notte è una signora pacioccona che la copre con una coperta azzurra e le sorride. La stanza in penombra è bella e pulita. A lei piace stare così, anche se qualche volta il silenzio diventa intenso da tapparsi le orecchie. Le piace sentire i rumori degli alberi e il ronzio della televisione, la fa sentire meglio.
Mamma è triste, papà era imbarazzato. Lei sa di aver sbagliato ma non saprebbe dire cosa. Le sembra che, se qualcosa è andato storto, la colpa sia sua anche se non sa bene perché. Prima i suoi genitori vivevano insieme ma non erano felici lo stesso. Martina vuole dormire perché non vuole  pensare ai grandi e alle loro tristezze e all’errore che non riesce a capire. Vuole dormire e dimenticare tutto, svegliarsi lontano in una casa con un gatto e un cane nero alla finestra.
Vorrebbe avere una bacchetta magica e veder sorridere tutti oppure semplicemente svanire, che forse è lo stesso.
La mamma pensa che Martina stia già dormendo, immagina che sogni.