giovedì 19 gennaio 2012

"Non voglio che ti allontani dolore..." P. Salinas

Oggi mia sorella mi ricordava l'agonia di nostra madre. La sua morte lenta, lo strazio degli ultimi mesi in cui il suo corpo si dissolveva, polvere di cipria, come quella rosa chiaro che avevo scoperto, bambina, sul grande comò di mogano della stanza da letto dei miei genitori. Un comò lucido, con le maniglie di ottone, credo,  profumato spesso dello stesso odore della cipria, che mamma era solita spargere con un piumino soffice.
Ho rivisto il volto pallidissimo di mia madre sul cuscino dell'ospedale, la mia immobilità di ghiaccio, accanto al suo letto, tesa come un sasso, impossibilitata, con le lacrime che mi sfuggivano da tutte le parti, come se a piangere non fossero stati solo gli occhi. Lacrime fitte che scendevano impudenti a confessare un dolore immenso che neanche io volevo riconoscere.
E mi rivedevo nella sala rianimazione, coi macchinari pulsanti, la luce verde, l'odore di disinfettante, l'indifferenza pesante di tutto il mondo, che non sa chi sei, chi è la signora nel letto di fronte a te, la donna che si sta consumando. Vede una persona anziana, che si può infilare in un letto in malo modo, un mucchio d'ossa ormai troppo leggere. E non sa quanta vita ancora c'è in te per lei, anche se non ce n'è più in lei per te.
E ho sentito, dentro di me, incredibilmente, che mi manca quel dolore, perché quel dolore era la pena di quando lei era ancora viva e io mi straziavo per la paura che morisse. E ora resta solo un dolore quieto, un dolore che non morde più, un dolore che è passato. E' la nostalgia della speranza disperata che era in fondo al dolore, è la nostalgia dell'amore che quel dolore proteggeva, un dolore che non ha più senso, nonostante l'amore sia rimasto.
Come un bambino che non piange più nel buio, perché sa che nessuno arriverà a consolarlo.

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