martedì 10 gennaio 2012

"La storia non parla di un momento ma DEL momento" (W. D. Wetherell)


Della mia infanzia ricordo un piccolo balcone sulla strada principale del paese e mio padre che mi raccontava una storia. Era una storia semplice e sempre la stessa, una specie di rito: lui seduto di fronte a me, i denti bianchi, un lampo breve nei sorrisi, in quelle sere fresche e illuminate da un lampione più pallido della luna.
Poi c’era mia madre, una donna bellissima dagli occhi di cristallo, che raccontava di strade polverose, di bambini con calze di cotone adagiate su scarpe mai pulite, pieni di lividi e graffi, che cercavano di darsi un contegno nella loro lingua dialettale. Oppure raccontava storie di persone antiche dagli strani soprannomi, buffe, personaggi di un altro posto e di un altro tempo, incastrati in un angolo di Storia, senza volerlo, senza capirlo. Mia madre li ricordava, li tratteneva e loro rivivevano un istante prima di essere inghiottiti nuovamente nell’oscurità.
Mia madre quando raccontava aveva il dono di modulare la voce e di cambiare l’espressione del viso. A noi sembrava di essere stati lì con lei, le sue storie diventavano le nostre, eravamo lì a vivere decine di altre vite.
Ci fu presto l’incontro coi libri; leggevo avidamente, mi si aprivano nuovi mondi in cui gli animali parlavano, i bambini si cospargevano di polverina e volavano grazie a un pensiero felice, sedevo nel salotto con quattro sorelle che attendevano, assieme alla madre, il ritorno di un padre reduce dalla guerra civile, scoprivo antichi dei e viaggiavo su astronavi perdute nello spazio.
Mentre andavo a scuola, nella mia testa, inventavo storie, scarabocchiavo racconti su qualunque foglio bianco trovassi.
Non so se scrivendo e leggendo cercassi la vita o la fuggissi e forse, ancora oggi, non lo so. Amo scrivere perché è una parte di me ma, soprattutto, perché voglio raccontare storie.
Voglio trattenere, solo un attimo, ciò che scorre tra le dita, perché qualcun altro lo possa afferrare.

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