mercoledì 7 novembre 2012

Inno alla Gioia


Oggi è il primo giorno del resto della mia vita.
Dovrei pensare questo, ma non ci riesco. E’ che da quando è finita ho una sensazione da qualche parte tra la tristezza e il sollievo che staziona tra la pancia e il petto.
Ho scelto una giornata di sole per questo atto finale. Non che sia stata veramente una scelta, piuttosto un caso fortunato. Nei film le scene di addio sono sempre piene di pioggia, di vento, soli che scendono, salgono. Il nostro addio ha come teatro un cielo azzurro che sembra di lacca.
Apro con le mie chiavi che poi lascerò al portinaio, come da tue istruzioni scritte via e-mail. Non vuoi più vedermi, né sentirmi.
- Niente contro di te, è per tutelare me.
- Non capisco.
- Non mi importa che tu capisca. Basta che tu rispetti la mia scelta.
E ora eccomi qui a prendere le mie cose. Le mie ultime cose.
Non che ci si sia lasciati con chissà quale rumore di piatti rotti e urla. Tu fai sempre le cose con precisione chirurgica e senza spargimenti di sangue. Detesti il melodramma.
Raccolgo la mia roba senza fretta. Sei fuori per lavoro tutta la settimana. Apro l’armadio, qualche giacca, i pantaloni. Qualche maglione, appoggiato sui tuoi. Non mi hai mai veramente voluto nella tua vita. Ero un intruso, un provvisorio, nel tuo armadio, come nella tua esistenza.
Guardo i tuoi libri di poesia, accumulati sul tavolo, accanto ai tuoi film preferiti, una pila di drammoni strazianti. All’inizio ho pensato fosse catarsi, poi ho sperato fosse omeopatia, alla fine ho capito che ti piaceva crogiolarti nella mestizia e che le mie intrusioni gioiose ti infastidivano.
Che cosa mi avesse attratto in te non saprei dirlo ora, veramente. La tua cupa bellezza di regina delle nevi, la tua immensa cultura con cui dominavi la scena, il tuo cinismo e la tua ironia o forse il sesso disperato con cui mi incatenavi al tuo letto. Ogni volta come fosse l’ultima volta, mi avevi detto. E una volta sarebbe stato così. Una volta è stato così.
Ho ammucchiato le mie cose in uno scatolone.  Ora mi fermo a guardare la tua casa. Vorrei che mi rimpiangessi, ma so che non lo farai. Sei troppo fiera di te stessa e della tua algida solitudine.
Mi siedo davanti allo specchio e mi immagino che non mi rifletta, non perché sono un vampiro ma perché questa è la casa di un vampiro. La tua casa.
Ricordo il mio tentativo disperato, una sera. Dai, facciamo un gioco, “Inno alla gioia”. Mettiamo il titolo su un foglio e poi scriviamo quello che ci viene.
Avevamo iniziato a scrivere, io febbrilmente, tu pacatamente, come sempre.
Avevo scritto:
Il profumo del pane, il profumo dell’erba bagnata, addormentarmi col naso nei tuoi capelli, scoprire un nuovo bocciolo sul terrazzo, la vittoria dell’Italia ai mondiali, guardare il tramonto dal finestrino di un treno, mangiare l’ultimo pezzo di lasagna…
Poi ci eravamo scambiati i fogli, a me era sfuggito il lampo di sfida nei tuoi occhi scuri.  Avevi scritto:
I no alla gioia. E poi,:
Il ritardo del tram quando piove, i semafori che sono rossi quando vai di fretta, la gente che non capisce quando non la stai più a sentire, i commenti stupidi delle persone in TV,  le cene a casa di tua madre… la lista si chiudeva con “i tuoi giochini del c****”.
E’ strano come a volte si spezzino le cose. Mi avevi oppresso, ferito, ignorato in tanti modi, ma solo quella sera capii quanto fossimo distanti.
Fumo una sigaretta nella tua stanza da letto. So quanto ti urterà e lo faccio con piacere.
E non capirai che è solo per dirti per l’ultima volta “ti amo”.

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