Oggi è il primo giorno del resto della mia vita.
Dovrei pensare questo, ma non ci riesco. E’ che da quando è
finita ho una sensazione da qualche parte tra la tristezza e il sollievo che
staziona tra la pancia e il petto.
Ho scelto una giornata di sole per questo atto finale. Non
che sia stata veramente una scelta, piuttosto un caso fortunato. Nei film le
scene di addio sono sempre piene di pioggia, di vento, soli che scendono,
salgono. Il nostro addio ha come teatro un cielo azzurro che sembra di lacca.
Apro con le mie chiavi che poi lascerò al portinaio, come da
tue istruzioni scritte via e-mail. Non vuoi più vedermi, né sentirmi.
- Niente contro di te, è per tutelare me.
- Non capisco.
- Non mi importa che tu capisca. Basta che tu rispetti la
mia scelta.
E ora eccomi qui a prendere le mie cose. Le mie ultime cose.
Non che ci si sia lasciati con chissà quale rumore di piatti
rotti e urla. Tu fai sempre le cose con precisione chirurgica e senza
spargimenti di sangue. Detesti il melodramma.
Raccolgo la mia roba senza fretta. Sei fuori per lavoro
tutta la settimana. Apro l’armadio, qualche giacca, i pantaloni. Qualche
maglione, appoggiato sui tuoi. Non mi hai mai veramente voluto nella tua vita.
Ero un intruso, un provvisorio, nel tuo armadio, come nella tua esistenza.
Guardo i tuoi libri di poesia, accumulati sul tavolo,
accanto ai tuoi film preferiti, una pila di drammoni strazianti. All’inizio ho
pensato fosse catarsi, poi ho sperato fosse omeopatia, alla fine ho capito che
ti piaceva crogiolarti nella mestizia e che le mie intrusioni gioiose ti
infastidivano.
Che cosa mi avesse attratto in te non saprei dirlo ora,
veramente. La tua cupa bellezza di regina delle nevi, la tua immensa cultura
con cui dominavi la scena, il tuo cinismo e la tua ironia o forse il sesso
disperato con cui mi incatenavi al tuo letto. Ogni volta come fosse l’ultima
volta, mi avevi detto. E una volta sarebbe stato così. Una volta è stato così.
Ho ammucchiato le mie cose in uno scatolone. Ora mi fermo a guardare la tua casa. Vorrei
che mi rimpiangessi, ma so che non lo farai. Sei troppo fiera di te stessa e
della tua algida solitudine.
Mi siedo davanti allo specchio e mi immagino che non mi
rifletta, non perché sono un vampiro ma perché questa è la casa di un vampiro.
La tua casa.
Ricordo il mio tentativo disperato, una sera. Dai, facciamo
un gioco, “Inno alla gioia”. Mettiamo il titolo su un foglio e poi scriviamo
quello che ci viene.
Avevamo iniziato a scrivere, io febbrilmente, tu
pacatamente, come sempre.
Avevo scritto:
Il profumo del pane, il profumo dell’erba bagnata,
addormentarmi col naso nei tuoi capelli, scoprire un nuovo bocciolo sul
terrazzo, la vittoria dell’Italia ai mondiali, guardare il tramonto dal
finestrino di un treno, mangiare l’ultimo pezzo di lasagna…
Poi ci eravamo scambiati i fogli, a me era sfuggito il lampo
di sfida nei tuoi occhi scuri. Avevi
scritto:
I no alla gioia. E poi,:
Il ritardo del tram quando piove, i semafori che sono rossi
quando vai di fretta, la gente che non capisce quando non la stai più a
sentire, i commenti stupidi delle persone in TV, le cene a casa di tua madre… la lista si
chiudeva con “i tuoi giochini del c****”.
E’ strano come a volte si spezzino le cose. Mi avevi
oppresso, ferito, ignorato in tanti modi, ma solo quella sera capii quanto
fossimo distanti.
Fumo una sigaretta nella tua stanza da letto. So quanto ti
urterà e lo faccio con piacere.
E non capirai che è solo per dirti per l’ultima volta “ti
amo”.

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