mercoledì 21 novembre 2012

La Macchina di Marco


- Allora, la mattina andiamo dal cliente, il pomeriggio passo a dare le condoglianze alla famiglia di Marco.
- Va bene.
Ho risposto quasi in automatico, il mio amico, con cui qualche volta lavoro, mi aveva parlato di questo ragazzo con cui aveva lavorato e che era morto a 30 anni, divorato da un cancro in meno di due. Volato via, in meno di quattro mesi.
Ho immaginato che lo avrei aspettato da qualche parte, per non violare troppo l’intimità del dolore della famiglia, magari in un bar, a lavorare con il mio computer.
Ma il mio amico le cose me le dice un pezzo alla volta. Qualche giorno dopo aggiunge, bisogna prendere la macchina aziendale di Marco, quindi andiamo con una macchina sola e torniamo con due.
- Va bene, rispondo di nuovo.
Ma sono un po’ turbata. E non so neanche bene perché.
Così la mattina presto partiamo, parliamo del cliente che andiamo a visitare, glissiamo sull’argomento Marco. La conversazione scivola su mille cose.
E’ a pranzo, seduti a un tavolo vista mare, che gli chiedo come siamo organizzati dopo.
- Ci viene a prendere la sua ragazza dal casello e ci accompagna dai suoi.
Fuori dalla finestra guardo il cielo bianco di nuvole e le onde spumose che la sabbia trasforma in un color caffellatte chiaro.
- Deve essere terribile perdere un figlio.
Mi sento già trascinare nel gorgo dei luoghi comuni.
Non ci sono parole. E’ la perdita più grande. Speriamo non fosse figlio unico. Be’, non perché il dolore sia meno forte, ma perché ti dà una ragione per andare avanti comunque, dopo. Si delega ai figli una parte di sé. Non si dovrebbe fare, ma si fa.
Mi torna in mente lo sguardo di una donna che aveva perso uno dei suoi due figli in un modo terribile. Guardandola negli occhi si sapeva, era chiaro, che una parte di lei era morta. Per sempre. Per sempre.
In macchina il mio amico chiama la ragazza di Marco. Sì, ci vediamo al casello, che macchina hai? D’accordo, a tra poco.
Arriviamo al casello. Lui scende, lei scende. Si salutano. Non ha l’aria distrutta. E’ una ragazza. Ma come me l’aspettavo? Non lo so neanche io. Non scendo dalla macchina, la saluterò dopo. Lei mi guarda fa un cenno con la testa. Io sorrido, sentendomi l’essere più inutile della terra.
Arriviamo a casa dei genitori di Marco. Scendo e saluto la ragazza, lei sorride, io resto un po’ a guardarla, poi sempre sentendomi l’essere più inutile della galassia le do due baci.
Saliamo le scale che portano all’appartamento. Davanti alla porta aperta, una coppia di mezza età, non sono molto alti, anche loro sorridono, e ci dicono di accomodarci.
Appoggio la borsa, mi tolgo il cappotto e la sciarpa domandandomi dove posso appoggiarli. E sento quanto ogni pensiero banale sia un’ancora in un mare che ancora non so che cos’è. Rimango un po’ con la sciarpa ammucchiata davanti a me, tenendola con entrambe le  mani. Poi la faccio scivolare sul divano alle mie spalle.
- Come state? Chiede il mio amico.
Alla mamma sfugge un piccolo pianto, ma sommesso e subito trattenuto, come se il dolore, in qualche modo, non fosse lecito.
Le tre figure composte sono sedute di fronte a noi. Due genitori di un figlio unico, morto in due anni, la sua ragazza. Nessuno di noi piange.
Il mio amico parla di lui, di quanto fosse bravo e apprezzato. Loro parlano della sua agonia ma anche del suo attaccamento al lavoro, del timore che aveva che avrebbe perso il lavoro per colpa della malattia, di quanto quello che faceva lo appassionasse.
Poi la conversazione scivola sui progetti futuri dell’azienda, sulla congiuntura economica. Il mio amico parla dei nuovi programmi per il prossimo anno e loro lo ascoltano tutti interessati. La foto di Marco, appoggiata alle spalle del mio amico, mi sorride. Lo guardo e cerco di conoscerlo. Sento tutto il dolore che le parole non dicono perché lui se ne è andato. Sento tutta la dignità di queste persone che cercano di ricordare senza straziarsi, senza straziarci. E mi sento un’estranea anche se ogni volta che guardo la mamma di Marco mi verrebbe voglia di prenderle le mani, di abbracciarla, di dirle: le do il mio telefono se avesse bisogno… di che?
Si scambiano documenti, coordinate bancarie, codici fiscali, computer, telefonini.
Alla fine sono io a dire: è ora di andare, senza capire se la nostra presenza è un dono o un ingombro. Nel salutarci di nuovo la mamma ha un sussulto. Il papà ci dice, nella macchina c’è un ombrello, glie lo avevo messo io.
Guarderemo tutto, rispondiamo, toglieremo quello che gli apparteneva.
Andiamo a prendere l’auto dalla casa della sua ragazza. Lei guarda in su, verso un appartamento con le luci spente.
- Eravamo andati a vivere lì, prima che lui stesse male. Avevamo fatto i lavori. Marco li aveva seguiti, anche se stava male.
Apriamo l’auto, tiriamo fuori tutto. Poche cose. Nel bagagliaio c’è l’ombrello. Salutiamo con poche frasi di circostanza. Il mio amico ha gli occhi pieni di lacrime. Le parole sono finite.
Entro in auto, metto in moto. L’orologio è ancora sull’ora legale. Un’ora in più.
Il mio viaggio di ritorno è senza musica. Qualche telefonata, per parlare di Marco, con qualche amica. Tutte dicono, è terribile.
Penso ancora alla conversazione tra me e il mio amico mentre andavamo dalla casa dei genitori di Marco a quella della sua ragazza per prendere l’auto.
- Era figlio unico. Dio mio, ora come andranno avanti?
- Non so, speriamo che alla fine di tutto questo troveremo un senso. Marco deve stare in un posto migliore.
Lo diciamo con rabbia, ma senza convinzione. L’incontro con questo dolore è stato come uno tsunami emotivo. Siamo atterriti a guardare le conchiglie che il mare ha lasciato ritirandosi , perché sappiamo che tornerà.
Dopo il viaggio lasciamo l’auto nel parcheggio dell’azienda.
- Non dimenticare niente dentro. Domani va a Napoli.
Annuisco. Sbircio nell’abitacolo vuoto. Non c’è più niente di mio. Neanche di suo. E domani va a Napoli.
Entro nella mia macchina. Di nuovo sola, penso alla sala da pranzo illuminata. La mamma di Marco ci ha comprato i pasticcini alla crema e le paste secche.
- Volete un caffè? Ci dice affabile.
E so che la vita prenderà il sopravvento e questa sarà soltanto una delle tante storie di ieri.
Almeno per me.

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