mercoledì 8 febbraio 2012

Verrà la Morte e Avrà i tuoi Occhi (Cesare Pavese)


Pare che secondo Bronnie Ware infermiera, che assiste i malati terminali,, nel libro “The Top Five Regrets of the Dying” (I maggiori cinque rimpianti delle persone che muoiono) l'aver dedicato troppo tempo al lavoro sia il secondo grande rimpianto dopo quello di non aver assecondato la propria personalità, le proprie aspirazioni, scegliendo di cedere alle pressioni sociali. Soprattutto gli uomini, in punto di morte, sembra si rammarichino di non aver dedicato abbastanza tempo agli affetti.
Io temo che dietro questa nostalgia ci sia qualcosa di più profondo e pernicioso.
Molti uomini che conosco non trascurano il lavoro a causa della famiglia, ma, seppure del tutto inconsapevolmente, nella maggior parte dei casi, trovano rifugio nel lavoro da una vita in cui non sono stati capaci di realizzare il proprio potenziale (guarda caso, rimpianto numero 1).
Non si riconoscono nella propria esistenza e annegarsi nel lavoro (quello che gli anglofoni chiamano "workaholism") li aiuta a non prendere atto che vivono uno stillicidio quotidiano di mezze verità, omissioni e menzogne. Che cosa è restato della passione, delle emozioni, della sensazione di essere vivo, del coraggio delle proprie scelte?
I loro desideri di adolescente sono naufragati in un "posto sicuro", in un "mutuo ventennale a tasso fisso", in una Station Wagon o, nel migliore(?) dei casi un SUV. Hanno seguito pedissequamente i modelli genitoriali e hanno realizzato, per lo più, le aspirazioni dei loro padri che desideravano solidità economica, un'automobile, la casa di proprietà, bimbi tirati a lucido e casa con la donna a mezzo servizio.
E' la maledizione del sogno transgenerazionale, ciascuno generazione condannata a realizzare i sogni della precedente.
Ma forse riusciamo a spezzare questo circolo vizioso, se continuiamo in questo modo è probabile che le nuove generazioni si trovino, piuttosto, a vivere i nostri incubi.

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